08 Mag

Come sopravvivere alle tecniche di rilassamento ed essere (in)felici

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Ci vogliono proprio quei momenti di insofferenza pura, così pura che puoi vederla farti ciao con la manina nella condensa del tuo alito sul vetro, ci vogliono proprio quei momenti, dicevo, in cui perché, percome e perquando ti senti la regina del reame degli sfigati (e provi una libidinosa soddisfazione a sguazzare nell’autocompatimento… O nell’autocompiacimento…), ci vogliono proprio quei momenti, stavo dicendo (ma mi diverto a perdere il filo… Forse apposta) in cui ti senti per nulla casalinga, ma molto disperata. Quei momenti lì, in cui ti sembra di essere utile come uno scooter senza ruote.

 Bene, mi trovo nel bel mezzo di uno di questi attimi indimenticabili, in cui il mio cervello è come uno specchio convesso e i pensieri ammassati e gommosi e appiccicaticci come Skifidol, e lo stomaco una lavatrice in centrifuga, e l’intestino come l’acqua di scarico della centrifuga, e il cuore come la pallina impazzita del flipper.

 

Più comunemente noto come: attacco d’ansia.

 

Cosa fare? Cercare di essudare l’ansia ed espellerla come una tossina (che non è una piccola tosse. Oddio, oddio, che pietà, ma DOVEVO dirlo), cercare di ricondurre l’equilibrio mentale allo stato consueto.

Ora, il problema di fondo è che il mio stato consueto è l’ansia, quindi non vedo come, da una condizione di ansia, possa ritornare a una condizione di ansia. Si tratta di sottigliezze, dunque. Rettifico: cercare di portare l’impennata ansiogena a livelli di nervoso che non interferiscano con le mie normali attività (sollevare un cucchiaino, mettere il cappuccio a una penna scappucciata, guardarmi allo specchio senza inorridire).

 

In preda alla disperazione (perché sono in uno stato di ansia) che fo?

Mi appello a San Google, naturalmente. Le mie dita cominciano a digitare richieste d’aiuto a destra e a manca (in nessuna delle due direzioni, in realtà: semplicemente nella barra di ricerca) e mi saltano fuori le più disparate soluzioni.

 

 

Provo a cliccare gli esercizi sciué sciué di rilassamento veloce, e comincio attentamente a seguire le istruzioni.

Punto 1: Siete in una condizione di ansia. Chiudete gli occhi e rilassatevi.

Se fossi in grado di rilassarmi da sola non starei qui a leggere i tuoi “step by step”, non trovi? Beota.

 

Cambio sito.

Chiudete gli occhi. E fin qui.

Isolate l’episodio doloroso che vi ha provocato ansia. Episodio? Sono più di cinque lustri di vita.

Associate un colore all’episodio sgradevole. Oook. Mmm… Rosso?

Mettete una mano sulla parte del corpo in cui localizzate il pensiero sgradevole. Nel mio caso è il cuore. Per fortuna. Ih ih, pensa fosse stato qualcos’altro…

Con la mano sulla parte localizzata, portate il pensiero sgradevole fuori da voi. Ok, metto la mano sul cuore. Così però mi viene da intonare l’inno di Mameli. Gesù.

Quanto mi sento ridicola.

 

Cerchiamo altro.

Incappo in “come liberare i chakra offuscati dai pensieri negativi”. Ci clicco su, rapita dalla sapienza orientale.

Seduti comodi a gambe incrociate (io non sto comoda a gambe incrociate) chiudete gli occhi e liberate la mente. Beh certo. Facile come svuotare l’armadio. Concentratevi sulla pronuncia dell’om. Emettete un om sonorante. (Un om sonorante???) Sentite l’essenzialità che vi attraversa. Sentite l’Unotutto.

Tutto quell’uno che sento è una crisi di ridarella che mi si scatena a forza di om om e ancora om. E ancora om e poi om e poi omavvaff!

 

Va beh. Passiamo ad altro.

Rebirthing: respirazione con la pancia. Devo aver bevuto troppa acqua, perché mi parte un attacco lancinante di colite che mi devo stendere.

Va beh.

Dopo aver cercato di trovare la via d’uscita dal mio atro ginepraio mentale, clicco sulla musica rilassante. Ma non la chill out stile Buddha bar o Cafè del Mar, che più che rilassar (DOVEVO fare la rima) ti fa venire il latte alle ginocchia. Opto per i suoni della natura. Mi accoccolo sulla mia sedia ergonomica, chiudo gli occhi  e comincio ad ascoltarmi lo sssccchhh di una bella pioggia estiva. Dopodiché lo sciabordio delle onde del mare. Dopodiché lo scorrere di un ruscello di montagna. Dopodiché lo scroscio di una cascata.

Dopodiché mi scappa la pipì e devo correre in bagno.

 

Dopo aver purificato i miei reni (l’acqua che elimina l’acqua, mi viene in mente una pubblicità), decido di abbandonare  la ricerca del benessere virtuale, ed esco con quello che ho addosso, disperatamente intenzionata a sfinirmi dalla fatica, per poi (sperare di) crollare dal sonno.

 

E cammino e cammino, e cammino, seguendo i piedi e l’istinto. E mentre sudo e cammino e lotto per non pensare, partorisco invece un pensiero, forse il più sensato di oggi.

Quando hai l’ansia, te la tieni finché non ti passa.

 

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Letto 2590 volte Ultima modifica il Mercoledì, 22 Maggio 2013 16:43
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Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.