Sex & the City? Il nuovo telefilm di MTV “Girls” in onda tutti i mercoledì alle 22 sembra apparentemente ricalcarne la linea.

Ma è davvero così? 

Le protagoniste sono quattro ragazze poco più che ventenni, Shoshanna, Marnie, Jessa e Hannah. In ordine riprenderebbero le ben più note Charlotte, Miranda, Samantha e Carrie.

Eppure, nonostante qualche sbrigativo accostamento dovuto più al numero delle protagoniste e alla città di ambientazione (New York) che all'effettiva somiglianza, “Girls” ha uno spirito innovativo tutto suo.

E' crudo, scottante, tanto diretto da concedersi qualche volgarità, come vuole l'assoluta schiettezza. Gli argomenti trattati sono quelli che ogni donna di oggi si presume affronti o abbia affrontato nel corso della vita: si parla di amicizia, ma finalmente priva di quell'aurea sacra e idilliaca che spesso i telefilm ci rifilano: qui si tratta di un'amicizia intrisa di vita reale, vissuta giorno per giorno, tra coinquiline giovani e precarie nella Grande Mela. Un rapporto che sfocia nell'ironia e nella sopportazione di una vita non propriamente agiata come quella di Carrie o Charlotte.

Si parla di sesso. Sesso in ogni sua forma, scritto, detto, messaggiato, etero e omosessuale. E' lo sdoganamento dei tabù perbenisti. Inoltre non si tratta più delle prime volte adolescenziali, ma di esperienze di giovani donne sessualmente attive. La peculiarità sta nel parlarne apertamente in modo del tutto naturale: ragazze che fanno sesso e ne parlano. Che si masturbano e non se ne vergognano. Che fanno sesso e non hanno pudore nel mostrare alle telecamere un seno non perfetto come quello a cui siamo abituati dai media.

Le anti-eroine si presentano quindi così, originali nella loro personalità, artefatta proprio per diventare universale: Marnie è l'unica sentimentalmente impegnata del gruppo: sta con Charlie, affettuoso e gentile tanto da trasformarsi da apparente Principe Azzurro a prevedibile routine. Marnie lo ama, ma ama anche la libertà di una vita più leggera e spensierata. Un po' come tutti.

 

 

Jessa, anti borghese fumatrice abituale di spinelli, è l'alternativa della situazione: capelli lunghi, abiti larghi e un po' bohèmien, tuttavia sempre accuratamente studiati per sembrare tali. Si crede indipendente e femme fatale.

 

 

Shoshanna è ingenua, logorroica e vergine: quest'ultimo fatto condiziona molto la sua quotidianità e il proprio modo di vedersi, facendola spesso ricorrere ad un mondo di mitizzazione di una New York irrealizzabile alla Sex and the City. 

 

Ma il personaggio più interessante è senza dubbio Hanna: bipolare, con un animo da scrittrice e un corpo morbido non come quello delle solite belle televisive. E sta qui la parte curiosa: forse non tutti sanno che il personaggio di Hanna è interpretato da Lena Dunham, regista  e produttrice dell'intero telefilm. Se riflettiamo alla scena in cui il suo pseudo-ragazzo gioca con la sua “pancetta” potrebbe risultare bizzarra, se pensiamo alla povera attrice “obbligata” a mostrare le proprie imperfezioni: ma è lei ad aver scritto le scene, lei è la prova di quel che si può definire una self-confident woman a tutti gli effetti, con una spiccata coscienza di sé, corpo e cervello un tutt'uno. 

 

 

Altra singolarità: Lena ha svariati tattoos sul suo corpo, tra cui uno ben visibile sul braccio destro: quante ragazze vediamo sul piccolo schermo con un segno distintivo così personale quale il tattoo? Sembra essere un'ulteriore prova a favore della grande personalità di un'attrice a tutto tondo. Insomma, la figura della classica “sfigata” un po' in carne che ci voleva presentare il trailer era solo una farsa. 

 

 

Girls quindi è semplicemente un telefilm “ammazza-tempo”? Forse. Ma solo se ci consegniamo nelle sue mani senza un minimo di ragionamento critico. Girls è la sdrammatizzazione del dramma di una vita precaria al giorno d'oggi fin troppo conosciuta, è la freschezza di un'ironia intrisa di frivolezza e cinismo, è lo scardinamento del parlare di malattie veneree solo in contesti seri, è il sesso vissuto come esperienza del tutto naturale 

Girls è il grottesco nell'epoca dei mass media.

 

Una sferzata di aria fresca per le serie televisive americane: Modern Family, già alla quarta stagione negli USA, è approdata in Italia su Sky ed Mtv con una ventata di leggerezza.
La serie ruota attorno ad un'unica “moderna” famiglia, come vuole il titolo secondo la felice scelta di lasciarlo in lingua originale. Infatti, sono proprio le vicende di una “modern family” quelle che ci vengono proposte ed essa è così composta: il patriarca Jay è sposato con la giovane e avvenente colombiana Gloria, la quale ha un figlio dodicenne, Manny, da un precedente matrimonio. La figlia di Jay, Claire, è sposata con Phill, con cui ha tre figli, Haley, Alex e Luke. Il fratello di Claire e secondogenito di Jay, Mitchell, convive con il suo compagno Cameron e la loro figlia adottiva Lily.
Riassunto a questo modo, la trama potrebbe risultare complicata. Ma ecco che a risolvere il potenziale inconveniente entra in scena una brillante regia: ogni episodio è raccontato come se fosse un documentario, nel quale si alternano scene di vita quotidiana e piccole interviste in cui i protagonisti si rivolgono direttamente alla telecamera. Il risultato è geniale. Ogni personaggio è studiato nel dettaglio ed il pubblico viene coinvolto direttamente nelle scene.
Per quanto riguarda i contenuti, c'è di tutto in questa sitcom: ci sono gli sterotipi della figlia secchiona e bruttina (Alex) e di quella bella, ma poco intelligente (Haley), c'è l'eccentricità del cliché omosessuale in Cameron e la focosità di quello sudamericano in Gloria: si tratta sì di personaggi tipizzati, ma mai chiusi entro confini stereotipati: ognuno ha le proprie peculiarità che lo rendono unico ed estremamente umano. Si parla di scuola, di brutti voti, di complicità padre-figlia, di gelosie, di carriera, di tutte quelle piccole e grandi difficoltà quotidiane che possono coinvolgere una famiglia. Una famiglia nella quale, nonostante tutto, vince sempre l'amore, stemperato però da un brillante umorismo.

 


In sostanza ciò che più credo sia apprezzabile in questa serie televisiva, oltre all'abilità degli attori, la struttura documentaria e l'assenza di quelle risate registrate che fanno tanto anni '80 senza suscitare ilarità, è proprio la sua comicità: comicità nella sue essenza più pura. Modern Family ci mostra come si può far ridere di gusto senza neanche una parolaccia in tre intere stagioni, senza quelle pesanti allusioni erotiche che ormai ci hanno stancato, senza musiche buffe né battute precostituite. E' la risata nella sua versione leggera ed incontaminata. Ogni episodio ha un tema particolare e si chiude in se stesso, ma al contempo si lega agli altri: le battute si instaurano sulla personalità dei protagonisti che man mano viene svelata, sui flashback e sulla quotidianità della vita vissuta.
La serie non è ambientata in una specifica città, poiché non è quello ad essere rilevante: essa ci appare così forse un po' atemporale e staccata dalla realtà, ma penso che questo non sia un difetto: Modern Family è stata lanciata sotto la sigla di “entertainment” e svolge il suo ruolo in maniera esemplare. Guardando Claire che cerca sempre di far quadrar tutto, il rude Jay che si scioglie davanti al suo cagnolino, il maturo Manny che cerca di aiutare gli adulti, in una commistione calibratissima di risa, dolcezza e sentimenti da tutti condivisibili, sembrano finalmente superati lo squallore delle gesta esagerate ed il banale patetismo delle parolacce, e pare così raggiunta la vera comicità.

 

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