Quando siamo avvolte da mille dubbi. 

Vi è mai capitato di dover prendere una decisione ma di non trovare proprio il coraggio di farlo? Avete presente quel nodo alla gola che non ti fa respirare, congiunto con quella morsa allo stomaco che ti sembra d’avvertire quando cuore e testa viaggiano su binari diversi? Ecco questo è ciò che si prova quando pensi alla soluzione ipotetica ad una questione che t’affligge da un po’…
Il fatto di non riuscire a decidere, molto spesso, per qualcuno, discende dalla mancanza di carattere. Io non penso sia così. Il non riuscire a fare una scelta, a parer mio, discende non tanto dalla mancanza di carattere, ma dalla consapevolezza di aver paura di non farcela dopo e dei “mostri del cuore” che consapevolmente sappiamo di dover affrontare dopo. E diciamocelo, a nessuno piacciono gli “scossoni emotivi”.

 


Si definiscono tali, quei momenti, quei giorni o anche quegli istanti, nei quali quel nodino alla gola sale su fino agli occhi e cala giù lasciando una traccia bagnata lungo il viso. I pensieri allora esplodono nella testa e le vere consapevolezze fioriscono nella mente. Questa è la parte più brutta.
Mettiamo il caso di una storia d’amore finita, o anche di un amicizia tradita per questo o quell’altro motivo. La consapevolezza amara di aver riposto tempo, cuore, sogni e anche denaro perché no, in un sentimento tanto labile, d’assomigliare a quei dolciumi frolli, che si sbriciolano in mano quando, il giorno dopo nel frigorifero non sanno di nulla, nonostante prima fossero deliziose e le decorazioni magnifiche. Ecco parlo proprio della consapevolezza di un amore acido che però era incartato così bene da sembrare eterno.


«Che amarezza. Constatare che in giro ci son più coglioni che piccioni»
(riflessione personale, inaspettatamente aforistica)


Non pensavo (non speravo) di dovermi ritrovare tra me e me a raccogliere ulteriori elementi, salterini come pulci sul cuoio capelluto fertile, a suffragio della mia totale sfiducia nei confronti dei rapporti umani, anzi, mi ripeterò, dei rapporti uomo-donna. E, ancora una volta, la freccetta della mia delusione si va a ficcare dritta dritta nel suo bersaglio preferito.

Il bacino di utenza dei trentenni-trentacinquenni pullula di esemplari, alcuni depennabili d’acchito, altri apparentemente meritevoli di interesse ma, dopo aver sollevato il velo di Maya, degni soltanto di essere ricoperti, ma che dico, avvolti da un Sudario Pietoso.
Cerco di superare la fase dell’autocolpevolizzazione mortificante. Dopo essermi biasimata per aver dato spago al classico Bastardo Fascinoso, ricadendo nell’imbarazzante cliché della tipica donna, ho preferito smettere di soffrire per fallimenti annunciati, e provato ad ampliare i miei orizzonti, aprendo la mia finestra emotiva anche all’altro emisfero maschile. E ho dovuto questa volta armarmi di onestà morale, prostrandomi al cospetto del mio cervello (o dello strano pasticcio di fettuccine che ne fa le veci).


Ok, lo ammetto, il tanto anelato, sospirato, decantato, mitizzato Uomo Serio e Rassicurante, che tutte noi (o molte di noi) vorrebbero al loro fianco, stanche di essere illuse e prese in giro da Delinquenti Senza Scrupoli Né Remore, ma che non trovano neanche a morire, in effetti c’è.
Gli uomini seri ci sono. Ma non ci interessano. E quindi non li cerchiamo. E non appena invece abbiamo sentore di delinquenza, allora caschiamo dagli alberi come pomi gravidi.

 


Mi riconosco esponente di spicco della categoria. E mi tocca dare ragione a molti di quei maschietti che, in virtù della loro elementare, genuina, invidiabile anche se talvolta lapidaria psicologia, ce lo vengono giustamente a recriminare in faccia, sollevando i nostri irsuti grovigli di “se” e di “ma”.
Ce lo vengono a spiattellare sul muso con commovente innocenza, che noi compriamo ciò che disprezziamo, che sputiamo nel piatto in cui ci alimentiamo. Che meniamo tanto il can per l’aia, percorriamo circonvoluzioni aerodinamiche, voli funambolici attorno alle nostre stesse contraddizioni, volendo e respingendo, respingendo e ancora volendo, e più ci respingono e più vogliamo, per un odioso gioco perverso che tratta a pesci in faccia il nostro amor proprio.
E ci credo, che gli uomini rinuncino a capirci. E il bastardo ci piace, ma ci tratta male perché è un bastardo. E quello serio lo vorremmo, ma ai fatti non ci intriga perché è troppo normale. E troppo zerbino, e ci sta appiccicato e non ci dà respiro. Che quando diciamo no intendiamo sì, e quando diciamo sì… Non ne siamo più troppo convinte.

Le cose potrebbero essere così semplici, in effetti. E allora provo ad assecondare e seguire questo percorso di linearità, sperando (o temendo? Eccolollì, il paradosso che aleggia e minaccia…) di mettere ordine nella centrifuga emozionale del mio organismo.

 

Provo a fare pratica sul campo, decidendomi per un esperimento antropologico. Faccio appello alla mia (scarsa, ma volenterosa) fibra morale e mi accingo a portare a termine un compito nobile e coraggioso: smentire l’inossidabile opinione maschile, rivalutando la pregiudiziale anti-muliebre, e dimostrare al mondo che noi donne non cadiamo vittime (in)consapevoli del primo ribaldo che passa.

 

E quindi incontro G., che lavora alle poste. Caruccio, con un sorriso caldo e candido. Serio, tranquillo, jeans, polo abbottonata e scarpe da ginnastica allacciate con doppio nodo. Fumatore, giusto per dare un tocco “bad” al ritratto. E perché no, mi dico. Perché non conoscerlo?
Appunto. Non c’è stato bisogno di conoscenza. Sono bastate poche battute perché la buona volontà scendesse col peso di un vaso di begonie dal settimo piano.
Cortesemente, discretamente, educatamente tampinata fino allo scambio dei numeri e dei contatti facebook, non accade assolutamente nulla, se non la promessa (rinnovata e da me colta, ma mai effettivamente applicata) di una pizza, con l’imbarazzante scrupolo, da parte sua, a lasciare a casa la cagnolina, non abituata a rimanere sola la sera per più di un’oretta.
Mi prudono le punte delle orecchie.
Chiamate mai fatte, sms mai mandati, chiacchierate mancate, caffè mai presi. Io che cerco di provocare gli eventi “capitando casualmente” presso di lui a salutarlo in ufficio, sorridente, gentile, solare, carina, accomodante, cercando di estorcergli (con simulata naturalezza e dissimulato calcolo) una larvata proposta di uscita (un caffè, mica una pizza, e che scherziamo!), proposta che un giorno pare quasi abbozzare, salvo poi rarefarsi come la ionosfera e svanire nel nulla cosmico.
Ma, soprattutto, quel che è grave, gravissimo, imperdonabile, vergognoso, inaccettabile, imprescindibile, inconcepibile, almeno per una gemelli come me: la totale, abissale assenza di comunicazione. E per comunicazione non intendo i soliti civili e qualunquisti convenevoli sul tempo, ma quella comunicazione brillante, fresca, colorita, in grado di inebetirmi come l’aroma dei croissants caldi di primo mattino. Zero dialogo, zero battute, zero stimoli, zero interazione. Il nulla, nero come il nulla pascoliano, anzi, grigio come la noia leopardiana. La calma piatta.
E io qui ad aspettare che Casper batta un colpo sotto il tavolo.
E allora basta. Allora ho ragione. E che non mi si venga a dire che “magari aspettava che ti facessi avanti tu”, perché esplodo come una pentola a pressione impazzita. Questa è la classica frase capace di farmi schizzare come un missile a velocità supersonica. Aspettava che mi facessi avanti io? Per avere eventualmente il permesso di fare il passivo casomai le cose fossero evolute (casomai, eh…)? E’ chiaro che stiamo parlando di fantascienza.
E allora ricado nella fossa del non ritorno. Perché se l’alternativa al Bastardo Senza Scrupoli dev’essere il Mollaccione Bollito, allora scelgo la cioccolata.

 

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Spesso non ce ne rendiamo conto, ma le nostre giornate sono caratterizzate da una routine tanto stabile quanto insidiosa. Una serie di compiti più o meno ripetitivi e noiosi che svolgiamo uno dopo l’altro come degli automi.

Ti alzi, ti prepari, esci, lavori, torni a casa, cucini, e così via, un giorno dopo l’altro. A parte l’evidente “piattume” che questo porta nella nostra esistenza, questo copione abitudinario ha anche un altro pericolo: trascinarci lontane da ciò che vorremmo e dalla qualità di vita che meriteremmo. Purtroppo il cervello umano tende al risparmio di energia, cerca una RIPETITIVITA’ nelle cose che gli permetta di non sforzarsi troppo. Percorrere le stesse strade, svolgere le proprie attività sempre nello stesso modo, frequentare le stesse persone e gli stessi luoghi. Tutte situazioni conosciute, in cui c’è poco sforzo d’adattamento, poca tensione. Si chiama in gergo "zona di comfort" e ci fa sentire sicure e protette. 

Ma a che prezzo? 

Così facendo, ogni piccolo cambiamento ci spaventa, ci fa sentire sotto stress, agitate. Perché cambiamento significa novità, una cosa sconosciuta, nella quale potremmo non trovarci bene o fallire. E questo ci mette un PANICO tremendo. 

Ma ti faccio un’altra domanda: ci sono delle cose nella tua vita che vorresti migliorare? Qualcosa di cui non sei contenta? E sai che per migliorare è necessario... cambiare? Ogni miglioramento nella nostra vita è stato generato da qualcosa che è cambiato. Ecco allora il pericolo delle abitudini: ci chiudono in un recinto che rende difficile migliorare.

E purtroppo la nostra giornata è costellata di abitudini. 

La soluzione? 

Prendersi una manciata di minuti per riflettere su cosa "nella nostra routine" ci limita, non ci permette di ampliare i nostri orizzonti e di avvicinare la nostra vita all’ideale che abbiamo in mente. Fatto questo, dobbiamo iniziare a rompere queste RESISTENZE. Piano piano, senza traumi, ma con decisione. Devi avere ben chiaro qual' è il tuo OBIETTIVO, cosa vuoi migliorare. Vorresti lavorare in proprio, ma tutte le tue amiche sono dipendenti? Inizia a frequentare donne con aspirazioni simili alle tue, con le quali confrontarti e informarti. Vorresti imparare a fare giardinaggio, ma pensi di non essere in grado? Nessuno nasce "imparato", cerca un bel corso vicino a casa e iscriviti, senza timore. Ti annoia svolgere un determinato compito? Chiedi a un’amica o una collega come lo svolge lei, potresti scoprire un nuovo metodo più divertente che puoi applicare anche tu. 

 

MORALE: esci dai tuoi schemi, dalle tue rigidità, possono essere rassicuranti ma non è detto che siano la cosa migliore per te.

 

Vai alla seconda parte

 

Ecco l’ultima parte di questa "trilogia" in cui abbiamo parlato di come la routine quotidiana può impedirti di migliorare la tua vita e i motivi che ti hanno portato ad avere paura del cambiamento. 

Con questo articolo conclusivo andremo finalmente a svelare le SOLUZIONI.

Come uscire dal tunnel della routine? 

Innanzitutto, bisogna dire che quando decidiamo di iniziare un cambiamento non dobbiamo fermarci davanti alla prima difficoltà e non dobbiamo avere fretta nel vedere subito dei risultati. Anche perché molto spesso i risultati arrivano quando quel cambiamento diventa esso stesso un’abitudine, cioè entra a far parte stabilmente delle nostre giornate.  

Un esempio: se iniziamo a fare una dieta, sarà difficile perdere i kili di troppo subito. Bisognerà proseguire la dieta un po’ di settimane. E una volta raggiunto il peso desiderato, sarà necessario adottare un regime alimentare più bilanciato che ci permetta di non ingrassare di nuovo. Quindi, all’inizio c’è la novità (introduzione della dieta), e poi c’è l’abitudine (adozione di un modo di mangiare diverso da quello precedente, da mantenere nel tempo). È una novità che diventa un’abitudine e ci permette di ottenere il risultato che volevamo. Chiaro il passaggio?

Ma quanto ci vuole prima che una novità si consolidi ed entri nella nostra routine? Cioè, QUANTO TEMPO è necessario per far diventare un cambiamento qualcosa di automatico, naturale, che facciamo senza doverci pensare? Alcuni esperti dicono 90 giorni. Ovviamente non è un limite rigido, può variare a seconda delle situazioni e della persona.  

C’è però un modo per accelerarlo, ed è facendo diventare il cambiamento stesso un’abitudine. Cioè, se ci abituiamo a fare cose nuove ogni tanto, a non rimanere imbrigliate troppo a lungo nelle routine, a non abbandonare un’idea solo perché ci sembra troppo lontana da noi, il nostro cervello si imposterà in maniera tale da ACCETTARE il cambiamento in modo più facile e favorevole. Perché sarà abituato a pensare che le cose ogni tanto devono cambiare. 

Apportare ogni giorno una piccola novità può essere un buon esercizio. Bastano davvero delle cose minime: cambiare bar, mettere vestiti che non si portano da tempo, svolgere i nostri compiti con un ordine diverso. Tante piccole variazioni che abituano la nostra mente al cambiamento. Così facendo, le novità più grosse non ci sconvolgeranno più di tanto e saremo in grado di cambiare le nostre abitudini velocemente, per raggiungere la qualità di vita che meritiamo. Provare per credere!

MORALE: fai diventare il cambiamento un’abitudine, rendi la novità e il miglioramento parti integranti della tua vita.

 

Nel precedente articolo abbiamo parlato di come la routine quotidiana può impedirti di migliorare la tua vita, mettendo a rischio la tua felicità e realizzazione personale. Oggi approfondiamo le ragioni che possono averti portato ad essere prigioniera di questa situazione. 

Se, nonostante le buone intenzioni, non riesci a vincere la paura di fare cose nuove o diverse, i MOTIVI possono essere essenzialmente due: 

  • temi di non riuscire, di non essere in grado: in realtà, gli essere umani sono incredibili. Se leggi il libro dei guinness dei primati troverai decine (se non centinaia) di esempi di persone che sono riuscite a fare cose impensabili, ad affrontare sfide impossibili. Come mai? Perché ci hanno creduto, perché l’hanno voluto e hanno LOTTATO, senza lasciarsi vincere dalle difficoltà. E se l’hanno fatto loro, puoi farlo anche tu. Ti sembra un esempio stupido? E allora pensa a tutte quelle persone che sono disabili eppure conducono una vita normalissima e felice. O a tutti quelli che sono diventati ricchi partendo da zero. Non è fortuna, non è caso, è volontà. Se una persona vuole davvero qualcosa, la ottiene.
  • hai paura che si riveli una scelta sbagliata: nessuno di noi ha la sfera di cristallo. Non possiamo sapere se una cosa andrà bene o male. Quello che è sicuro però, è che se rimaniamo in una situazione che non ci piace saremo infelici a vita. Davanti a questo, un tentativo per cambiare le cose è il minore dei mali, non credi? BUTTATI, rischia. Se poi si rivelerà un errore, avrai comunque imparato qualcosa di nuovo, e magari avrai più elementi per capire qual è la soluzione giusta. E poi, nulla è davvero irreparabile. 

Ce ne aggiungo un terzo, diciamo... collaterale. 

  • ci hai provato, ma hai visto che le cose non sono cambiate e quindi hai lasciato perdere. Ebbene, per ottenere dei risultati bisogna avere anche un po’ di pazienza e dare tempo al tempo. Specie quando si tratta di cose importanti. Più il risultato è ambizioso, più sforzo ci vuole, però anche la felicità di raggiungerlo sarà ovviamente proporzionata! 

 

MORALE: puoi essere e avere ciò che vuoi, se hai volontà e tenacia. Gli unici limiti che hai sono quelli che ti poni tu.

 

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