Martina Vecchi

Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.

30 Mar

Saturday Night Suicide

Pubblicato in Amore

Commoventi tentativi di socialità coatta.

SuperSurprise. Sabato sera. Niente solito, rassicurante, pantofolaio gelato solitario. No ice cream (o meglio, ermeticamente sigillato in freezer, con l’Omino del Freddo a fare la guardia armato fino ai denti). Niente divano, niente TV.
Guardo il plaid ordinatamente ripiegato al limine del mio letto. La raccolta Mini Relax con la penna bic infilata a pagina 25: ho un rebus lasciato a metà, mi manca l’ultima parola. Che rabbia. Uno di quei busti di divinità greche con nomi improbabili di tre lettere che mi fanno diventare matta ogni volta. Le pantofole lilla con fiocchetto verde abbandonate neglette sul parquet.


Io in piedi davanti allo specchio dell’armadio a fare delle smorfie spaventose nel tentativo di schiacciarmi un cavolo di punto nero (infingardi pallini). Guardo la sveglia a forma di mucca sulla mensola di fronte a me. Sono in anticipo di giusto un’ora e mezza. Psicosi anticipataria. Ansia di dover controllare il tempo esaurendo il vantaggio che può avere su di me.


Ma veniamo alla novità. Novità che accelererà il recupero dell’imbarazzante ritardo sulle previsioni apocalittiche dei Maya. Novità che comporterà disastri ambientali e inquinamento acustico, afasia e difficoltà cognitive alla popolazione mondiale.
Ossia: ho deciso di uscire. Per la prima volta dopo tempo immemore (non credo fossero ancora state generate le acque) ho deciso di aggiornare il mio quadro clinico inserendo un tentativo empirico di terapia d’urto. Il soggetto viene sottoposto a un forte stress emotivo imputabile all’imprevista alterazione del continuum di apatica accidia in cui versa nel quotidiano.
Trattasi di una Festa di Laurea.
- Dov’è che vai esattamente, che non ho capito? – comparsa estemporanea di una Madre.
- A una festa di laurea –
- Eh? –
Coraggio. Una volta superato l’impatto neurolonguistico, passare all’azione è un gioco da ragazzi. Basta lasciarsi guidare dall’inerzia e muovere i piedi.
In fondo, il peggio è passato. Ho impiegato circa un’oretta a rispondere all’sms di invito della mia amica Manu: dopo un’interminabile secondo di pietrificazione articolare, durante il quale mi è sorto il dubbio di non essere dotata di pollice opponibile, i miei neuroni hanno giocato all’autoscontro e il mio cardio si è dilettato in un quadruplo salto mortale con triplo avvitamento. E poi ho risposto. Di sì. Cioè, ha risposto il mio pollice, forse mosso a pietà, cercando di sopperire al temporaneo cortocircuito cerebrale.

 


Una settimana intera per cercare di farmi la mappa mentale del possibile scenario. Location: Fighetta? Casual? Musica truzza? Buffet grondante fritti? La Manu mi dice il nome del locale, ma il mio database mentale è sprovvisto di file. Oddio. Io DEVO visualizzare il posto. Le coordinate geografiche fornitemi mi fanno tirare (esalare?) un sospiro di sollievo. Un “localino”, come lo definisce la mia amica. Oh che meraviglia. Un tenero localino accogliente. Grazie a Dio. Sono a posto. Fiùùù.
Ma un attimo, però. È una festa. Ci sarà della gente. GENTE? Gente. Gesummaria. Ho un calo di zuccheri.
Dopodiché i miei ricordi si fanno confusi, la cronologia degli eventi farraginosa. Devo avere avuto un gap mnemonico-temporale, perché ricordo solo di essermi ritrovata davanti allo specchio, vestita di tutto punto. Che ne è stato della presa di coscienza del fatto? Dell’accettazione della proposta? Della digestione? Ricordi spersi nell’etere del mio organismo.
Ed ecco che la mia razionalità, con encomiabile generosità, mi porge la mano, mostrandomi un varco nella selva oscura del groviglio minaccioso di sentimenti atavici e puntuti che serrano nelle loro spire serpentine il mio cuore, torturandolo con rigurgiti recrudescenti di putredine affettiva, indigesta peggio dei cetrioli.
In uno sprazzo di lucidità mi guardo allo specchio e mi vedo dall’esterno. Incredibile. Sembro quasi una ragazza. Sono decisamente, inoppugnabilmente, incontrovertibilmente carina. Lo sono. Sono proprio io. Sono carina. Da mordicchiare, quasi.


Mi concedo il permesso di uscire. Certo che posso uscire. Il castigo che mi sono autoimposta, l’imperativo categorico che mi ha minacciata dal profondo delle viscere, il macigno che mi sono legata al collo, la pressa psicologica sotto la quale mi sono disperatamente buttata, implorandole di schiacciarmi, si è bloccata a metà percorso.
Puoi uscire. Puoi concederti di non pensare a Federico addirittura per un quarto d’ora. Lo puoi fare. Non sei a lutto. Puoi dare una chance alla tua autostima imbozzolita.
Sei carina. E non sentirti in colpa se in un fugace chiarore mentale, se in un’impercettibile intermittenza del cuore intravvedi la possibilità di fare parte del mondo.
Al che mi infilo gli stivali, indosso la giacca e rispondo allo squillo.
Spengo il cervello ed esco.

 

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È appena primavera, ma io ho già voglia di ciliegie!

È probabile che il nome antico cerasus derivi dalla città di Cerasunte, nell’odierna Turchia: secondo Plinio il Vecchio, è da lì che furono importati a Roma i primi ciliegi facilmente coltivabili, i quali si diffusero insieme a quelli selvatici, già esistenti. Il latinismo cerasus è rimasto negli esiti di certi dialetti (chi non conosce la famosa cerasa napoletana?) o in alcune lingue romanze (cereza in spagnolo, cereja in portoghese, cerise in francese).
Il colore di questo goloso frutto può cambiare a seconda della varietà, andando dal giallo chiaro al rosso molto scuro del durone nero di Vignola. Anche la polpa si può presentare con cromie e consistenze diverse, variando il cuore dal bianco al rosso-nerastro a la polpa da tenera a croccante.

Le ciliegie si dividono in dolci e acide, secondo la specie del ciliegio:


• Alle ciliegie dolci appartengono le duracine o duroni, di colore nerastro o bianco, di grandi dimensioni e con una polpa dura e croccante, e le tenerine, nere o rosse e di polpa succosa e morbida.


• Tra le ciliegie acide, invece, abbiamo le marasche, usate per il maraschino (che goduria, sulle fette di ananas fresco!), le amarene, molto apprezzate nei succhi e negli sciroppi (… E nella crostata con la ricotta…) e le visciole, ottime fresche o nelle conserve.


Le ciliegie hanno proprietà depurative, lassative, disintossicanti e diuretiche; favoriscono anche la digestione degli zuccheri, l’attività del fegato e hanno proprietà antireumatiche, remineralizzanti e antiartritiche: sono infatti ricche di acqua (80%), vitamine A, B e C, sali minerali (ferro, calcio, magnesio, sodio, potassio soprattutto).

 


Questi frutti così salutari sono anche famosi per le proprietà antiossidanti, grazie ai flavonoidi, che hanno la capacità di bloccare i danni provocati dai radicali liberi, cioè i prodotti di “scarto” che si formano all’interno delle cellule, quando l’ossigeno viene utilizzato per produrre energia (ossidazione).
Gustose e versatili, le ciliegie sono ingrediente principe di molte dolci ricette; delle ciliegie, però, non si usa solo il frutto, ma anche i piccioli, con cui preparare infusi disintossicanti e diuretici; la corteccia dell’albero, per le sue proprietà febbrifughe e antigotta; i noccioli, per preparare grappe e liquori!


Una notazione culturale: il fiore di ciliegio è il simbolo nazionale del Giappone, e viene chiamato sakura. Nella cultura nipponica, il ciliegio in fiore è simbolo di bellezza immortale e perfetta, e lo si celebra durante l’Hanami, la festa dei ciliegi: durante questa festa i Giapponesi si riversano a frotte nei parchi, o dove ci siano alberi in fiore, per assistere a questo spettacolo incantevole tra danze, canti e banchetti.

 

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Gelato, che passione!

Nelle giuste proporzioni (e non le quintalate kamikaze che mi sparo io il sabato), il gelato è da considerare un vero e proprio alimento. Negli ultimi anni, il gelato ha visto moltiplicare le richieste da parte del pubblico. Le ragioni? Sono svariate: il senso di freschezza che offre, il sapore dolce e goloso sia dei gusti classici che di quelli più originali. L’aspetto gustativo è arricchito dalla creatività delle confezioni e dalla vivacità dei colori. I miglioramenti igienici del prodotto, l’affinarsi della maestri gelatieri nella preparazione del gelato artigianale, l’arricchimento e la scelta oculata degli ingredienti, la composizione di nuovi gusti, il ricorso a processi tecnologici che riducono al minimo le manipolazioni, tutti fattori che hanno reso il gelato un alimento sempre più diffusamente apprezzato.

Cosa contiene il gelato?

L’apporto calorico è molto vario, ma in media si aggira sulle 250- 300 kcal per ogni 100 g di alimento (meno del Parmigiano, quasi 400 kcal l’etto!). Chiaro che i gusti di frutta, più semplici e meno carichi di variegature, saranno notevolmente più leggeri, e indicati perciò anche a chi sta seguendo una dieta dimagrante, ma non vuole rinunciare al piacere di un dolcino ogni tanto.

I grassi provengono dal latte, e a questi vanno aggiunti quelli vegetali (olio di palma e di cocco idrogenati) per conferire al prodotto cremosità e morbidezza. Sono presenti anche aromi gustativi e una modesta quantità di ingredienti stabilizzanti ed emulsionanti.

 

caratteristiche-gelato-artigianale

 

Com’è fatto il gelato artigianale?

Viene preparato con una base fornita dall’industria che offre i “semilavorati”. Alla base già pronta vanno aggiunti i vari gusti (sciroppi, essenze con aromi, talvolta purea di frutta), che si sovrappongono agli ingredienti del gelato. I “semilavorati” contengono anche zucchero, latte in polvere, addensanti ed emulsionanti. Per i gelati alla crema vengono talvolta usati panna fresca, latte intero; i gelati vegetali sono realizzati con i derivati della soia e fruttosio, mentre quelli allo yogurt si possono ottenere unendo al gelato alla crema un semilavorato all’aroma di yogurt, oppure yogurt vero, oppure una miscela di yogurt fresco con proteine del latte ed emulsionanti.

Rispetto al gelato industriale, preparato in anticipo, il sapore di quello artigianale è migliore se il prodotto viene consumato subito dopo la preparazione, quando l’impasto è ancora morbido.

A chi è indicata l’assunzione di gelato?

Bambini inappetenti, o anche quelli in sovrappeso, laddove il gelato sostituisca un altro cibo, e non sia un’aggiunta alla dieta normale; stesso discorso per adulti con problemi di linea; anziani inappetenti, con dieta monotona, difficoltà di masticazione e deglutizione. Tra l’altro, il gelato può concludere un pasto frugale, poiché il suo apporto calorico è inferiore a quello di altri dolci a base di crema, panna o cioccolato: infatti, un gelato contiene in media il 60% di acqua, che scende al 20- 25% nei dolci sopraccitati.

Le persone che devono riguardarsi dall’assunzione di gelato, invece, sono quelle con patologie gastro- intestinali e/o della colecisti. Paradossalmente, in caso di rialzi febbrili da influenza o raffreddamento, il gelato è indicato: se l’intestino è a posto e vi è inappetenza, è utile somministrare un alimento di per sé gradevole.

Insomma: il gelato è buono, fresco, ci nutre con allegria e ci migliora l’umore!

 

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Sabato sera (ovviamente). Sul divano (ma guarda un po’…). Plaid steso sulle gambe appoggiate sulla sedia. Un’enorme vasca di gelato in grembo (questo è il focus!). Un resistente cucchiaio in acciaio inox molto simile a un badile, impugnato con decisione per scavare fino a raschiare il polistirolo.
Uno dei tanti (…troppi?...) sabato sera passati così, tra me e me, fingendo di seguire un programma in TV, anche interessante per carità, ma con lo sguardo che trapassa il plasma dello schermo tipo raggi infrarossi e si va a conficcare sulla parete bianca intonacata. La mente in modalità armadio-pronto-per-il-cambio-di-stagione, con troppi pensieri autunnali che si affastellano sgualciti, e pochi (zero) pensieri primaverili. Un riciclo continuo. Un cervello decisamente eco friendly. L’emblema della sostenibilità: la natura mi ringrazia.

 


Il cuore, in compenso, peggio di una discarica di rifiuti tossici. Altro che raccolta differenziata, bisognerebbe valutare direttamente la combustione. Con il rischio, però, di morire avvelenata dalla diossina. Il cuore è come una soluzione satura: un cucchiaino di sale al giorno, aumentando gradualmente le dosi, fino al superamento della soglia di assorbimento. Ed eccolo lì, il mio misero miserando cuore saturo di sentimenti salini. Una fanghiglia di palpiti annacquati, che scioglie le pareti provocando ulcerazioni non rimarginabili, facilitando l’ingresso e la sedimentazione di agglomerati dolorosi.
Amor ch’a nullo amato amar perdona. Una frase che mi frulla nella testa e nell’ombelico a orari fissi, guarda caso quelli dei pasti (casualità?).
Ma sarà vero?
Cioè. È vero che l’amore si può trasmettere per osmosi? Che se si è tanto tanto tanto (o anche meno) presi da una persona, quella persona non può fare a meno di essere tanto tanto tanto (o anche meno) presa da noi, a partire solo dal fatto che noi siamo prese/i da lei? È possibile che una persona possa innamorarsi di noi perché noi siamo innamorate/i di quella persona? Che l’amore si possa trasferire? Come gli adesivi ad acqua per bambini, che bello.
Dante a parte, a me piace pensarla così. Mi piace proprio. Però ho notato che le cose sono un tantino diverse. Cioè. Perché l’amore trasferibile ci possa pervadere bisogna che almeno un po’ quella persona ci piaccia. Almeno un pochino. Se no proviamo solo un calorino tiepido, tiepidino, ma… Amore mi sa di no. Uffa. Dante ha toppato.

Ma il punto è un altro: la storia dell’Amor ch’a nullo amato amar perdona mi ha fatto per converso ragionare all’opposto. E cioè:
com’è possibile che due persone che hanno condiviso sentimenti, pensieri, ideali, corpi, asciugamani, spaghetti, bollette, vacanze, un divano, un cane, baci, carezze, odori, sapori, un pezzo di Vita, insomma (!!!) com’è possibile che da un momento all’altro tutto questo possa finire e si ritorni a essere due perfetti estranei, due cose diverse, due atomi, due globuli rossi, due realtà divise, due mondi a sé stanti, com’è possibile?
Com’è possibile che se un giorno sono al centro del tuo universo il giorno dopo sono meno importante del moscerino della frutta?
Cosa rimane di quel gomitolo emotivo sensazioni, sentimenti, idee, ideali, frasi, pensieri?
Di quel groviglio di sapori, odori, corpi, carezze, impronte, respiri, risate, profumi?
Di quella musica di voci? Di quella trama di sorrisi? Di quell’ordito di parole? Di quel tessuto di emozioni?

È la cosa più terribile, agghiacciante e inconcepibile che esista. È orrifica.
E mi sento gabbata. Mi sento tradita. Sì, tradita da Dante. Perché non lo aveva mica detto. Non lo aveva mica specificato. Che l’amore è bello, sì sì, bellissimo, che l’amore si può attaccare come i trasferelli, che se io mi sono innamorata di te tu non puoi non ricambiare. Oh, cuore aulico.

Ma Dante (furbo) non mi ha mai detto che quando l’amore finisce non finisce per osmosi inversa.
Non mi ha detto che quando l’amore finisce solo uno dei due si brucia. Che se una metà smette di amare, l’altra continua.
Dante mi ha fregata.
Perché quando l’adesivo si stacca, rimane la colla.
L’amore non tollera che chi è amato non riami.
Ma permette di essere amato a chi non ama più.
Dante non aveva detto che essere amati è una cosa, smettere di esserlo un’altra.
Io odio l’amore.

L’amore è un processo chimico.
Balla colossale. La più titanica panzana dei secoli. Perché il processo chimico è irreversibile. Perché se i due reagenti reagiscono tra loro innamorandosi e producendo Amore, non possono più tornare indietro. Perché creano una cosa talmente geniale e fusa che sono spacciati. Sono mescolati nel loro amore per sempre. Com’è dantesca, la chimica.
Le cose non stanno così. L’amore è solo un processo fisico. Perché è evidente che si può tornare indietro. Che i reagenti si possono riseparare. È cristallino che tutta quella sinfonia partitura coro angelico di odori suoni colori sapori corpi umori carezze impronte dolcezze può finire da un momento all’altro. Tutta quella miscela di due diversi che fanno uno solo non esiste. Il prodotto si può scindere. La scissione non si ricompone. E non rimangono che due corpi separati, intoccabili, distinti. Non più riaggregabili.
Anche la fisica mi ha fregato, e se la ride. Perché altro non fa che cambiare l’aspetto agli oggetti, ma la sostanza rimane inalterata. INALTERATA. La fisica ci ha gabbati alla grande.
Allora è questo, l’amore? Un’illusione? Un camouflage? E tutto quel ribollimento e rimescolamento e unione di due, due, che fanno uno, UNO, non esiste? Non ci sono che due, solo due, che saranno sempre due sotto le mentite spoglie di uno? La sostanza non varia.
Allora l’amore non esiste.
Che delusione.
Prima la letteratura, poi la fisica.
Anni di scuola gettati alle ortiche.

 

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