06 Apr

Ego hunting. Tortuosi labirinti mentali per cercare me stessa a tu per tu con Shirley Temple

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Si dice che una volta superato l’impatto, il resto venga da sé. Ok, è vero nella maggior parte dei casi. È altrettanto vero, però, che spesso meno si fa e meno si farebbe. Una intro un po’ molto alla larga per constatare e soppesare la drammaticità dell’impatto con i simili Bipedi Umani dopo un lungo (biblico, incommensurabile) periodo di romitaggio casalingo. Ma che poetessa...

Diciamo pure alienazione, disconnessione, autismo, quasi. Non mi voglio risparmiare nessuna auto recriminazione. Cercherò di essere impietosa. Una reprimenda degna di tanta ars oratoria. Io sul banco degli imputati, e ancora io a giudicare le mie scelleratezze. Anzi, le mie manchevolezze.
Volendo sradicare a forza dal sottosuolo un lato positivo (ridicolo quanto imbarazzante), mi verrebbe da asserire che stare tanto tempo senza fare una certa cosa te la faccia riscoprire come ex novo, quasi non l’avessi mai fatta prima. E me ne convinco anche, facendo appello agli scampoli di studi umanistici che mi svolazzano in testa come colibrì, e che io goffamente tento di cucire insieme stile patchwork.


Quel “vivi nascosto” di Epicuro che sembrava aver trovato la chiave di volta del mondo, e non si può certo dire che non prendesse la vita con filosofia, echeggia nella vacuità impolverata della mia scatola cranica rimbalzando fastidiosamente, fino a conficcarsi e germogliare con timidezza. Quella certezza del comune destino, quella rassicurante mancanza di provvidenzialità, quel materialismo così inappuntabile. La saggezza si spreca. In un’improvvisa ondata di trascendenza mistica, lo spirito del Sommo Filosofo s’impossessa delle mie diafane convinzioni, e le trascina vorticosamente fino a farmi prendere drastiche misure preventive. Applicando un deciso integralismo epicureo, mi barrico in casa assottigliando al minimo sindacale i contatti umani, seguendo il ferreo principio secondo cui tanto meno mi espongo, tanto più riduco le possibilità di urti emotivi (amorosi? Dai, su, è ovvio) dalle conseguenze devastanti.


Poi mi sovviene che quel solido Epicuro ha condotto alla pazzia e al suicidio Lucrezio e funestato l’esistenza del povero Leopardi, orbo, gobbo, malaticcio e accidentato, che a chiudersi in casa sublimando l’amore per la vita col sudore delle carte finì per morire affogato dai suoi stessi polmoni, lasciando un’ingombrante eredità di gloria e religioso assenso ma, ahimé, postumi.


Poi, riavutami dalla mia logorante psicomachia, cerco di restituire i nomi alle cose e la dignità ai poveri pilastri filosofici che ho impropriamente tirato in ballo, affibbiando in giro ciecamente, incautamente, erroneamente, presuntuosamente responsabilità pesanti, che adesso mi tornano indietro come boomerang e mi fanno venire bernoccoli in fronte..

E quindi maledico il Mr. Hyde che è in me per avermi tentata col malaugurio di un corvo, subdolo ma greve. Rinuncio alla solitudine coatta e scelgo di non privarmi della possibilità di condurre, o quanto meno simulare di condurre una vita da essere umano e reattivo. Rinuncio all’apologia della solitudine forzata e rinuncio a cercare a ritroso nella storia archetipi del mio atteggiamento.


A guardarmi uscire di casa si direbbe di vedere un latitante investito dall’aria pura dopo mesi di reclusione in bunker. Esco dal buio catacombale della mia camera (che in realtà è una mia pura distorsione mentale poiché, paradossalmente, casa mia è inondata di luce) e mi ritrovo non so come (devo aver perso la lucidità durante il tragitto, credo sia normale, dopo un alternarsi di compressione/decompressione del tempo) a varcare la soglia di questo locale. Il più semplice, tranquillo, innocuo locale. Gremito con moderazione. Stimo quasi nulle le possibilità di soffocamento. Mi accorgo di aggrapparmi al braccio della mia amica Manu come uno zoppo a una stampella, allora allento la presa, per non risultare patetica. Evito di simulare dimestichezza e solarità, quando temo invece di essere il ritratto del rachitismo. Mi sforzo però di sintonizzare la mia tune mentale dal De profundis a un qualsivoglia motivetto pop.
Cerco di riconoscere i brani di un medley di sottofondo molto teen-age style che le casse del locale diffondono. Non so perché, ma per me le feste di laurea devono sempre avere un imprinting operistico. Forse perché non riesco a scindere il retaggio antico solenne dell’evento dalla goliardia alcolica e liberatoria dei festeggiamenti. Stringo mani, concedo sorrisi (da documento), cerco di riattivare la salivazione e, dopo essermi acclimatata, mi rilasso in un angolino accanto ai tavoli del buffet, assieme alla Manu che, con mio (sadico) sollievo, non sembra troppo easy nemmeno lei, molto più simile a una sogliola dall’impanatura molliccia.
Effettuo una rapida schedatura di tutte le leccornie che campeggiano sui tavoli, un tripudio di stuzzichini, fritturine, salatini, bocconcini, patatine, tutte cose colesterolo-friendly tipiche da aperitivo/cena di laurea. Io mi sono premunita, e sono venuta già mangiata. Ho consumato a casa una cena a base di tre kiwi e una mela cotta, e adesso il mio pancino sta piacevolmente brontolando, ma la fame l’ho dimenticata per strada.
Sono immobile come dopo aver fissato Medusa negli occhi, perciò abbandono la posa da cariatide e mi munisco di piattino e posate di plastica, giusto per confondermi meglio tra la massa di festanti che si stanno giusto ora avventando sul buffet come una mandria di rugbisti in cattività. Il momento dell’assalto al cibo è il più rilassante, perché la gente è in solluchero ormonale da delirio gustativo, e alcuni sguardi misti che prima scrutavano in tralice i miei jeans strizzati (o quello che i jeans suggerivano) stanno ora dilaniando il cibo come tritarifiuti.
Mi dirigo assieme a Manu col mio bicchiere verso le bevande ma, a parte vino rosso e cole zuccherine non c’è nulla che c’aggradi. Un ottimo pretesto per discostarci dallo stufato di odori e calori umani, dirigerci assieme verso il lato bar opposto al locale, e sciropparci la carta degli analcolici alla ricerca di qualcosa di fruttato.
Opto per uno Shirley Temple, e mi trovo in mano un bicchierone alto e stretto colmo di ghiaccio e di un liquido rosa chiarissimo con una sensuale e ammiccante ciliegina candita al vertice. Non so perché, ma mi sento improvvisamente al sicuro, e inizio a sorseggiare lo Shirley riconoscendo il saporino del ginger ale. Mi godo il fresco del cocktail, e ho un brividino di approvazione.

 


Guardo la Manu, che beve avidamente una cedrata, ed entrambe ci appoggiamo al bancone, di spalle. Allora osservo la selva umana assiepata attorno ai tavoli del buffet, sempre più vuoti. Gente che parla, chiacchiera, schiamazza, mastica, beve, ride, scherza, ballicchia, racconta aneddoti interessanti (o no?). Tutti amalgamatissimi.
Cerco di visualizzare Enri, la festeggiata, e vedo un cespuglio di foglie d’alloro che fa capolino da un groviglio di braccia e salatini.
Poi guardo nel mio bicchiere e faccio un rumore di risucchio con la cannuccia. Poi guardo l’ora e di nuovo la gente che non mi ha notata, non mi sta notando e non mi noterà. Saranno fidanzati? Saranno innamorati? Qualcuno soffrirà per qualcun altro? Evidentemente no, perché altrimenti starebbe al bancone a bersi uno Shirley Temple.
Allora interrogo mentalmente il fondo annacquato dello Shirley, cercando di capire dove sia il mio posto, se ce ne sia uno, ed eventualmente come occuparlo.
Poi mi guardo le punte arrotondate delle scarpe alte col plateau, peggio di una tortura malese.
E mi tornano in mente Epicuro e compagnia cantante, e tutte le fregnacce filosofiche sulla vita saggia e serena e troppo easy e priva di affanni.
Ingollo il ghiaccio e rimpiango che non sia alcolico.

 

Letto 2994 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Aprile 2013 13:34
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Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.