Social network, diavolo ed acqua santa dei nostri tempi. Bistrattati o idolatrati, sono lì, oramai, incuneati nella nostra vita, insinuati nelle nostre forme di pensiero, capaci di condizionare i nostri comportamenti quotidiani. E, se da un lato si sbandiera in ogni dove il diritto alla privacy, si legifera in difesa di quest’ultima, si stampano migliaia e migliaia di fogli a sua garanzia (ma non si dovevano ridurre le emissioni cartacee in difesa della Natura?), dall’altro, ci precipitiamo a raccontare i fatti nostri e di coloro che ci circondano.

Tutti, inclusi cani e gatti di casa, hanno un profilo su Facebook. Apparire, apparire, apparire a tutti i costi nell’affanno della rivendicazione di sé. Per alcuni un’ossessione. E allora capita che ancora non abbiamo preso il caffè del risveglio e già twittiamo il buongiorno ad una platea di sconosciuti.

 

 

Mi sono ritrovata iscritta a Facebook nel 2008 senza esserne consapevole. Giuro. Ho risposto ad un messaggio ricevuto al mio indirizzo di posta elettronica inviato da un mio ex filarino adolescenziale conosciuto sul treno mentre andavo a trovare una mia cara amica livornese. Io romana, lui sardo. Un rapporto innocente, che si nutriva di lettere e cartoline e forse di un paio di incontri in tutto.

A quei tempi, erano gli anni a cavallo tra i 70' e gli 80' funzionava così. Ma tanto è bastato. Mi sono sentita lusingata dal ricordo rinnovato e in un batter d’occhio, eccomi nel clan universale di Facebook. Nella totale inconsapevolezza del suo funzionamento. Oggi è parte di me. Grazie ad un clic ho ritrovato amici persi nel corso degli anni. Ho manifestato il mio dissenso. Ho condiviso le mie gioie. Ho pubblicizzato la mia passione per il buon cibo e il buon bere. Qualche giorno fa ho ritrovato un compagno di università che non vedevo da… troppi anni e con il quale c’è stato un rapporto di grandissima amicizia. Ma di questo parlerò la prossima volta.

E tu? Chi hai rincontrato grazie ai social network?

 

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Amicizia e donne: un binomio incompatibile? Piccola riflessione a partire dal mondo animale. 

In questi giorni, le mie due gatte sono impegnate in un complicato processo di conoscenza. Paura e litigi sono però già alle spalle: in pochi giorni entrambe hanno iniziato a giocare, come avessero vissuto sempre insieme. Così mi sono messa a riflettere su quello che è il luogo comune sulle amicizie femminili. Sono in tantissimi a pensare che non esistano o siano molto rare. E in questi tempi di individualismo diffuso, di narcisismo che non raramente sfocia nella più assoluta sociopatia, non sembra strano da credere.
Per le gatte, la molla che le divide, almeno inizialmente, è la gelosia. Per le donne è forse la competizione. Nelle relazioni, nel lavoro, in qualunque campo della propria vita. Per gli uomini è più semplice, forse perché sono giustamente ancorati a un cliché, quello derivante dall'epopea di Gilgamesh: Gilgamesh incontra Enkidu, si battono e poi diventano amici. Il loro sentimento poggia sull'esperienza comune della lotta, in cui anche se uno dei due prevale, finisce per risparmiare la vita dell'altro. Questo cliché, quasi sempre ravvisabile nelle relazioni maschili, e anche nei teen drama statunitensi. Ma, come sempre, le relazioni, di qualunque tipo, sono molto più complicate di qualunque sceneggiatura.

A ben guardare, la più grande difficoltà rappresentata nelle amicizie femminili è appunto la competizione, che si traduce spesso in sospetto iniziale, pregiudizio, e poi, a meno che le cose non cambino, in un rapporto di circostanza determinato dalle convenzioni sociali, in cui ci si malsopporta, ci si parla alle spalle o si cerca, nei casi peggiori, di danneggiare l'altra persona.

 

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Fortunatamente, come spesso accade, si tratta di casi limite: il mondo pullula di buone amiche, ma siamo noi in primis a cercare a naso quelle che fanno per noi, in base al nostro vissuto, al nostro stile di vita, al nostro modo di essere. Tutto il resto meglio lasciarlo alle convenzioni sociali. E alla circostanza.
E se la ricerca dell'amicizia femminile non dovesse andare a buon fine, prendetevi una gatta. Sarà vostra amica incondizionatamente.

 

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Le conseguenze dell’Irlanda


“Le conseguenze dell’Irlanda non è un sottotitolo, ma un avvertimento.
Chi legge entrerà in un mondo pieno di vento, di musica, di viaggio. E tanta, tanta pioggia”.

Queste sono le parole che Erriquez della Bandabardò scrive nella prefazione del libro.

“Dal verde chiaro al verde scuro” è il resoconto di viaggio di Francesco Memoli, un giovane scrittore di Cava de’ Tirreni.
Il libro, che ha vinto il Premio “Narra il saggio” delle Edizioni Miele del 2011 racconta, sotto forma di diario, l’avventura di quattro amici che, nell’Agosto del 2007, decidono di partire alla scoperta dell’Irlanda, facendo un viaggio on the road.

 

Ma perché proprio l’Irlanda?


Beh, forse perché il solo fatto di pensare all’ineguagliabile verde dei suoi prati, alla maestosità delle sue scogliere, all’atmosfera vibrante di ogni città suscita in noi un gran desiderio di libertà e di ricerca di emozioni forti.
Ed ecco che si parte, senza una meta precisa, con un solo obiettivo nella mente: trovare la pace dei sensi, riscoprire se stessi nella Terra di Smeraldo.
Un viaggio itinerante messo in moto dalla necessità di volersi lasciare la vita di sempre alle spalle, per poter rinascere come “battezzati” dal verde.

 

 

Una storia coinvolgente, che nasce dalla necessità di trasferire su carta le sensazioni che emergono continue, che non è possibile trattenere.
I volti dei quattro protagonisti incrociano mille altri volti lungo la strada. Tra fiumi di birra e di musica, sotto l’incessante pioggia, travolti da amori vissuti a metà, con il mare ed il vento che risuonano nelle orecchie, quando torneranno non saranno più gli stessi.
“Dal verde chiaro al verde scuro” è un libro adatto a tutti: ottima guida per chi l’Irlanda ancora deve visitarla; scrigno di ricordi per chi quei sentieri ha già avuto modo di percorrerli e si rispecchia in quello che legge.
Ciò che colpisce è lo stile semplice e diretto, che rende la lettura molto scorrevole. Interessante ed innovativo è il procedere per post-it, che spiegano alcuni termini che l’autore utilizza, tipici del dialetto campano, ma impossibili da sostituire se si vuole mantenere un linguaggio autentico.
Si parla d’Irlanda dunque, e delle conseguenze di un viaggio che ti cambia la vita per sempre.

“Un viaggio non è mai spostarsi, ma è un atto d’amore: tra te e la Terra che incontri, tra te e la tua parte migliore, figlia di quello che hai dentro, sposa della libertà. Ho messo le gambe nel cuore e le ho portate via!” – cit. Rein “Canzone dell’Irlanda Occidentale”.

 

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