Martina Vecchi

Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.

18 aprile, giovedì

Sono le tre e trentatre minuti e quindici secondi del mattino quando, rannicchiata sul fianco sinistro in posizione fetale, sepolta sotto una coltre di coperte, sono brutalmente svegliata da un pensiero, anzi una musica, anzi una colonna sonora.

Con gli occhi sbarrati e una sensazione di imminenza e, (è complicato da definire), direi una strana percezione che tutto si sia condensato in un secondo, formulo lucidamente un pensiero assurdo e ingiusto. Cioè, non ingiusto in generale, ma ingiusto per quel momento lì. E crudele.

Oggi ho un esame. Alle nove. E sei ore prima sono immobile (direi più inamovibile) nel letto, sveglissima, a pensare che io e te condividiamo un film, anche se tu non lo sai. Non lo sai perché, come al solito, io sono arrivata in ritardo. Arrivo sempre troppo tardi. L’ho visto, sai, alla fine, Little Miss Sunshine, ed è un piccolo capolavoro. Un film delizioso, bellissimo, toccante, (perché mi è piaciuto così tanto?), con una colonna sonora meravigliosa, e ho anche pianto quando l’ho visto (ah sì? Addirittura? Su…). E vorrei assolutamente, disperatamente comunicarti tutto questo e molto altro sulla mia entusiastica scoperta, ma non posso. Perché sono in ritardo, perché è troppo tardi, e noi condividiamo un film, ma tu non lo sai e non lo saprai mai. (Ma ti sarebbe importato qualcosa, poi?)

E io ho l’esame.

E tutto ciò è tremendamente ingiusto e crudele. Adesso.

 

Andiam, andiam, andiamo a dar l’esam…

 

Questa mia personalissima cover della grande hit dei sette nani mi fa regolarmente da colonna sonora mentale ogni volta che percorro la strada che mi porterà a sostenere un esame. Ebbene sì. La mia schizofrenia sfonda i limiti delle colonne d’Ercole. Ogni perversa ipotesi è più che lecita.

Dev’essere una cosa scaramantica. Se non mi canticchio la canzoncina so (lo so per certo, è un assioma quindi non posso motivarlo, ma lo so) che l’esame andrà male, malissimo per cui, dal 2007 a questa parte, i sette nani e il loro encomiabile spirito artigiano accompagnano il viaggio della speranza da qui all’università.

 

19 aprile, venerdì

Saranno stati i nani, sarà stato perché c’era il sole, o magari sarà stato che ho studiato tre mesi, fatto sta che mi ritrovo a prendermi le mie ventiquattrore sabbatiche post-trenta e lode. L’effetto cannabis (mai provata, ma credo di essermi fatta un’idea: l’effetto- saturazione da zuccheri semplici è la stessa cosa) dura appunto ventiquattrore.

Allora decido di sfruttare questa sensazione di profumata leggerezza, colma di affetto per l’Umano e gratitudine alla vita e, dopo l’insidiosa tentazione di concedermi alla lussuria sfrenata dello shopping (chissà perché noi donne quando siamo troppo felici o troppo infelici avvertiamo questa impellente necessità di comprare? Mah…) esco a farmi una corroborante e salutare passeggiata al parco, abbigliandomi però di tutto punto, un’esplosione di primaverile femminilità (o demenzialità?)

Aaah, che bella la natura, che bella la primavera, che belli i colori! Mi godo proprio questo sole tiepido e quest’arietta piacevole. Ho la musica a palla nelle orecchie e cammino a passo molleggiato, stile sfilata sulla Rodeo Drive, decidendo di abbandonare la mia solita andatura da bersagliera.

E comincio mentalmente a enumerare tutti i film che ho visto, non ho visto, vorrei vedere, vorrei rivedere. Senza un motivo particolare, o forse sì: come ogni volta, dopo aver dato un esame, si ha sempre la sensazione (o perlomeno, io ho la sensazione) di svuotamento, di trovarsi di fronte una nuova pagina intonsa da riempire. E allora comincio a stilare i buoni propositi per il nuovo capitolo, tra i quali figura un tentativo di rieducazione filmica tramite la somministrazione di un dvd al giorno, fino a esaurimento ignoranza.

 

pensieri-di-amori-e-film

 

E mi sovviene un quesito metafisico che mi porto dentro da quando vidi Taxi driver (quando trovai il dvd in edicola, allegato a non so quale rivista, avevo circa diciotto anni): ma alla fine, Robert De Niro in versione mohicano punk, la strage la compie davvero o è solo frutto della sua immaginazione, la rimozione immaginifica del suo ego represso e bla bla bla tutte le altre interpretazioni?

Mi riprometto di rivedermi il film, ma il quesito mi stuzzica, e vorrei sciogliere il dubbio filmico.

 

Adesso mando un sms a… Eh no, eh. NO. Ancora.

 

Ed ecco. Ancora.

 

Il guizzo del mio perverso istinto, in combutta con cuorecervello (sì, ormai un’entità unica, anzi, una massa informe, una Cosa): ecco perché mi è venuto in mente proprio Taxi driver, ecco perché.

Perché c’è solo una persona che potrebbe rispondermi, solo una.

 

Solo tu, che peggio del peperone mal digerito ritorni. Peggio dell’orticaria, peggio della muffa sul muro, molto peggio dell’indigestione. Non ti è bastato togliermi il sonno la mattina dell’esame (cioè solo ieri…)? Peggio dell’onicomicosi.

 

E decido di tenermi il dubbio filmico.

 

Aaah ragazzi. È primavera. È giunta, ordunque. Si è posata su di me con dolcezza, un refolo d’aria sulla pelle, facendomi trascorrere una notte di sonno intermittente e sofferto, inframmezzato da arsura e violenti starnuti, pruriginose lacrimazioni oculari, dovute stavolta non alla lotta impari tra cuore e cervello, bensì a cause fisiologiche del tutto prevedibili, come l’allergia.

 

Maledetta primavera.

È confortante (o sconcertante) rendermi conto che potrei raccontare la mia vita con le canzoni. Mi piace pensare di essere una persona musicale.

Musica fanciulla esangue. 

Ecco, l’ho fatto di nuovo.

Uno dei mie enormi (titanici) problemi è la totale incapacità di gestire il marasma di citazioni che mi sciamano nella testa, planando come uccelli impazziti (Hitchcock?): svolazzano, si beccano, sbattono contro le pareti della mia modestissima scatola cranica, spazio troppo angusto per poterle contenere tutte.

Non amo molto le persone che parlano per citazioni.

Forse perché invidio loro la battuta brillante ad hoc per ogni occasione.

Io sono più quella delle reazioni a scoppio ritardato.

A volte troppo ritardato.

A volte proprio non ho reazioni.

Io ci provo, a mettere in stand by il cervello per scegliere una e dico una cosa a caso dalla discarica metafisica che è la mia testa, ma vado in tilt e tutto si risolve in autismo. (Musica fanciulla esangue è lo stralcio di una poesia di Dino Campana, La Chimera, è bellissima, soprattutto quando lui dice Io poeta notturno vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo).

No, esco dalla parentesi, non si può lateralizzare una cosa così.

Sono estemporaneamente colta da uno dei miei (perigliosi) momenti di esaltazione mistica.

Nei pelaghi del cielo.

Ma come si fa, dico io, come si fa a dire una cosa così bellissima.

I pelaghi del cielo, mamma mia, è da paura. Non credo di essere all’altezza di riuscire a immaginare un cielo marino. O un mare Celeste.

(Una roba simile l’ha detta più tardi Andrea Zanzotto, parlando di cieli di fango, ma in tutt’altro contesto).

Dev’essere troppo da poeti, l’unione di cielo e terra. Non credo di esserne degna.

Ma come sarebbe, se uno venisse da me (in una delle mie consuete crisi death metal di lotta impari tra cuore e cervello) e ponesse fine a queste sofferenze astratte e concrete giocandosi la carta dei pelaghi celesti?

Ecco, svanito come un fuoco fatuo il momento di estasi mistica (prima però vengo travolta da una serie di suggestioni e immagini vivifiche e anche orrifiche e iperletterarie sui fuochi fatui e sulle leggende del folklore celtico).

Segue atterrimento e relativo impantanamento nel liquame informale (altra citazione) della mia solita realtà reale, il richiamo all’ordine del mio cervello, lui, l’imperativo categorico, simpatico come un clistere, fastidioso come l’Arbre Magique alla vaniglia, subdolo come lo shopping, appiccicoso come una Big Babol.

E mi sovviene che non solo è del tutto improbabile che l’Uomo Perfetto si presenti alla mia porta giocandosi l’asso pigliatutto (sì, stracciami il cuore, uccidi il nemico del cervello, ti prego) del pelago celeste, ma è altrettanto fosco che mi offra anche solo un deca al bar. 

Starnuto.

Che fretta c’era, stramaledettissima primavera, potevi startene dov’eri.

Altro starnuto.

 

La moda dello smalto e della manicure perfetta è ormai diffusa tra le donne da tempo immemore: la possibilità di dare un tocco di allegria e di carattere al proprio aspetto curando i dettagli è irresistibile per le più!

 

La nail art ha poi consacrato questa pratica, facendo della cura e della decorazione delle unghie una vera e propria… Arte, appunto.

 

Facciamo attenzione, però, a curare e a mantenere le nostre unghie sempre sane: sottoponendole in continuazione a trattamenti, le unghie possono indebolirsi e ingiallirsi. Per evitare ciò, è consigliabile nutrirle con dell’olio di lino e utilizzare, per la rimozione dello smalto, dei prodotti privi di solventi aggressivi (clicca qui per gli altri prodotti consigliati per le tue unghie)

 

Inoltre, le unghie parlano della nostra salute: alterazioni di consistenza, forma e colore possono essere un segnale che nel nostro organismo c’è qualcosa che non va. A volte, un cattivo stato delle unghie può dipendere dall’uso di smalti scadenti e solventi troppo aggressivi; altre volte, invece, può essere dovuto a malattie della pelle (psoriasi, micosi), piccoli traumi o disturbi interni.

 

come-usare-lo-smalto

 

Ecco otto mosse per applicare perfettamente lo smalto:

  1. Limare le unghie.
  2. Stendere la base trasparente.
  3. Agitare lo smalto per eliminare i grumi e renderlo omogeneo.
  4. Stendere lo smalto partendo dalla punta, iniziando dal centro dell’unghia per poi spostarsi ai lati. È necessario effettuare movimenti verticali.
  5. Lasciare asciugare lo smalto molto bene. Non esageriamo con la quantità di prodotto che applichiamo: in questo modo lo smalto si asciugherà prima e senza imperfezioni. Se desideriamo un effetto intenso, meglio stendere più strati di smalto in più passate, facendolo assorbire tra una passata e l’altra.
  6. In caso di sbavature, usiamo un pennellino asciutto a punta piatta, se lo smalto non è ancora asciugato; se invece è già secco, possiamo utilizzare un pennellino o un bastoncino di cotone imbevuto di solvente.
  7. Applichiamo una mano di fissante trasparente sullo smalto colorato, una volta che questo sarà asciugato, per renderlo più durevole nel tempo.
  8. Massaggiamo mani o piedi con una crema nutriente.

Con qualche accorgimento in più manterremo le nostre unghie sane e ben curate!

 

Portebbe interessarti pure: Smalto, Specchio delle mie brame

Le rughe sono pieghe della superficie della pelle che si formano a causa di cedimenti delle strutture cutanee, dovuti a carenza di collagene ed elastina.

 Si formano sulla pelle del corpo e del viso, ma in particolare su quest’ultimo, poiché in questa zona l’epidermide è maggiormente sottoposta a stress, stiramenti ed estensioni. 

Quanto più sottile è l’epidermide, tanto più compariranno rughe e segni dell’età. A partire dai trent’anni, la pelle diventa più sottile e meno liscia. 

È bene sapere, e non tutti ne sono al corrente, che in montagna il livello di radiazioni di raggi ultravioletti è superiore di circa il 20%. La neve riflette la quantità di radiazioni, raggiungendo il doppio dell’effetto che si ha normalmente in città.

È importante sapere ciò, poiché l’esposizione alla luce dei raggi UV può contribuire per circa due terzi all’invecchiamento della pelle: le cellule dell’epidermide non si rinnovano più correttamente, e fanno così la comparsa le prime rughe.

 

zone-rughe-viso

 

Cinque trucchi per combattere le rughe:

  1. Evitiamo l’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti, sia raggi solari che lampade artificiali. Le lampade fanno malissimo alla nostra pelle, anche se ci sottoponiamo a esse sporadicamente, e anche se non vogliamo arrivare al mare color mozzarella. Un piccolo sacrificio possiamo farlo! (senza contare che, spesse volte, l’effetto- lampada è davvero tamarro…) Proteggiamo sempre la pelle conuna crema solare mirata; cerchiamo di esporci al sole “buono”, possibilmente la mattina presto, evitando le ore centrali.
  2. Non fumiamo! Scontato e retorico? Meglio pensare agli effetti del fumo sulla nostro corpo, non solo sulla pelle! Il fumo accentua l’invecchiamento della pelle e la formazione di rughe, e spegne il colorito; la nicotina ingiallisce i denti, arrochisce la voce, e quel che è peggio avvelena i polmoni!
  3. Applichiamo tutti i giorni una crema viso adatta al nostro tipo di pelle: ci aiuterà a mantenerla elastica e liscia, combattendo le rughe già presenti. Questo trattamento dev’essere effettuato con diversa frequenza, a seconda della stagione e del tipo di pelle.
  4. Seguiamo un’alimentazione ricca di frutta e verdura: contrasteremo l’invecchiamento dell’epidermide, e contribuiremo alla bellezza e alla luminosità della nostra pelle.
  5. Sembra frivolo, ma un po’ di ginnastica facciale allenerà i muscoli del viso, aumentando la tonicità e prevenendo i cedimenti e le rughe. Pochi semplici passi per una pelle più giovane e più bella!

 

Potrebbe interessarti anche: Veleno delle api. il nuovo anti-rughe