Sabato sera (ovviamente). Sul divano (ma guarda un po’…). Plaid steso sulle gambe appoggiate sulla sedia. Un’enorme vasca di gelato in grembo (questo è il focus!). Un resistente cucchiaio in acciaio inox molto simile a un badile, impugnato con decisione per scavare fino a raschiare il polistirolo.
Uno dei tanti (…troppi?...) sabato sera passati così, tra me e me, fingendo di seguire un programma in TV, anche interessante per carità, ma con lo sguardo che trapassa il plasma dello schermo tipo raggi infrarossi e si va a conficcare sulla parete bianca intonacata. La mente in modalità armadio-pronto-per-il-cambio-di-stagione, con troppi pensieri autunnali che si affastellano sgualciti, e pochi (zero) pensieri primaverili. Un riciclo continuo. Un cervello decisamente eco friendly. L’emblema della sostenibilità: la natura mi ringrazia.

 


Il cuore, in compenso, peggio di una discarica di rifiuti tossici. Altro che raccolta differenziata, bisognerebbe valutare direttamente la combustione. Con il rischio, però, di morire avvelenata dalla diossina. Il cuore è come una soluzione satura: un cucchiaino di sale al giorno, aumentando gradualmente le dosi, fino al superamento della soglia di assorbimento. Ed eccolo lì, il mio misero miserando cuore saturo di sentimenti salini. Una fanghiglia di palpiti annacquati, che scioglie le pareti provocando ulcerazioni non rimarginabili, facilitando l’ingresso e la sedimentazione di agglomerati dolorosi.
Amor ch’a nullo amato amar perdona. Una frase che mi frulla nella testa e nell’ombelico a orari fissi, guarda caso quelli dei pasti (casualità?).
Ma sarà vero?
Cioè. È vero che l’amore si può trasmettere per osmosi? Che se si è tanto tanto tanto (o anche meno) presi da una persona, quella persona non può fare a meno di essere tanto tanto tanto (o anche meno) presa da noi, a partire solo dal fatto che noi siamo prese/i da lei? È possibile che una persona possa innamorarsi di noi perché noi siamo innamorate/i di quella persona? Che l’amore si possa trasferire? Come gli adesivi ad acqua per bambini, che bello.
Dante a parte, a me piace pensarla così. Mi piace proprio. Però ho notato che le cose sono un tantino diverse. Cioè. Perché l’amore trasferibile ci possa pervadere bisogna che almeno un po’ quella persona ci piaccia. Almeno un pochino. Se no proviamo solo un calorino tiepido, tiepidino, ma… Amore mi sa di no. Uffa. Dante ha toppato.

Ma il punto è un altro: la storia dell’Amor ch’a nullo amato amar perdona mi ha fatto per converso ragionare all’opposto. E cioè:
com’è possibile che due persone che hanno condiviso sentimenti, pensieri, ideali, corpi, asciugamani, spaghetti, bollette, vacanze, un divano, un cane, baci, carezze, odori, sapori, un pezzo di Vita, insomma (!!!) com’è possibile che da un momento all’altro tutto questo possa finire e si ritorni a essere due perfetti estranei, due cose diverse, due atomi, due globuli rossi, due realtà divise, due mondi a sé stanti, com’è possibile?
Com’è possibile che se un giorno sono al centro del tuo universo il giorno dopo sono meno importante del moscerino della frutta?
Cosa rimane di quel gomitolo emotivo sensazioni, sentimenti, idee, ideali, frasi, pensieri?
Di quel groviglio di sapori, odori, corpi, carezze, impronte, respiri, risate, profumi?
Di quella musica di voci? Di quella trama di sorrisi? Di quell’ordito di parole? Di quel tessuto di emozioni?

È la cosa più terribile, agghiacciante e inconcepibile che esista. È orrifica.
E mi sento gabbata. Mi sento tradita. Sì, tradita da Dante. Perché non lo aveva mica detto. Non lo aveva mica specificato. Che l’amore è bello, sì sì, bellissimo, che l’amore si può attaccare come i trasferelli, che se io mi sono innamorata di te tu non puoi non ricambiare. Oh, cuore aulico.

Ma Dante (furbo) non mi ha mai detto che quando l’amore finisce non finisce per osmosi inversa.
Non mi ha detto che quando l’amore finisce solo uno dei due si brucia. Che se una metà smette di amare, l’altra continua.
Dante mi ha fregata.
Perché quando l’adesivo si stacca, rimane la colla.
L’amore non tollera che chi è amato non riami.
Ma permette di essere amato a chi non ama più.
Dante non aveva detto che essere amati è una cosa, smettere di esserlo un’altra.
Io odio l’amore.

L’amore è un processo chimico.
Balla colossale. La più titanica panzana dei secoli. Perché il processo chimico è irreversibile. Perché se i due reagenti reagiscono tra loro innamorandosi e producendo Amore, non possono più tornare indietro. Perché creano una cosa talmente geniale e fusa che sono spacciati. Sono mescolati nel loro amore per sempre. Com’è dantesca, la chimica.
Le cose non stanno così. L’amore è solo un processo fisico. Perché è evidente che si può tornare indietro. Che i reagenti si possono riseparare. È cristallino che tutta quella sinfonia partitura coro angelico di odori suoni colori sapori corpi umori carezze impronte dolcezze può finire da un momento all’altro. Tutta quella miscela di due diversi che fanno uno solo non esiste. Il prodotto si può scindere. La scissione non si ricompone. E non rimangono che due corpi separati, intoccabili, distinti. Non più riaggregabili.
Anche la fisica mi ha fregato, e se la ride. Perché altro non fa che cambiare l’aspetto agli oggetti, ma la sostanza rimane inalterata. INALTERATA. La fisica ci ha gabbati alla grande.
Allora è questo, l’amore? Un’illusione? Un camouflage? E tutto quel ribollimento e rimescolamento e unione di due, due, che fanno uno, UNO, non esiste? Non ci sono che due, solo due, che saranno sempre due sotto le mentite spoglie di uno? La sostanza non varia.
Allora l’amore non esiste.
Che delusione.
Prima la letteratura, poi la fisica.
Anni di scuola gettati alle ortiche.

 

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L'amore arriva quando meno lo si aspetta. Sembra una frase fatta, ma in realtà nasconde una grande verità. Molte donne sono in cerca dell'amore, ma ogni donna è differente dall'altra: ce ne sono alcune che sono felicissime di essere single, uscire con le amiche, fare shopping, avere la propria indipendenza anche economica e così via. Altre si struggono nel desiderio di incontrare qualcuno con cui condividere le piccole cose, o semplicemente che hanno bisogno di conferme: esiste nel mondo la mia metà della mela?

La questione della metà della mela è un mito raccontato da Platone: inizialmente l'essere umano era perfetto, bastava a se stesso, come una mela. Ma gli dei, invidiosi di questo status, divisero le mele in due metà, e da allora uomini e donne cercano la propria metà per completarsi. Così, alcune finiscono per cercare spasmodicamente il proprio uomo per il mondo. Ma come si conosce l'uomo ideale?
Tutto capita molto spesso per caso, ma dipende sempre dalla propria età, dal proprio stile di vita e anche da proprio carattere. Alcune donne sono troppo timide e a volte incontrano uomini a loro volta troppo timidi per fare la prima mossa. Inoltre, è spesso facile incontrare qualcuno con cui condividere la propria vita quando si è giovani, negli anni della scuola e dell'università in particolare, ma crescendo, soprattutto se si conducono abitudini un po' troppo defilate dalla vita sociale, si hanno maggiori difficoltà. Molte donne si rifugiano in Internet, non solo frequentando siti di incontri, ma anche attraverso community e social network.

 

 

I siti di incontri e le community sono in realtà l'ideale per incontrare persone che condividono le stesse passioni, ma differente è il ruolo dei social network, dove l'incontro avviene in maniera random e a volte la persona che si trova non è quello che ci si aspetta. Altre volte si può essere anche fortunate.
L'ideale sarebbe sempre, in generale, cercare di conoscere l'uomo giusto alla vecchia maniera, attraverso amici comuni, andando a feste, festival del cinema, mostre, facendo sport, frequentando palestre e trovandosi così a scoprire delle passioni e degli interessi comuni. Da non sottovalutare neppure il ruolo svolto dai locali, in particolare quelli che offrono intrattenimento dal vivo, o dal teatro.
Ci possono volere anni perché si incontri la persona giusta, ma l'uomo che fa per noi è là fuori. Anche se magari non lo stiamo cercando.

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21 Mar

Un estraneo in casa

Pubblicato in Amore

(Dinamiche quotidiane di coppie in equilibrio)

«Tesoro dove hai messo i calzini?»
Sono sicura che molte, quasi tutte - mogli compagne conviventi e coinquiline - avranno sghignazzato, alcune anche tremato, altre ancora avuto un moto di insofferenza, nel sentirsi rivolgere questa domanda, che, ebbene sì, credo sia la domanda tipo più comune fra quelle che ogni moglie compagna convivente e coinquilina, prima o poi, si è sentita rivolgere dal proprio uomo.

- Tesoro, dov'è il pullover di cachemire (i calzini a rombi, la camicia bianca, la felpa blu con il cappuccio, la giacca di tweed, il costume a righe: insomma, sostituite pure a scelta con l'indumento che preferite, tanto non ha alcuna importanza, cambierà solo il cassetto ma non il risultato) che mi ha regalato mia madre a Natale?
- Nel cassetto, tesoro.
- Quale cassetto?
- Il tuo cassetto dei maglioni, amore.
- Non c'è…
- Guarda bene, cucciolo adorato.
- Non lo trovo…
- Sei sicuro, luce dei miei occhi?
- Ho guardato in tutti i cassetti, non c'è - finirà per rispondere lui con tono stizzito e probabilmente anche leggermente alterato.

A questo punto la lei di turno, a volte anche un po' sbuffando (lo sbuffo cresce in proporzione al numero di mesi o anni di convivenza e al numero delle volte in cui la scenetta si è ripetuta)

1) abbandona il ferro da stiro,
2) si alza dal divano a due pagine dalla fine del giallo che sta leggendo,
3) molla il di lui erede con la bocca spalancata proprio nel momento in cui con il cucchiaio volante l'ha costretto ad aprirla,
4) si disinteressa del risotto un minuto prima della mantecatura,
5) si allontana dalla tv nel momento esatto in cui Carlo Conti svela la parola della ghigliottina,
6) varie ed eventuali

e si avvia trionfante, con la medaglia d'oro già al collo, al cassetto in questione e, praticamente a occhi chiusi, estrae dal cassetto - quel cassetto - l'oggetto del desiderio dell'estraneo con il quale convive da tempo e glielo porge con un sorrisetto ironico.

- Dov'era? - Chiederà lui con gli occhi da cernia bollita in attesa della maionese.
- Nel cassetto, amore - Risponderà la lei di turno ancora indecisa se scegliere di abbandonarsi al momento di gloria e fare la ola o all'avvilimento totale e tornare mesta all'occupazione precedente.
In ogni caso la considerazione finale più probabile potrà essere una frase del tipo «Prima non c'era».

 

 

Oppure, se invece avrete la fortuna di avere un coinquilino che nel fine settimana si diletta in cucina, il dialogo più o meno potrebbe essere di questo tipo:

- Amore, dov'è il minipimer?
- Al solito posto, tesoro.
- Quale?
- Lo sportello vicino a quello delle pentole…
- Ah.

E da quell' - ah! - vi renderete immediatamente conto che lui non ha la minima idea di quale sia «lo sportello vicino a quello delle pentole»; anzi, a pensarci bene, qui il dubbio vi attanaglia, è molto probabile che non abbia nemmeno idea di quale sia lo sportello delle pentole: sarà per questo che quella volta su cinquanta in cui svuota lui la lavastoviglie al vostro posto, il giorno dopo, per voi è giorno di caccia al tesoro?

[Alberto Sordi, al quale i giornalisti chiedevano per quale motivo non si fosse mai sposato, si divertiva a rispondere «E che mi metto un'estranea in casa?»]

Ah, dimenticavo:
I fatti e i personaggi rappresentati nel seguente articolo sono unicamente frutto della fantasia dell'autrice. Ogni riferimento o identificazione con persone reali è puramente casuale.

 

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11 Mag

Incantesimo

Pubblicato in Amore

Giusto quando ci si concentra su sé stessi, sul lavoro, gli impegni, si rimandano inviti, cene, proposte e si inventano mille scuse per uno stile di vita assolutamente misantropo, quasi all'insegna della sociopatia, giusto una mattina quando la fretta e l’ansia di arrivare anche stavolta in ritardo, nel bel mezzo della strada ci s’imbatte, ci si scontra in una visione assolutamente celestiale.

Era successo in una delle mie incasinate mattine, una di quelle in cui afferri ventiquattrore giacca e jeans, giusto il tempo di un cappuccino e di una sistemata quasi decente ai capelli.

Il tempo era sempre stato un tiranno, imperdonabile, non bastava mai , e il prezzo era quasi sempre sacrificare la vita privata, per la vita lavorativa. Avevo deciso di prendermi una pausa, avevo smesso di vedere gli uomini, un po’ per noia, un po’ perché avevo già perso fin troppo tempo, e fin troppo me stessa nell'ultima storia.

Le mie giornate trascorrevano velocemente. Alle otto del mattino ero già fuori casa e il mio rientro non era mai prima dell’orario di cena. L’unico lusso che ancora mi concedevo erano i miei bagni caldi al profumo di mirra e vaniglia, i miei sigari, lo shopping e infine la tappa al supermercato ogni sera prima di cena, anche se questo più che un lusso era una necessità .

Quando gli scrittori avevano le stagioni, io avevo i mesi, i giorni, le ore, i minuti e i perfino secondi. Sentivo che nessuno avrebbe capito i miei stati d’animo, la mia vulnerabilità, i miei sbalzi di umori, e perfino le mie incazzature, a parte me.

E in effetti passare un po’ di tempo con me era l’unico modo per sentirmi serena, niente scenate, niente obblighi, niente vincoli me e soltanto me. Un ego ingordo di sé. Tenevo alla larga gli uomini, sebbene non demordessero mai negli inviti, nelle proposte, e talvolta nelle dichiarazioni che se non fossero state d’amore sarebbero state da horror. La mia paura di cadere ancora una volta nell'amore mi teneva lontano da qualunque coinvolgimento emotivo, qualunque.

Ma quella mattina, con distrazione e passo veloce, inciampai su quell'uomo. Accennai con voce incazzata a “un mi scusi”, quando alzai gli occhi lo guardai, sembrava un angelo, e fu un incanto.

 

 

Gli occhi di colore zaffiro rivelavano un accennato sorriso e i lunghi riccioli biondi cadevano su larghe spalle. Doveva essere alto 185 e il suo petto era decisamente ampio e piatto. Quando le sue braccia mi accolsero nello scontro, sentì un meraviglioso profumo. Indossava un vestito elegante, uno di quelli costosi.

Non riuscivo a distogliere lo sguardo neanche a mettercela tutta. In un attimo avevo mandato a fanculo tutte le mie fantateorie sugli uomini, tutte le convinzioni sulla single-tudine. Quell’uomo era padre natura, e io una povera donna che non vedeva un uomo, che non usciva con un uomo da un pezzo. Mi chiese se andava tutto bene risposi di si.

Sono trascorsi due mesi da quel fatale incontro scontro, e andava ancora tutto bene fino ieri mattina, quando fatalmente ci siamo per l'ennesima volta rincontrati scontrati...

 

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«Che amarezza. Constatare che in giro ci son più coglioni che piccioni»
(riflessione personale, inaspettatamente aforistica)


Non pensavo (non speravo) di dovermi ritrovare tra me e me a raccogliere ulteriori elementi, salterini come pulci sul cuoio capelluto fertile, a suffragio della mia totale sfiducia nei confronti dei rapporti umani, anzi, mi ripeterò, dei rapporti uomo-donna. E, ancora una volta, la freccetta della mia delusione si va a ficcare dritta dritta nel suo bersaglio preferito.

Il bacino di utenza dei trentenni-trentacinquenni pullula di esemplari, alcuni depennabili d’acchito, altri apparentemente meritevoli di interesse ma, dopo aver sollevato il velo di Maya, degni soltanto di essere ricoperti, ma che dico, avvolti da un Sudario Pietoso.
Cerco di superare la fase dell’autocolpevolizzazione mortificante. Dopo essermi biasimata per aver dato spago al classico Bastardo Fascinoso, ricadendo nell’imbarazzante cliché della tipica donna, ho preferito smettere di soffrire per fallimenti annunciati, e provato ad ampliare i miei orizzonti, aprendo la mia finestra emotiva anche all’altro emisfero maschile. E ho dovuto questa volta armarmi di onestà morale, prostrandomi al cospetto del mio cervello (o dello strano pasticcio di fettuccine che ne fa le veci).


Ok, lo ammetto, il tanto anelato, sospirato, decantato, mitizzato Uomo Serio e Rassicurante, che tutte noi (o molte di noi) vorrebbero al loro fianco, stanche di essere illuse e prese in giro da Delinquenti Senza Scrupoli Né Remore, ma che non trovano neanche a morire, in effetti c’è.
Gli uomini seri ci sono. Ma non ci interessano. E quindi non li cerchiamo. E non appena invece abbiamo sentore di delinquenza, allora caschiamo dagli alberi come pomi gravidi.

 


Mi riconosco esponente di spicco della categoria. E mi tocca dare ragione a molti di quei maschietti che, in virtù della loro elementare, genuina, invidiabile anche se talvolta lapidaria psicologia, ce lo vengono giustamente a recriminare in faccia, sollevando i nostri irsuti grovigli di “se” e di “ma”.
Ce lo vengono a spiattellare sul muso con commovente innocenza, che noi compriamo ciò che disprezziamo, che sputiamo nel piatto in cui ci alimentiamo. Che meniamo tanto il can per l’aia, percorriamo circonvoluzioni aerodinamiche, voli funambolici attorno alle nostre stesse contraddizioni, volendo e respingendo, respingendo e ancora volendo, e più ci respingono e più vogliamo, per un odioso gioco perverso che tratta a pesci in faccia il nostro amor proprio.
E ci credo, che gli uomini rinuncino a capirci. E il bastardo ci piace, ma ci tratta male perché è un bastardo. E quello serio lo vorremmo, ma ai fatti non ci intriga perché è troppo normale. E troppo zerbino, e ci sta appiccicato e non ci dà respiro. Che quando diciamo no intendiamo sì, e quando diciamo sì… Non ne siamo più troppo convinte.

Le cose potrebbero essere così semplici, in effetti. E allora provo ad assecondare e seguire questo percorso di linearità, sperando (o temendo? Eccolollì, il paradosso che aleggia e minaccia…) di mettere ordine nella centrifuga emozionale del mio organismo.

 

Provo a fare pratica sul campo, decidendomi per un esperimento antropologico. Faccio appello alla mia (scarsa, ma volenterosa) fibra morale e mi accingo a portare a termine un compito nobile e coraggioso: smentire l’inossidabile opinione maschile, rivalutando la pregiudiziale anti-muliebre, e dimostrare al mondo che noi donne non cadiamo vittime (in)consapevoli del primo ribaldo che passa.

 

E quindi incontro G., che lavora alle poste. Caruccio, con un sorriso caldo e candido. Serio, tranquillo, jeans, polo abbottonata e scarpe da ginnastica allacciate con doppio nodo. Fumatore, giusto per dare un tocco “bad” al ritratto. E perché no, mi dico. Perché non conoscerlo?
Appunto. Non c’è stato bisogno di conoscenza. Sono bastate poche battute perché la buona volontà scendesse col peso di un vaso di begonie dal settimo piano.
Cortesemente, discretamente, educatamente tampinata fino allo scambio dei numeri e dei contatti facebook, non accade assolutamente nulla, se non la promessa (rinnovata e da me colta, ma mai effettivamente applicata) di una pizza, con l’imbarazzante scrupolo, da parte sua, a lasciare a casa la cagnolina, non abituata a rimanere sola la sera per più di un’oretta.
Mi prudono le punte delle orecchie.
Chiamate mai fatte, sms mai mandati, chiacchierate mancate, caffè mai presi. Io che cerco di provocare gli eventi “capitando casualmente” presso di lui a salutarlo in ufficio, sorridente, gentile, solare, carina, accomodante, cercando di estorcergli (con simulata naturalezza e dissimulato calcolo) una larvata proposta di uscita (un caffè, mica una pizza, e che scherziamo!), proposta che un giorno pare quasi abbozzare, salvo poi rarefarsi come la ionosfera e svanire nel nulla cosmico.
Ma, soprattutto, quel che è grave, gravissimo, imperdonabile, vergognoso, inaccettabile, imprescindibile, inconcepibile, almeno per una gemelli come me: la totale, abissale assenza di comunicazione. E per comunicazione non intendo i soliti civili e qualunquisti convenevoli sul tempo, ma quella comunicazione brillante, fresca, colorita, in grado di inebetirmi come l’aroma dei croissants caldi di primo mattino. Zero dialogo, zero battute, zero stimoli, zero interazione. Il nulla, nero come il nulla pascoliano, anzi, grigio come la noia leopardiana. La calma piatta.
E io qui ad aspettare che Casper batta un colpo sotto il tavolo.
E allora basta. Allora ho ragione. E che non mi si venga a dire che “magari aspettava che ti facessi avanti tu”, perché esplodo come una pentola a pressione impazzita. Questa è la classica frase capace di farmi schizzare come un missile a velocità supersonica. Aspettava che mi facessi avanti io? Per avere eventualmente il permesso di fare il passivo casomai le cose fossero evolute (casomai, eh…)? E’ chiaro che stiamo parlando di fantascienza.
E allora ricado nella fossa del non ritorno. Perché se l’alternativa al Bastardo Senza Scrupoli dev’essere il Mollaccione Bollito, allora scelgo la cioccolata.

 

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