Martina Vecchi

Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.

Si dice che una volta superato l’impatto, il resto venga da sé. Ok, è vero nella maggior parte dei casi. È altrettanto vero, però, che spesso meno si fa e meno si farebbe. Una intro un po’ molto alla larga per constatare e soppesare la drammaticità dell’impatto con i simili Bipedi Umani dopo un lungo (biblico, incommensurabile) periodo di romitaggio casalingo. Ma che poetessa...

Diciamo pure alienazione, disconnessione, autismo, quasi. Non mi voglio risparmiare nessuna auto recriminazione. Cercherò di essere impietosa. Una reprimenda degna di tanta ars oratoria. Io sul banco degli imputati, e ancora io a giudicare le mie scelleratezze. Anzi, le mie manchevolezze.
Volendo sradicare a forza dal sottosuolo un lato positivo (ridicolo quanto imbarazzante), mi verrebbe da asserire che stare tanto tempo senza fare una certa cosa te la faccia riscoprire come ex novo, quasi non l’avessi mai fatta prima. E me ne convinco anche, facendo appello agli scampoli di studi umanistici che mi svolazzano in testa come colibrì, e che io goffamente tento di cucire insieme stile patchwork.


Quel “vivi nascosto” di Epicuro che sembrava aver trovato la chiave di volta del mondo, e non si può certo dire che non prendesse la vita con filosofia, echeggia nella vacuità impolverata della mia scatola cranica rimbalzando fastidiosamente, fino a conficcarsi e germogliare con timidezza. Quella certezza del comune destino, quella rassicurante mancanza di provvidenzialità, quel materialismo così inappuntabile. La saggezza si spreca. In un’improvvisa ondata di trascendenza mistica, lo spirito del Sommo Filosofo s’impossessa delle mie diafane convinzioni, e le trascina vorticosamente fino a farmi prendere drastiche misure preventive. Applicando un deciso integralismo epicureo, mi barrico in casa assottigliando al minimo sindacale i contatti umani, seguendo il ferreo principio secondo cui tanto meno mi espongo, tanto più riduco le possibilità di urti emotivi (amorosi? Dai, su, è ovvio) dalle conseguenze devastanti.


Poi mi sovviene che quel solido Epicuro ha condotto alla pazzia e al suicidio Lucrezio e funestato l’esistenza del povero Leopardi, orbo, gobbo, malaticcio e accidentato, che a chiudersi in casa sublimando l’amore per la vita col sudore delle carte finì per morire affogato dai suoi stessi polmoni, lasciando un’ingombrante eredità di gloria e religioso assenso ma, ahimé, postumi.


Poi, riavutami dalla mia logorante psicomachia, cerco di restituire i nomi alle cose e la dignità ai poveri pilastri filosofici che ho impropriamente tirato in ballo, affibbiando in giro ciecamente, incautamente, erroneamente, presuntuosamente responsabilità pesanti, che adesso mi tornano indietro come boomerang e mi fanno venire bernoccoli in fronte..

E quindi maledico il Mr. Hyde che è in me per avermi tentata col malaugurio di un corvo, subdolo ma greve. Rinuncio alla solitudine coatta e scelgo di non privarmi della possibilità di condurre, o quanto meno simulare di condurre una vita da essere umano e reattivo. Rinuncio all’apologia della solitudine forzata e rinuncio a cercare a ritroso nella storia archetipi del mio atteggiamento.


A guardarmi uscire di casa si direbbe di vedere un latitante investito dall’aria pura dopo mesi di reclusione in bunker. Esco dal buio catacombale della mia camera (che in realtà è una mia pura distorsione mentale poiché, paradossalmente, casa mia è inondata di luce) e mi ritrovo non so come (devo aver perso la lucidità durante il tragitto, credo sia normale, dopo un alternarsi di compressione/decompressione del tempo) a varcare la soglia di questo locale. Il più semplice, tranquillo, innocuo locale. Gremito con moderazione. Stimo quasi nulle le possibilità di soffocamento. Mi accorgo di aggrapparmi al braccio della mia amica Manu come uno zoppo a una stampella, allora allento la presa, per non risultare patetica. Evito di simulare dimestichezza e solarità, quando temo invece di essere il ritratto del rachitismo. Mi sforzo però di sintonizzare la mia tune mentale dal De profundis a un qualsivoglia motivetto pop.
Cerco di riconoscere i brani di un medley di sottofondo molto teen-age style che le casse del locale diffondono. Non so perché, ma per me le feste di laurea devono sempre avere un imprinting operistico. Forse perché non riesco a scindere il retaggio antico solenne dell’evento dalla goliardia alcolica e liberatoria dei festeggiamenti. Stringo mani, concedo sorrisi (da documento), cerco di riattivare la salivazione e, dopo essermi acclimatata, mi rilasso in un angolino accanto ai tavoli del buffet, assieme alla Manu che, con mio (sadico) sollievo, non sembra troppo easy nemmeno lei, molto più simile a una sogliola dall’impanatura molliccia.
Effettuo una rapida schedatura di tutte le leccornie che campeggiano sui tavoli, un tripudio di stuzzichini, fritturine, salatini, bocconcini, patatine, tutte cose colesterolo-friendly tipiche da aperitivo/cena di laurea. Io mi sono premunita, e sono venuta già mangiata. Ho consumato a casa una cena a base di tre kiwi e una mela cotta, e adesso il mio pancino sta piacevolmente brontolando, ma la fame l’ho dimenticata per strada.
Sono immobile come dopo aver fissato Medusa negli occhi, perciò abbandono la posa da cariatide e mi munisco di piattino e posate di plastica, giusto per confondermi meglio tra la massa di festanti che si stanno giusto ora avventando sul buffet come una mandria di rugbisti in cattività. Il momento dell’assalto al cibo è il più rilassante, perché la gente è in solluchero ormonale da delirio gustativo, e alcuni sguardi misti che prima scrutavano in tralice i miei jeans strizzati (o quello che i jeans suggerivano) stanno ora dilaniando il cibo come tritarifiuti.
Mi dirigo assieme a Manu col mio bicchiere verso le bevande ma, a parte vino rosso e cole zuccherine non c’è nulla che c’aggradi. Un ottimo pretesto per discostarci dallo stufato di odori e calori umani, dirigerci assieme verso il lato bar opposto al locale, e sciropparci la carta degli analcolici alla ricerca di qualcosa di fruttato.
Opto per uno Shirley Temple, e mi trovo in mano un bicchierone alto e stretto colmo di ghiaccio e di un liquido rosa chiarissimo con una sensuale e ammiccante ciliegina candita al vertice. Non so perché, ma mi sento improvvisamente al sicuro, e inizio a sorseggiare lo Shirley riconoscendo il saporino del ginger ale. Mi godo il fresco del cocktail, e ho un brividino di approvazione.

 


Guardo la Manu, che beve avidamente una cedrata, ed entrambe ci appoggiamo al bancone, di spalle. Allora osservo la selva umana assiepata attorno ai tavoli del buffet, sempre più vuoti. Gente che parla, chiacchiera, schiamazza, mastica, beve, ride, scherza, ballicchia, racconta aneddoti interessanti (o no?). Tutti amalgamatissimi.
Cerco di visualizzare Enri, la festeggiata, e vedo un cespuglio di foglie d’alloro che fa capolino da un groviglio di braccia e salatini.
Poi guardo nel mio bicchiere e faccio un rumore di risucchio con la cannuccia. Poi guardo l’ora e di nuovo la gente che non mi ha notata, non mi sta notando e non mi noterà. Saranno fidanzati? Saranno innamorati? Qualcuno soffrirà per qualcun altro? Evidentemente no, perché altrimenti starebbe al bancone a bersi uno Shirley Temple.
Allora interrogo mentalmente il fondo annacquato dello Shirley, cercando di capire dove sia il mio posto, se ce ne sia uno, ed eventualmente come occuparlo.
Poi mi guardo le punte arrotondate delle scarpe alte col plateau, peggio di una tortura malese.
E mi tornano in mente Epicuro e compagnia cantante, e tutte le fregnacce filosofiche sulla vita saggia e serena e troppo easy e priva di affanni.
Ingollo il ghiaccio e rimpiango che non sia alcolico.

 

Un secondo leggero e tutto primaverile a base di asparagi freschi di stagione, che potrebbe costituire anche un antipasto, se abbiamo in programma un pranzo o una cena molto articolati.
Un piatto che può essere apprezzato anche dai bambini, delicato, realizzato con ingredienti semplici e genuini. Una ricetta di facile esecuzione anche per chi non è abile ai fornelli.
Non specificherò le quantità, sappiamoci regolare in base al numero dei commensali.


Ingredienti:


• Asparagi freschi, quantità a piacere;
• Prosciutto cotto (scelgo sempre il più magro: sono un po’ schizzinosa e non amo il grasso…) alternativa prociutto crudo;
• Grana grattugiato;
• Pepe a piacere (io non lo amo particolarmente)

 

ricetta-involtini-prosciutto-asparagi

 

Preparazione:


Laviamo gli asparagi e puliamoli, eliminando le parti troppo filose. Sbollentiamoli in acqua senza portarli a cottura completa, devono rimanere sodi.
Componiamo mazzetti di tre o quattro asparagi, e avvolgiamo ciascun mazzetto con una fetta di prosciutto.
Adagiamo i nostri involtini sulla leccarda del forno, rivestita da carta forno, e spolverizziamoli con abbondante parmigiano. Aggiungiamo un sottilissimo filo d’olio, o un’ombra di burro, e lasciamo gratinare in forno già caldo per una quindicina di minuti, fino a doratura.
Serviamo il secondo di asparagi ben caldo, accompagnando magari delle patate arrosto o dei pomodori gratin.

 

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Gli asparagi regnano sovrani sulle tavole a primavera. Moltissime sono le declinazioni culinarie per questo ortaggio che, se di per sé non ha un gusto prorompente, conquista il palato quando abbinato con originalità e gusto.
Oggi vediamo come un primo semplicissimo, a base di asparagi, possa costituire tanta parte di un pranzo pasquale (all’insegna della leggerezza… senza miseria, però!) o una cena informale, o anche una domenica in famiglia. Pochi ingredienti ma risultati considerevoli!

 

Pasta con asparagi delicati

 

Ingredienti per circa tre persone:


• 275- 300 g pasta corta/lunga (farfalle, l’ideale, anche se per il mio pranzetto di Pasqua ho utilizzato i rigatoni, uno dei miei formati di pasta preferiti!);
• 1 mazzo di asparagi freschi (circa mezzo kg);
• 40- 50 g ricotta vaccina;
• Grana grattugiato a volontà;
• Cipolla e olio per un soffittino

 


Preparazione


Laviamo e puliamo gli asparagi eliminando le parti più filacciose e meno gustose. Tagliamo gli asparagi a tocchetti e poniamoli in un tegame antiaderente in cui avremo fatto imbiondire un po’ di cipolla (ho usato quella surgelata) in qualche cucchiaiata di olio (olio e quantità di cipolla a piacere, io vado sempre a occhio).
Lasciamo cuocere gli asparagi fino a che non si saranno bene inteneriti. A fuoco spento aggiungiamo la ricotta, e mescoliamo.
Nel frattempo lessiamo la pasta in abbondante acqua salata, e aggiungiamo poca acqua di cottura agli asparagi precedentemente preparati per “pasticciarli” un po’, se il condimento con la ricotta dovesse risultare troppo denso.
Scoliamo la pasta e uniamola al sughetto di asparagi e ricotta, mescolando energicamente e amalgamando tutto.
Aggiungiamo un’abbondante grattugiata di parmigiano et voilà!
Se volessimo arricchire il piatto per renderlo un po’ più… Carnivoro, potremmo aggiungervi dello speck a listarelle, o del prosciutto crudo, o della pancetta affumicata a cubetti… Ancora più gustoso!
Ho fornito delle quantità di massima per gli ingredienti, in base alla mia preparazione e al mio gusto, dipende sempre da quanto preferiamo che la pasta sia condita, cremosa e saporita, e da quanto siamo… Capienti, ovviamente.

 

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Il frutto più antico e più semplice, così semplice da essere spesso sottovalutato: la mela vanta eccezionali proprietà per la nostra salute. Possiamo ritenere questo frutto una vera e propria “farmacia naturale”. La mela è disponibile in ogni momento dell’anno, e ciò consente di usufruire delle sue innumerevoli proprietà in qualsiasi stagione.


Cosa c’è nella mela?

L’85% circa del peso di una mela è costituito da acqua, mentre dal 9% al 12 % circa è costituito da zuccheri di diverso tipo, tra cui il fruttosio che, in quantità ridotte, non richiede l’utilizzo dell’insulina e quindi non ha controindicazioni se consumata dai diabetici.
Nella mela sono presenti vitamine molto importanti: A, B1, B2, C e PP, Sali minerali e oligoelementi come calcio, cloro, ferro, rame, magnesio, zolfo, potassio, fosforo, iodio e silicio.
Nella mela sono quasi totalmente assenti grassi e calorie: circa 40 kcal per ogni 100 g di parte edibile.

 

Perché la mela fa così bene alla salute?

Una fibra solubile, chiamata pectina, è presente in maniera significativa all’interno della mela. Una mela di media grandezza, infatti, se consumata insieme alla buccia, fornisce circa 4 grammi di fibre.
La pectina rallenta l’assorbimento degli zuccheri e aiuta a tenere sotto controllo la glicemia, e contribuisce inoltre ad abbassare il tasso di colesterolo cattivo (LDL) nel sangue fino al 16 %, e ad aumentare invece la produzione di quello buono (HDL); per questa ragione la mela è un frutto consigliato a chi soffre di malattie cardio-metaboliche.
Inoltre la pectina, se assunta cruda, aiuta a risolvere i problemi legati alla diarrea, poiché i batteri intestinali la trasformano in una specie di guaina lenitiva e protettiva per le parti irritate dell’intestino. Per combattere la stipsi, invece, basta mangiare una mela cotta al giorno.

 


Rispetto agli altri frutti, la mela può essere consumata a fine pasto perché non fermenta, anzi, ha un’azione digestiva; inoltre pulisce i denti e massaggia le gengive.

Non solo: la mela vanta anche un buon potere diuretico, in quanto leggero stimolante dei reni, e fa bene a chi ha calcoli renali, oppure a chi ha un’insufficiente emissione di urina.
Caratteristica ancora più importante, secondo una ricerca italiana, svolta dall’Istituto Tumori di Genova, la mela avrebbe proprietà antitumorali, tanto che sarebbe in grado di diminuire del 20% il rischio di sviluppare queste patologie (al cavo orale, esofago, colon retto, mammella, ovaie e prostata): l’effetto antitumorale sarebbe dovuto alla procianidina (polifenolo), una sostanza antiossidante che riuscirebbe a contrastare in modo efficace l’invecchiamento delle cellule e, quindi, lo sviluppo dei tumori. Secondo uno studio americano, le mele più efficaci nella prevenzione tumorale sarebbero la Stark Delicious, la Granny Smith e la Renetta.
Ma ancora non è tutto! Pare infatti che le mele contengano quercetina, un’altra sostanza antiossidante utile nella lotta contro le malattie neurovegetative; le mele producono benefici anche alla vie respiratorie: i bambini affetti da asma, ma che bevono quotidianamente succo di mela, soffrono meno di attacchi rispetto ad altri che bevono meno succo; alcuni studiosi francesi hanno rilevato che nelle mele è contenuto un particolare tipo di flavonoidi in grado di aumentare la densità ossea e prevenire l’osteoporosi.
Insomma, le potenzialità della mela sembrano in continuo progredire!

Tanti argomenti a suffragio della stessa tesi: una mela al giorno leva il medico e i malanni di torno!

 

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