Angela Leucci

Angela Leucci

Journalist, writer, go-go dancer, snake charmer, gay icon.

URL del sito web: https://angelaleucci.blogspot.com

Una settimana che è volata quella al Festival del Cinema Europeo: tanto stress, tante cose da imparare e poi lei, una degli ospiti d'onore, Francesca Neri.

Per ogni cinefilo arriva il momento della verità, quello che non ci si aspetta. E anche per me è stato così. È accaduto all'improvviso, al Festival del Cinema Europeo di Lecce, che ha omaggiato proiettando tutti i suoi film e con una mostra dei fotogrammi più belli l'attrice Francesca Neri. Ogni volta che uscivo dalla sala, mi ritrovavo a pensare che forse inizialmente non le avevo restituito il giusto la prima volta che ho visto i suoi film, non solo come attrice, ma anche come produttrice: la Neri aveva già legato il suo nome a Lecce producendo un film che avevo trovato senza infamia e senza lode, ossia “Melissa P.”, che era stato appunto girato nel capoluogo salentino. Una pellicola che presto rivedrò con occhi nuovi.
Ogni tanto è bello sapere che ci si sta sbagliando. Bellissima, dolcissima, con questa voce suadente e circonfusa di glamour, la Neri si è presentata con semplicità di fronte a uno stuolo di giornalisti che pendevano letteralmente dalle sue labbra e non a torto: il ricordo che ha reso dei registi con cui ha lavorato, in particolare i compianti Massimo Troisi e Bigas Luna, ha fatto sì che il suo intervento non fosse solo accorato e commosso. Di più.

 


Attualmente Francesca Neri è in procinto di girare un nuovo film, che sarà prodotto e realizzato in Gran Bretagna, ma ambientato anche a Firenze: il titolo sarà “The habit of beauty” e il regista Mirko Pincelli. Questa notizia ha dato l'occasione alla neri di raccontare la sua duplice esperienza come attrice e come produttrice. “Ho deciso di fare la produttrice – ha spiegato - in un momento di crisi. Trovo sia molto difficile fare entrambe le cose bene, ma mi piace cimentarmi in entrambi i ruoli”.
Uno sguardo (e qualcosa di più) al cinema spagnolo: la Neri ha lavorato con Luna, ma anche con Carlos Saura e Pedro Almodovar, raccontando in particolare l'esperienza con il primo e l'ultimo. “Se Bigas mi ha permesso di fare questo mestiere, di essere conosciuta – ha detto - Pedro mi ha permesso di lavorare in America. Io amo quello che ho fatto con Pedro e amo Pedro anche se a volte non è stato facile lavorare con lui, ma per nessun attore lo è. Bigas e Pedro sono persone diverse, Bigas più artista che regista, possedeva un gusto estetico particolare nel cogliere il bello, il sensuale della realtà. Con Pedro è stato amore, un rapporto più intenso più invasivo più interessante, proprio come una storia d'amore in cui c'è un prima, un durante e dopo. Tutti e tre i registi spagnoli con cui ho lavorato rappresentano tappe importanti per la mia carriera, sono loro molto grata. Mi piacerebbe tornare a lavorare in Spagna, ci sto pensando”.
Quello che è rimasto dopo l'incontro è l'immagine di un'attrice capace di mettere a nudo le emozioni della sua carriera, un personaggio profondo cui il cinema italiano deve molto.

 

Leggi gli altri articoli di cinema e tv

 

Scusatemi. Scusatemi davvero se prendo in prestito le parole del titolo di una celebre poesia di W.H. Auden, così bella, così romantica. È che sto cercando di capire. Stavo notando che molti adolescenti intorno a me, figli o nipoti di conoscenti, cugini più piccoli, vivono una storia d'amore fuori regione. Macinano chilometri per incontrare e vivere questa relazione con la ragazza che hanno conosciuto in chat o su social network. Da un lato va dato loro atto che si impegnano come fossero adulti: il fatto stesso di affrontare a volti lunghi viaggi, di mettere in secondo piano tutto il resto, la scuola in primis (anche se questa per molti non è poi una gran difficoltà), significa che questi ragazzi credono davvero nel sentimento che stanno vivendo. Sebbene probabilmente torneranno a viverlo migliaia di volte fino alla persona giusta. Però allo stesso tempo, forse non ci si può impegnare a fondo in una relazione a distanza, perché non si vivono molte delle dinamiche che segnano al tempo stesso la fortuna o la sfortuna di una storia.

Poi ci sono le amiche ultraquarantenni che ti dicono che ormai Internet è l'unica maniera per conoscere gente nuova. E te ne stupisci. Perché guardi le loro vite, che sono piene di amici di compagnie diverse, di interessi oltre al lavoro, come l'arte, il teatro, la musica. Interessi che aggregano e ti portano in luoghi diversi con persona diverse, nuove, sconosciute, da conoscere. Per queste donne, Internet è solo un mezzo semplice per sentirsi corteggiate e a mio avviso si sottovalutano, perché è solo di persona che si può vivere la loro autentica bellezza, non quella che proiettano dietro uno schermo. A volte però finisce bene, soprattutto se la relazione non è a distanza.

 

come-innamorarsi-in-chat


Tutti subiscono il fascino di Internet e l'idea di incontrare persone nuove non è un male assoluto, l'importante è sempre discernere. Qualche settimana fa ho ricevuto un SMS. Qualcuno aveva trovato il mio numero nella rubrica e chiedeva chi fossi. Non avevo quel numero e ho richiamato, magari era una cosa di lavoro. Invece, era un ragazzo che avevo conosciuto su Splinder una decina di anni fa. Un ragazzo strano che dal primo momento si era detto innamorato di me. E sembrava anche interessante. Non fosse che raccontava un mucchio di balle. Una volta mi raccontò di essere andato in campeggio con il suo istruttore di arti marziali, di essersi svegliato di notte per un bisogno corporale e di essersi trovato faccia a faccia con un cinghiale inferocito. Ma il cinghiale, impossibilitato a sostenere il suo sguardo particolarmente profondo, era fuggito. La morale? Internet è un passaggio obbligato oggigiorno per provare sentimenti, soprattutto quando si ha un problema di autostima. Ma quando si sentono certe cose, forse è meglio scappare, un po' come ha fatto il cinghiale.

 

Potrebbe interessarti pure: Come conquistare con la foto profilo

 

Si intitola “Io sono bellissima” il progetto della giornalista e scrittrice Loredana De Vitis, che sta facendo il giro del mondo: si tratta un progetto volto a rompere i cliché, che presto sarà oggetto di un saggio in uscita ad aprile dal titolo “Dall’essere me all’essere bellissima”, edito da Sabbiarossa Edizioni, sempre della stessa De Vitis. Perché ogni donna si è a volte sentita insicura, di fronte a uno sguardo non troppo benevolo, di fronte a una battuta maschilista, magari sul proprio peso: ma l'autostima dovrebbe reggersi su ben altro che sull'immagine che viene proiettata all'esterno, per concentrarsi su quello che l'interiorità ha da offrire. Abbiamo ascoltato Loredana De Vitis sulla genesi e il prosieguo di “Io sono bellissima”, da cui è nata anche una mostra recentemente esposta a Lecce.

Com'è nata l'idea del progetto?

Racconto spesso che “Io sono bellissima” è nato da un malessere e da una sfida. È la sintesi di alcuni anni di letture, analisi, riflessioni, pratiche, che a un certo punto, come passando attraverso un imbuto, sono venute fuori tutte assieme davanti allo specchio nella semplice espressione d’un sentimento: che noia! Adesso basta! Come credo accada a molte donne, a un certo punto mi sono sentita davvero stufa – esasperata! - di sentirmi dire come avrei dovuto essere, stufa di quel senso d’inadeguatezza nel quale tutto mi pareva complottasse per farmi rimanere. Roba pesante, tipo le battute di certi uomini, il dover stare continuamente attente a cosa mangiare, il sottoporsi a fatiche fisiche molto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come te la disegnano e che, ovviamente, cambia continuamente, per cui se a 20, 25 o 35 anni ce la fai (in modi sempre diversi naturalmente), arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni, proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Insomma, bisognava uscirne. Presto. Avevo a lungo ragionato su quanto fosse importante dire a se stesse “non importa quello che pensano gli altri”, ma desideravo che questa presa di posizione razionale diventasse una consapevolezza emotiva.

E quindi, come hai tradotto queste conclusioni?

Mi serviva una strategia, utile per me e per ogni altra donna alla quale speravo magari di risparmiare qualche fatica inutile. Scrivere è il mio mezzo d’espressione, mi piace lavorare con le immagini e la tecnologia, ho un percorso femminista che mi ha insegnato a “partire da me”. La mostra e il progetto sono il risultato.

 

libro-io-sono-bellissima

 

Quanta strada occorre perché l'apparire venga messo in discussione dall'essere soprattutto per una donna?

Sempre troppa, credo, e soprattutto mai percorsa una volta per tutte. In ogni caso, non ce l’ho con l’“apparire” in quanto contrapposto all’essere, quanto con ogni meccanismo tenti di infilare e mantenere le donne nel ruolo dell’“oggetto”, invece che lasciarle in santa pace in quello che già sono: soggetti. Il difficile viene dal fatto che quei meccanismi sono antichissimi e pervasivi. Un equilibrio in perenne contrattazione tra il “dentro” e il “fuori”: questa è per me la bellezza. Alcuni la chiamano “consapevolezza” coprendola di un’aura quasi mistica, io dico che basta cominciare a pensarsi soggetti e il resto viene.

Quali sono i cambiamenti nella società che dovrebbero essere raggiunti a tuo avviso?

C’è un cambiamento che mi interessa per primo: come dicevo, che ogni donna dica “io” e pensi se stessa come soggetto. Questo cambiamento “dentro” porta con sé numerosi cambiamenti “fuori”. Il progetto insiste sulla definizione di se stesse come bellissime: “io sono”. E la bellezza è auto-percepita da ogni donna in modo diverso. Questo stare sulle proprie gambe significa pensarsi soggetti agenti e desideranti. Non siamo funzioni, appendici, ruoli complementari, ma semplicemente persone. Su queste basi il percepirsi “bellissime” s’allarga oltre i confini del corpo. Di molto.

 

Potrebbe interessarti pure: Bella tutta: i miei grassi giorni felici

 

Un video per dire no alla violenza contro le donne.

La violenza contro le donne è un tema di scottante attualità. Secondo il Telefono Rosa, nel 2012, sono state 98 le donne vittime della violenza famigliare. Anche l'Istat conferma: solo il 15% degli omicidi ha avuto come vittima un uomo. Così ha fatto grande scalpore l'azzeccata campagna di sensibilizzazione comparsa in maniera anonima su Youtube e divenuta immediatamente virale.
Il video che ha impazzato per la rete si intitola “One photo a day in the worst year of my life”, ossia “Una foto al giorno nell'anno peggiore della mia vita”.

Nel filmato compare una giovane donna croata che nei differenti fotogrammi appare colpita dalla violenza di qualcuno: nel video si suppone che questo qualcuno appartenga ai suoi affetti, se si possono definire tali, e culmina con una richiesta d'aiuto: “Aiutami, non so se arriverò a domani”.

 


Naturalmente il video è finto, ma dietro la finzione si nasconde una grande verità, quella delle donne che subiscono violenza fisica e psicologica da parte di mariti, compagni, padri, a volte fratelli. E, cosa peggiore, sono costrette a tacere, per la paura, per l'imbarazzo o per entrambe. Perché molte donne finiscono per credere che ciò che subiscono sia colpa propria.
La speranza è che questo video contribuisca a gettare l'ennesimo sassolino in un'oceano di omertà, di terrore, quello che circonda questi casi che divengono tristemente di cronaca, ma solo quando è troppo tardi.


{youtube}Ertu9_MhFiM{/youtube}

 

Potrebbe interessarti anche: Violenza sulle donne, storie di un'insana pratica quotidiana