Martina Vecchi

Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.

«Che amarezza. Constatare che in giro ci son più coglioni che piccioni»
(riflessione personale, inaspettatamente aforistica)


Non pensavo (non speravo) di dovermi ritrovare tra me e me a raccogliere ulteriori elementi, salterini come pulci sul cuoio capelluto fertile, a suffragio della mia totale sfiducia nei confronti dei rapporti umani, anzi, mi ripeterò, dei rapporti uomo-donna. E, ancora una volta, la freccetta della mia delusione si va a ficcare dritta dritta nel suo bersaglio preferito.

Il bacino di utenza dei trentenni-trentacinquenni pullula di esemplari, alcuni depennabili d’acchito, altri apparentemente meritevoli di interesse ma, dopo aver sollevato il velo di Maya, degni soltanto di essere ricoperti, ma che dico, avvolti da un Sudario Pietoso.
Cerco di superare la fase dell’autocolpevolizzazione mortificante. Dopo essermi biasimata per aver dato spago al classico Bastardo Fascinoso, ricadendo nell’imbarazzante cliché della tipica donna, ho preferito smettere di soffrire per fallimenti annunciati, e provato ad ampliare i miei orizzonti, aprendo la mia finestra emotiva anche all’altro emisfero maschile. E ho dovuto questa volta armarmi di onestà morale, prostrandomi al cospetto del mio cervello (o dello strano pasticcio di fettuccine che ne fa le veci).


Ok, lo ammetto, il tanto anelato, sospirato, decantato, mitizzato Uomo Serio e Rassicurante, che tutte noi (o molte di noi) vorrebbero al loro fianco, stanche di essere illuse e prese in giro da Delinquenti Senza Scrupoli Né Remore, ma che non trovano neanche a morire, in effetti c’è.
Gli uomini seri ci sono. Ma non ci interessano. E quindi non li cerchiamo. E non appena invece abbiamo sentore di delinquenza, allora caschiamo dagli alberi come pomi gravidi.

 


Mi riconosco esponente di spicco della categoria. E mi tocca dare ragione a molti di quei maschietti che, in virtù della loro elementare, genuina, invidiabile anche se talvolta lapidaria psicologia, ce lo vengono giustamente a recriminare in faccia, sollevando i nostri irsuti grovigli di “se” e di “ma”.
Ce lo vengono a spiattellare sul muso con commovente innocenza, che noi compriamo ciò che disprezziamo, che sputiamo nel piatto in cui ci alimentiamo. Che meniamo tanto il can per l’aia, percorriamo circonvoluzioni aerodinamiche, voli funambolici attorno alle nostre stesse contraddizioni, volendo e respingendo, respingendo e ancora volendo, e più ci respingono e più vogliamo, per un odioso gioco perverso che tratta a pesci in faccia il nostro amor proprio.
E ci credo, che gli uomini rinuncino a capirci. E il bastardo ci piace, ma ci tratta male perché è un bastardo. E quello serio lo vorremmo, ma ai fatti non ci intriga perché è troppo normale. E troppo zerbino, e ci sta appiccicato e non ci dà respiro. Che quando diciamo no intendiamo sì, e quando diciamo sì… Non ne siamo più troppo convinte.

Le cose potrebbero essere così semplici, in effetti. E allora provo ad assecondare e seguire questo percorso di linearità, sperando (o temendo? Eccolollì, il paradosso che aleggia e minaccia…) di mettere ordine nella centrifuga emozionale del mio organismo.

 

Provo a fare pratica sul campo, decidendomi per un esperimento antropologico. Faccio appello alla mia (scarsa, ma volenterosa) fibra morale e mi accingo a portare a termine un compito nobile e coraggioso: smentire l’inossidabile opinione maschile, rivalutando la pregiudiziale anti-muliebre, e dimostrare al mondo che noi donne non cadiamo vittime (in)consapevoli del primo ribaldo che passa.

 

E quindi incontro G., che lavora alle poste. Caruccio, con un sorriso caldo e candido. Serio, tranquillo, jeans, polo abbottonata e scarpe da ginnastica allacciate con doppio nodo. Fumatore, giusto per dare un tocco “bad” al ritratto. E perché no, mi dico. Perché non conoscerlo?
Appunto. Non c’è stato bisogno di conoscenza. Sono bastate poche battute perché la buona volontà scendesse col peso di un vaso di begonie dal settimo piano.
Cortesemente, discretamente, educatamente tampinata fino allo scambio dei numeri e dei contatti facebook, non accade assolutamente nulla, se non la promessa (rinnovata e da me colta, ma mai effettivamente applicata) di una pizza, con l’imbarazzante scrupolo, da parte sua, a lasciare a casa la cagnolina, non abituata a rimanere sola la sera per più di un’oretta.
Mi prudono le punte delle orecchie.
Chiamate mai fatte, sms mai mandati, chiacchierate mancate, caffè mai presi. Io che cerco di provocare gli eventi “capitando casualmente” presso di lui a salutarlo in ufficio, sorridente, gentile, solare, carina, accomodante, cercando di estorcergli (con simulata naturalezza e dissimulato calcolo) una larvata proposta di uscita (un caffè, mica una pizza, e che scherziamo!), proposta che un giorno pare quasi abbozzare, salvo poi rarefarsi come la ionosfera e svanire nel nulla cosmico.
Ma, soprattutto, quel che è grave, gravissimo, imperdonabile, vergognoso, inaccettabile, imprescindibile, inconcepibile, almeno per una gemelli come me: la totale, abissale assenza di comunicazione. E per comunicazione non intendo i soliti civili e qualunquisti convenevoli sul tempo, ma quella comunicazione brillante, fresca, colorita, in grado di inebetirmi come l’aroma dei croissants caldi di primo mattino. Zero dialogo, zero battute, zero stimoli, zero interazione. Il nulla, nero come il nulla pascoliano, anzi, grigio come la noia leopardiana. La calma piatta.
E io qui ad aspettare che Casper batta un colpo sotto il tavolo.
E allora basta. Allora ho ragione. E che non mi si venga a dire che “magari aspettava che ti facessi avanti tu”, perché esplodo come una pentola a pressione impazzita. Questa è la classica frase capace di farmi schizzare come un missile a velocità supersonica. Aspettava che mi facessi avanti io? Per avere eventualmente il permesso di fare il passivo casomai le cose fossero evolute (casomai, eh…)? E’ chiaro che stiamo parlando di fantascienza.
E allora ricado nella fossa del non ritorno. Perché se l’alternativa al Bastardo Senza Scrupoli dev’essere il Mollaccione Bollito, allora scelgo la cioccolata.

 

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Gutta cavat lapidem. Non che il cervello sia diventato un minerale. Anzi. La consistenza si avvicina più a quella di un frutto molto maturo, gravido di succo, che squizza e sguilla tutt’intorno, e non rimane che la buccia. I pensieri sono la massa molliccia di un groviglio di spaghetti scotti.

O la poltiglia dei cereali zuppi di latte rimasti sul fondo della tazza.

O il cic ciàc del mocio vileda quando lo si strizza, grondante acqua insaponata.

Il cuore invece è un castello dalle mille porte e dalle mille finestre. Tutte aperte. Le correnti d’aria non permettono di soggiornarvi senza essere sbatacchiati in qua e in là, collezionando lividi che, anziché riassorbirsi, si espandono. E il ponte levatoio si è inceppato, non si alza, ma rimane, promettente, steso ad accogliere chicchessia peggio dello zerbino con scritto Welcome.

Well come. E infatti nessuno se ne esce, si imbuca, rimane lì, genera confusione e poi, anziché evaporare come l’acqua, anziché sbiadire come i colori, rimane lì rincantucciato in un suo angolino, come i semini delle fragole, che in realtà non sono semini, ma i frutti veri e propri.

E che frutti. Frutti che non fruttificano, restano lì, latenti, e quando meno te lo aspetti zàcchete, mandano qualche getto. Un po’ come gli sbrilluccichii dei fuochi d’artificio che vanno a morire nel mare, e si sbriciolano tra cielo e acqua, perdendosi chissà dove.

E mi ritrovo così, sempre immancabilmente col cervello in modalità mumble e il cuore in modalità love. Mai che il cuore sia in modalità mumble e il cervello start to love Myself. Perché poi, il bello e il brutto della vita, è che ti scombina i piani, e quindi sarebbe meglio non farli i piani, ma poi non resisti alla tentazione di pianificare, ed ecco che il soffio vitale fa crollare il castello di carte che provavi a costruire.

 

problemi-amore

 

E tutto quest’affollamento nel cuore non fa che moltiplicarsi. E più la folla aumenta e più aumenta lo spazio. Dovrei avere un cuore enorme, un vero condominio. Dovrei schiacciare i polmoni e disintegrare la gabbia toracica, ed essere puro amore. Dovrei cominciare a dare lo sfratto a qualcuna delle presenze che continuano ad aleggiare nelle ariose mie stanze miocardiche e invece no, non solo rinnovo il contratto d’affitto, ma il soggiorno è gratis e vitalizio.

Essere puro amore. E in effetti lo sono: regalo sorrisi e gentilezza a chicchessia, produco buonumore a casaccio, dispenso fiducia, elargisco luce a destra e a manca. Forse perché amo regalare quello che avrei più bisogno di ricevere. E cosa mi torna indietro? Assolutamente nulla: larvati surrogati di vita, scampoli di entusiasmo, briciole di calore. E meno ricevo più trabocco di entusiasmo. Ancora devo spiegarmi questa proporzionalità inversa tra il mio surplus emozionale e le scorte altrui, sempre agli sgoccioli.

Ma in fondo preferisco dare che ricevere, perché quando ricevo non so mai come ringraziare, come ricambiare, e si innesca uno strano meccanismo meccanico che nulla ha della spontaneità che a me piace.

So che dovrei limitare questi estatici sprazzi di ingiustificata euforia verso il prossimo, perché alle volte rischio di provocare gli eventi, e dopo nulla è più naturale, ma tutto comincia ad andare secondo uno strano copione, a braccio, all’impronta, eppure condotto secondo una trama che sottende ogni possibile situazione.

E la domanda è: ma i cuori altrui affittano solo nei mesi estivi? Solo ad uso foresteria? Ad uso commerciale? O sono semplicemente degli stipi vuoti, delle soffitte colme di polvere e ragnatele e poco altro? I sentimenti belli piegati come camicie inamidate e stirate di fresco, e non usate, abbandonate a ingiallire nei cassetti.

I cuori altrui… Sono davvero cuori? O non sono forse bottigliette da mezzo litro, che irrorano emozioni annacquate, e finiscono per annacquare anche le mie?

 

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Per alcuni di noi si tratta di episodi sporadici, per altri la stitichezza rappresenta un vero e proprio problema quotidiano, che può condizionare la vita. Quando la stipsi si fa ostinata, dobbiamo rivolgerci al nostro medico di fiducia.

Nella maggior parte dei casi, la stitichezza è imputabile a cause funzionali, e l’organo a cui per primo bisogna prestare attenzione è il fegato; un’alimentazione corretta è, comunque, il primo passo verso la soluzione del problema.

 

Quali alimenti ad azione lassativa possiamo scegliere?

 

- Lenticchie: controindicate nella colite, per l’azione meteorizzante.

- Melanzana: lassativa perché contiene ferro e ha un’azione irritante; contiene iodio che stimola la tiroide, e quindi il metabolismo e perciò, conseguentemente, la motilità intestinale; contiene fibra e sostanze non assorbibili, che hanno una funzione irritativa sulla mucosa intestinale.

- Peperoni: sono lassativi per un meccanismo simile a quello delle melanzane, e c’è l’azione eccitante della vitamina C. Sono lassativi in qualunque forma, crudi, arrostiti, fritti.

- Kiwi: sono lassativi per la funzione irritativa della vitamina C, di cui questi frutti sono eccezionalmente ricchi.

- Sedano: è lassativo per la sedanina, con un’azione eccitante neurologica, anche diretta sull’innervazione della muscolatura liscia dell’intestino.

- Uva: da somministrare anche ai bambini, il suo succo è lassativo la mattina a digiuno.

- Mela: ha un’azione lassativa se mangiata cruda con la buccia: Contrariamente a ciò che si crede, invece, la mela cotta è astringente.

- Prugne: anche secche, hanno un’azione lassativa.

- Albicocche secche, fichi e fragole.

 

 

Sappiamo che:

- Il cavolo verza è lassativo se cotto al dente, astringente se molto cotto.

- Il limone è un efficace lassativo, ma non in caso di diarrea, per via della sua azione antibatterica.

- La pera acerba è astringente, lassativa se matura.

- Il cachi molto maturo è lassativo, quello acerbo è astringente.

- La banana è lassativa solo se molto matura.

 

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Per gli irriducibili “Nutella- addicted”, una ricetta perfetta da realizzare. Se siamo golosi di Nutella, se abbiamo bambini che ci chiedono il panino con la Nutella, se a colazione ci spalmiamo questa prelibatezza sulla fetta biscottata, se la sera, per coccolarci, facciamo il pieno di dolcezza, ecco una ricetta che unisca il gusto alla salute.

Non c’è nulla di meglio di una sana crema di nocciola fatta in casa, con i nostri ingredienti genuini: non conosceremo mai fino in fondo gli additivi e i conservanti che vengono inseriti nei prodotti alimentari preparati a livello industriale. 

Inoltre, se amiamo cucinare e preferiamo i prodotti artigianali, questa crema alla nocciola sarà per noi motivo di gratificazione: morbida e goduriosa, non ha nulla da invidiare all’originale, nel pieno rispetto della limpidezza di “etichetta”!

 

Ingredienti:

 - 240 g di cioccolato al latte

- 120 g di latte

Per la pasta di nocciole:

- 150 g di nocciole pelate

- 50 g di zucchero

 

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Preparazione:

Prepariamo la pasta di nocciole. Tostiamo le nocciole in forno preriscaldato a 180° per circa dieci minuti.

Ancora calde, frulliamole assieme a 50 g di zucchero per ottenere una pasta omogenea.

Mettiamo la pasta di nocciole da parte.

Fondiamo il cioccolato al latte, portiamo il latte a ebollizione e aggiungiamolo al cioccolato fuso., mescolando con cura.

Aggiungiamo la pasta di nocciole al composto, mescolando con attenzione per farla assorbire completamente.

Mettiamo l’impasto in frigorifero per farlo addensare.

Utilizziamo a piacere la nostra crema. Possiamo riempire vasetti di vetro precedentemente sterilizzati. Prima dell’utilizzo, lasciamo riprendere la crema a temperatura ambiente, altrimenti risulterà troppo dura.

Una volta aperta, si conserva per una settimana in frigorifero.

 

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