Martina Vecchi

Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.

17 Mag

Apologia della frottola

Pubblicato in Amore

Quando è davvero necessario usare una bugia per salvarsi da situazioni asfissianti.

Le bugie hanno le gambe corte. Ma la gastrite è peggio.

(da una saggia affermazione di qualcuno, captata in fila alla posta, mentre pagavo la bolletta del gas)
È primavera e love is in the air. Everywhere I look around. Va beh che più che all’amore mi fa pensare a quanto sia bello camminare in una valle verde ma, in effetti, nulla vieta che si possa passeggiare mano nella mano a piedi nudi tra l’erba tenera.

Appunto. Ecco.

Le tue amiche hanno organizzato una cena tra coppie in cui tu saresti l’unica… “scoppiata”?


Oppure


Le tue amiche hanno organizzato un fine settimana in una spa per festeggiare l’imminente matrimonio di una di loro e scambiarsi amenità e chiacchiere su quanto sia bello l’amore e quanto sia gratificante la vita di coppia?
Niente paura! Se con qualche piccolo accorgimento seguirai la Filosofia di Pinocchio eludendo abilmente il Senso di Colpa che, come una piovra, potrebbe agguantarti senza lasciarti possibilità di fuga, allora i tuoi problemi saranno (momentaneamente) risolti!

Perché farti venire la colite spastica prefigurandoti il ruolo di candelabro che inevitabilmente ricoprirai seduta al tavolo mentre le tue amiche, incollate ai loro maschi come telline ai gusci, elargiranno secrezioni salivari producendo rumori di risucchio molto simili a quelli dei gorghi?

E tu, incollata al tuo trancio di pizza ormai marmoreo, tirerai su col naso, quasi a voler prevenire un attacco di lacrimazione che, data la gravità del momento, rimarrà strozzato tra la trachea, l’esofago e la faringe?

Perché rimanere in religioso silenzio a contare le mattonelle del pavimento, i listelli delle cornici dei quadri appesi al muro, le striature degli infissi in legno, le ragnatele agli angoli del soffitto mentre le tue amiche, immerse in disquisizioni di carattere erotico-amoroso, ti faranno sentire come una medusa spiaggiata nella Sierra Leone?

Insomma basta. Anche tu hai diritto a uno straccio di dignità. Meglio bugiarde ma con la flora intestinale integra, che immolate in rispetto del nobile Senso di Lealtà Amicale, ma trafitte da parte a parte come il San Sebastiano del Mantegna.

Anche noi single abbiamo il sacrosanto diritto di tutelarci, dato che non godiamo della protezione di Amnesty International e, non potendo usufruire di quel senso di pienezza ebbra data dalla tempesta di serotonina amorosa, dobbiamo fare di necessità virtù, sviluppando gli anticorpi armati per farci largo in questa giungla di accoppiati.

E quindi la si spara grossa. La si studia per bene. L’immaginazione e la creatività non mancheranno di sicuro perché, in situazioni d’emergenza, la nostra mente lavora come galvanizzata dalla carica adrenalinica, prodotta dalla stessa spinta propulsiva ansiogena che è in grado tanto di paralizzarci, quanto di renderci attive come non mai. Comincio a rendermi conto di appartenere a quella categoria di persone che realizzano cose quando sono sotto pressione.

E quindi, perché non adattare le circostanze al proprio utile vantaggio, se le circostanze ci sembrano troppo minacciose? A fare la boa galleggiante, in mezzo a petulanza e tripudio d’ammmmore, anche no. Mi digitalizzo e mi ologrammizzo da qualche altra parte nella mia valle personale.

Porca miseria, c’è gente che ci costruisce una vita (di palafitte, però) sulle bugie. Una balla-salvagente ogni tanto che male farà?
È una questione di sopravvivenza e di salute: mi voglio troppo bene, e non permetterò che la melassa altrui mi renda diabetica più di quanto non faccia io stessa sfasciandomi di gelato.

E poi: perché dovrei io sentirmi tanto in colpa (forse perché ho la coda di paglia…) se racconto una frottoletta, una piccola bugia innocente per evitare situazioni imbarazzanti? Voi, amiche organizzatrici di serate tra coppie che vi sentite in dovere di invitarci comunque per educazione, sì, voi, ma non vi viene in mente che forse (data l’evidente evidenza della configurazione dei fatti) sarebbe mooolto meglio farvi la vostra serata tra di voi?


E invece ancora no, è colpa nostra: non sarebbe molto più semplice uscire comunque? Oppure dire candidamente (a scanso di arrampicamenti sugli specchi): no grazie, tra coppie mi vergognerei?

Invece no. Anche stavolta ci si mette cuorecervello a complicare le cose. Perché la strada più semplice è troppo banale. Bisogna incasinarsi, sempre e comunque. E, per l’ennesimo giochetto perverso, arriviamo a sentirci a disagio, quasi a vergognarci (!!!) di portarci appresso la nostra singletudine. Inverecondi processi mentali.

 



Anche perché trovare sotterfugi per sfuggire dalle situazioni è come ammettere che le situazioni ci stanno sfuggendo. E che perciò non siamo all’altezza di affrontarle.
E quindi non facciamo altro che marginalizzarci, quasi ufficializzando la nostra estraneità (ma esistono riserve naturali per zitell… Pardon, single? Perché nel caso faccio le valigie…), anziché fregarcene ed evitare di precluderci esperienze mediamente significative, come, ehm, la vita.

Ma tu, Grillo Parlante, Imperativo Categorico, stattene zitto e lasciami in pace a marinare nella mia mediocrità e fatti i cavoli degli altri.
E' vero, le bugie hanno le gambe corte, ma la gastrite è peggio. A meno di non ledere l’altrui incolumità, non tanto frequentemente da cadere nel paradosso del mentitore, non tanto copiosamente da non risultare più credibili nemmeno a noi stesse… Una bugia, ogni tanto, malaccio non fa.

 

Potrebbe interessarti anche: Stanche di aspettare: Ma quando arriva l'uomo giusto?

 

Edulcorare la propria sensazione di inettitudine con tiepidi palliativi.

 

Con encomiabile generosità, metto a disposizione uno dei miei più teneri  e penosi tentativi di alleggerire un’ormai endemica media disperazione con ventiquattrore di fancazzistica atrofia mentale. (Rimborso spese d’attenzione)

 

Prologo

È mattina presto, anzi, prestissimo, e sono sveglia.  

Prima che la realtà mi piombi addosso con la consueta grazia elefantesca, faccio ostruzionismo mentale e realizzo che ho la pipì. Mi trascino in bagno, cercando di trattenere il calduccio profumato delle coperte, aggrappandomi a quel torpore confuso che mi tiene a metà tra la leggerezza ovattata del sonno e la consapevolezza di esserci.

Mi accuccio, raggomitolata nella conca che ho lasciato sul materasso. Cerco con i piedi il fresco del lenzuolo che non ho riscaldato col mio corpo. Abbraccio il cuscino e mi tiro le coperte fin sopra la testa. Ti prego, sono le cinque e mezza, fammi dormire ancora un’oretta.

Faccio respiri lunghi, cerco di riassopirmi.

E tràcchete, il fantasmino malefico se ne sta appollaiato ai piedi del letto. Mi sembra di essere finita nell’ Incubo Di Füssli.

Penso alle impressioni. E alle impronte. Alle tracce. Di chi non c’è più e di chi c’è stato. Penso alle impressioni che mi hai lasciato, e a quelle che io non ho lasciato a te.

Ho voglia di Nutella e di piangere.

 

Capitolo primo (e unico)

Mi alzo presto con una gran fame e, prima di andare a smaltire i rifiuti organici delle leccornie che il mio pancino avrà accolto, mi concedo un’abbondante colazione a base di: pane comune integrale e cioccolato fondente 80%; idem con burro chiarificato e marmellata di fichi; waferini quadrati al cocco; biscotti croccanti con farina di riso e pepite di cioccolato; una tazzona di latte scremato e Nesquik per gradire.

Già in leggings aderenti e felpa con cappuccio, infilo le sneackers e mi precipito a correre in salita fino al collasso delle coronarie, con la peggio musica tamarra che apostrofa i miei timpani come un bastone di legno accarezza una pignatta. Versato l’obolo e la bile, mi regalo a una lunga doccia refrigerante, cantando a squarciagola All by myself, per la gioia della badante romena che ha la stanza da letto al piano di sotto, esattamente sotto il mio bagno.

Liquidata senza pietà la buona intenzione di mettermi a studiare, mi dedico alla coltivazione dell’erba cattiva, vestendomi e truccandomi al bacio, e uscendo alla conquista del mondo.

Questo tiepido clima, con annessa arietta piacevole, mi fa tutto sommato bene all’anima. Mi fermo a comprarmi le gommose alla liquirizia e in una manciata di secondi me ne faccio fuori quattro, una via l’altra (devo ricordarmi di lavarmi i denti col Colgate sbiancante, perché la liquirizia ingiallisce lo smalto…).

Nel mio Ipod  Laurent Wolf conferma che I dont’ wanna work today. (Ma nemmeno yesterday e mi sa neanche tomorrow…). No stress. Okay.

Ed eccomi nel tempio del consumismo. Devo dire che l’abilità delle catene d’abbigliamento low cost nel rimbambire la timida visitatrice con luci stroboscopiche, visionarismo coloristico e musica da camera (delle torture) è indiscutibile. Non fosse per quell’energumeno alto due metri e venti atteggiato a security di Obama, che ti segue con lo sguardo con finta nonchalance come a dire “fingo di fare finta di nulla, perciò ostento il fatto che è TE che sto fissando” e, guarda caso, lo trovi sempre nel punto esatto in cui ti volti; la cui presenza granitica, scura e turrita ti fa sentire nuda e colpevole, e ti accorgi di trattenere il fiato finché non sei uscita dal negozio, dopo aver scongiurato che, varcando la soglia, il sensore antitaccheggio non si metta a fare biiiiiiiiiiiiip regalandoti un’inevitabile e vergognosa figura di merda-

Insomma, a parte tutto ciò, mi sento a mio agio. Riesco a dribblare un grappolo di commesse zelanti che mi invitano a chiedere se ho bisogno (una larvata minaccia a non uscire a mani vuote, quindi) e a dare un’occhiata, inoltre, ai supersconti del 40% (su cui noialtre, povere mentecatte, ci tuffiamo come allodole sugli specchi, riuscendo a spendere il quadruplo); riesco a mimetizzarmi tra una schiera di jumpsuits a stampe floreali  e la vedo.

 

Shopping-terapeutico

 

La vedo lì, che sembra volermi dire “comprami”, la maglietta che avevo adocchiato tempo addietro, e mi ero ripromessa di acciuffare prima del bisettimanale cambio di vetrina. Mi sta a pennello. Però, ovviamente, se prendo la maglietta devo anche abbinarci dei jeans. E se prendo i jeans devo anche avere un’alternativa alla maglietta. E sopra? Camicia. Altro? Altra maglietta scontata. (Ci sarebbe anche la canotta traforata…) Basta. Fuori di qui, via, il prima possibile. 

Assaporo quell’esaltazione allucinogena da shopping selvaggio appena consumato e, incurante dell’universo, con uno sfacciato sprezzo del salasso, mi accingo a convergere alla base.

Le mie movenze femminili e flessuose serrano ben presto i ranghi, sentendomi io uno strano ibrido tra Marion Crane e una cotoletta impanata, come per la sgradevole sensazione di un’imminente catastrofe, come vergognandomi di non meritarmi affatto quei momenti di libertà. Per cosa mi devo premiare? Di cosa mi devo consolare?

L’autoindulgenza è l’anticamera del lassismo, e il lassismo è l’atrio della nullafacenza. In fondo, mi sto limitando a vidimare la mia dichiarazione di cazzeggio libero.

Ma è poi vera libertà? Non è piuttosto il perverso giochino del cane che si morde la coda? In fin dei conti, non è meglio affrontare una cupa giornata di studio agendo nel giusto, che gettare alle ortiche mezza mattinata, agendo nell’empietà? E poi, diciamocelo, a cosa mi serve l’ennesima maglietta? A cosa mi serve l’ennesimo paio di jeans? L’ennesima camicia?

  

Ed ecco compiersi il paradosso: la libertà che diventa la gogna. 

E pensare che ero uscita per non pensare.

 

Ti interesserà pure: Devastanti effetti di una tranquilla passeggiata nel verde che comincia con un film e finisce con un film

 

Ci vogliono proprio quei momenti di insofferenza pura, così pura che puoi vederla farti ciao con la manina nella condensa del tuo alito sul vetro, ci vogliono proprio quei momenti, dicevo, in cui perché, percome e perquando ti senti la regina del reame degli sfigati (e provi una libidinosa soddisfazione a sguazzare nell’autocompatimento… O nell’autocompiacimento…), ci vogliono proprio quei momenti, stavo dicendo (ma mi diverto a perdere il filo… Forse apposta) in cui ti senti per nulla casalinga, ma molto disperata. Quei momenti lì, in cui ti sembra di essere utile come uno scooter senza ruote.

 Bene, mi trovo nel bel mezzo di uno di questi attimi indimenticabili, in cui il mio cervello è come uno specchio convesso e i pensieri ammassati e gommosi e appiccicaticci come Skifidol, e lo stomaco una lavatrice in centrifuga, e l’intestino come l’acqua di scarico della centrifuga, e il cuore come la pallina impazzita del flipper.

 

Più comunemente noto come: attacco d’ansia.

 

Cosa fare? Cercare di essudare l’ansia ed espellerla come una tossina (che non è una piccola tosse. Oddio, oddio, che pietà, ma DOVEVO dirlo), cercare di ricondurre l’equilibrio mentale allo stato consueto.

Ora, il problema di fondo è che il mio stato consueto è l’ansia, quindi non vedo come, da una condizione di ansia, possa ritornare a una condizione di ansia. Si tratta di sottigliezze, dunque. Rettifico: cercare di portare l’impennata ansiogena a livelli di nervoso che non interferiscano con le mie normali attività (sollevare un cucchiaino, mettere il cappuccio a una penna scappucciata, guardarmi allo specchio senza inorridire).

 

In preda alla disperazione (perché sono in uno stato di ansia) che fo?

Mi appello a San Google, naturalmente. Le mie dita cominciano a digitare richieste d’aiuto a destra e a manca (in nessuna delle due direzioni, in realtà: semplicemente nella barra di ricerca) e mi saltano fuori le più disparate soluzioni.

 

 

Provo a cliccare gli esercizi sciué sciué di rilassamento veloce, e comincio attentamente a seguire le istruzioni.

Punto 1: Siete in una condizione di ansia. Chiudete gli occhi e rilassatevi.

Se fossi in grado di rilassarmi da sola non starei qui a leggere i tuoi “step by step”, non trovi? Beota.

 

Cambio sito.

Chiudete gli occhi. E fin qui.

Isolate l’episodio doloroso che vi ha provocato ansia. Episodio? Sono più di cinque lustri di vita.

Associate un colore all’episodio sgradevole. Oook. Mmm… Rosso?

Mettete una mano sulla parte del corpo in cui localizzate il pensiero sgradevole. Nel mio caso è il cuore. Per fortuna. Ih ih, pensa fosse stato qualcos’altro…

Con la mano sulla parte localizzata, portate il pensiero sgradevole fuori da voi. Ok, metto la mano sul cuore. Così però mi viene da intonare l’inno di Mameli. Gesù.

Quanto mi sento ridicola.

 

Cerchiamo altro.

Incappo in “come liberare i chakra offuscati dai pensieri negativi”. Ci clicco su, rapita dalla sapienza orientale.

Seduti comodi a gambe incrociate (io non sto comoda a gambe incrociate) chiudete gli occhi e liberate la mente. Beh certo. Facile come svuotare l’armadio. Concentratevi sulla pronuncia dell’om. Emettete un om sonorante. (Un om sonorante???) Sentite l’essenzialità che vi attraversa. Sentite l’Unotutto.

Tutto quell’uno che sento è una crisi di ridarella che mi si scatena a forza di om om e ancora om. E ancora om e poi om e poi omavvaff!

 

Va beh. Passiamo ad altro.

Rebirthing: respirazione con la pancia. Devo aver bevuto troppa acqua, perché mi parte un attacco lancinante di colite che mi devo stendere.

Va beh.

Dopo aver cercato di trovare la via d’uscita dal mio atro ginepraio mentale, clicco sulla musica rilassante. Ma non la chill out stile Buddha bar o Cafè del Mar, che più che rilassar (DOVEVO fare la rima) ti fa venire il latte alle ginocchia. Opto per i suoni della natura. Mi accoccolo sulla mia sedia ergonomica, chiudo gli occhi  e comincio ad ascoltarmi lo sssccchhh di una bella pioggia estiva. Dopodiché lo sciabordio delle onde del mare. Dopodiché lo scorrere di un ruscello di montagna. Dopodiché lo scroscio di una cascata.

Dopodiché mi scappa la pipì e devo correre in bagno.

 

Dopo aver purificato i miei reni (l’acqua che elimina l’acqua, mi viene in mente una pubblicità), decido di abbandonare  la ricerca del benessere virtuale, ed esco con quello che ho addosso, disperatamente intenzionata a sfinirmi dalla fatica, per poi (sperare di) crollare dal sonno.

 

E cammino e cammino, e cammino, seguendo i piedi e l’istinto. E mentre sudo e cammino e lotto per non pensare, partorisco invece un pensiero, forse il più sensato di oggi.

Quando hai l’ansia, te la tieni finché non ti passa.

 

Potrebbe interessarti anche: Cosa è lo stress? consigli e rimedi

 

Se non abbiamo occasione di andare al mare, ma non vogliamo rinunciare a qualche sana nuotata in acqua, la piscina è un ottimo metodo per stare in forma e sentirsi bene.

 Il cloro, però, è un grande nemico dei capelli: una vasca dopo l’altra, il cloro sciolto in acqua può danneggiare gli steli, sfibrare e sfogliare le punte o anche decolorare i capelli

Se abbiamo cura del nostro corpo e, in questo caso, dei nostri capelli, e amiamo essere sempre in ordine, dobbiamo fare attenzione a come trattare la nostra chioma affinché l’azione del cloro non la rovini.

 

  • Ecco alcuni semplici consigli per proteggere i nostri capelli dal cloro: 
  •  
  • - Prima di entrare in vasca, ricordiamoci di bagnare i capelli con acqua dolce;
  • - Strizziamo i capelli e applichiamo sulle punte e sulle lunghezze un balsamo, senza risciacquare;
  • - Raccogliamo i capelli in uno chignon;
  • - Dopo essere state in acqua, è necessario lavare il più presto possibile i capelli con uno shampoo delicato;
  • - Dopo lo shampoo, applichiamo una maschera nutriente.

 

rimedi-capelli-piscina

 

Ricordiamoci che i nostri capelli sono come spugne, e assorbono qualunque sostanza. Se ci ricordiamo di seguire questi piccoli accorgimenti, i nostri capelli saranno come “impermeabili” al cloro, e manterranno la loro lucentezza e la loro naturale forza.

E potremo così fare un bel tuffo in piscina!

 

Potrebbe interessarti pure: Rimedi per Capelli spenti e privi di tono