Gestire lavoro e famiglia 

Sentirsi divise tra affetti e ambizioni. Dover scegliere tra lavoro e famiglia. Cercare l’affermazione puntando sulla carriera e rinunciare ai figli o diventare mamma e moglie lasciando da parte ogni sogno di crescita professionale. 

A quante donne è capitato di interrogarsi su questioni del genere? Forse al 99,99%!
Che le donne abbiano nel DNA la capacità di sacrificarsi, di fare delle rinunce, anche piuttosto pesanti, di gestire problematiche e avversità, questo lo sappiamo. Ma, effettivamente, quanto costa a una donna dedicare tempo ed energie al lavoro? Il dato allarmante è che la maggior parte delle manager e dei boss in “rosa” hanno rinunciato a fare figli e, alle volte, persino a sposarsi per dare spazio alla vita professionale.
Spesso dicono “Ci penserò quando sarà il momento opportuno”, senza però calcolare che il nostro orologio biologico non è poi così clemente quando si parla di maternità, e che anche la ricerca del compagno giusto richiede un certo impegno (purtroppo l’uomo ideale non viene a suonarci alla porta di casa).
E molte volte, queste donne che rinunciano alla famiglia in nome della carriera vengono giudicate negativamente (molto più di quanto non si faccia con gli uomini che adottano lo stesso principio). Posto che ognuno è LIBERO di fare le scelte che ritiene più opportune e considerando che non esiste qualcosa di universalmente giusto o sbagliato, è scorretto demonizzare le donne che percorrono questa strada, come è scorretto descriverle con lo stereotipo della donna fredda, insensibile e acida (quindi, se abbiamo una collega che rientra in questa casistica, pensiamoci la prossima volta che stiamo per dire qualcosa di cattivo su di lei).


Se una donna decide di concentrarsi sul lavoro, non nuoce a NESSUNO. Sarebbe molto peggio se mettesse su famiglia e poi l’abbandonasse per dedicarsi alla carriera (però, anche in quel caso, non sta a noi giudicare).
Ma anche senza guardare alle manager in carriera, molte donne hanno dovuto fare scelte dolorose anche solo per avere un lavoro normale o per non rischiare di perderlo. Come già detto in passato (e com’è noto a tutti), in Italia non esiste una vera politica a sostegno della CONCILIAZIONE lavoro – famiglia e molte aziende vedono la maternità come uno spauracchio da cui tenersi lontani, privilegiando l’assunzione di uomini. Quindi, sta alle donne sapersi barcamenare tra questi due poli e cercare l’equilibrio…finendo col fare più numeri di un acrobata circense!
E tu come la pensi? Che esperienza hai avuto? Senti di aver sacrificato qualcosa nel lavoro o in famiglia?
Scrivi la tua…

 

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Festa del Papà. 

Esattamente il 19 marzo di un anno fa avrei dovuto dare alla luce il mio secondogenito, almeno secondo i calcoli del ginecologo, e mio marito aveva sorriso all’idea di ricevere questo bellissimo “regalo” in coincidenza della sua festa!

Oggi quando ripenso alla data del 19 marzo mi viene proprio in mente questo episodio di gioia, di felicità, tra me ed il futuro padre di mio figlio. Achille però non ha voluto aspettare ed è nato il 14, così per la festa del papà siamo potuti stare tutti e 4 insieme a casa nostra.

Ogni anno, in concomitanza di questo evento, si parla tanto del ruolo dei papà al giorno d’oggi e lo si confronta inevitabilmente con la figura paterna di un tempo. Una volta i padri erano distaccati, freddi, non partecipi alla vita quotidiana dei propri figli… questo viene scritto e riscritto, detto nei talk show e ripetuto da tutte noi donne e mamme. Ma ovviamente non è sempre così, anche oggi giorno vi sono padri assenti, padri violenti o soltanto poco inclini ad occuparsi del pargoletto frignante. Soprattutto nei primi anni di vita del figlio, in cui tutto è più difficile, incomprensibile e la condivisione di attività comuni tra adulto e bambino è ostacolata da evidenti problemi di mancanza di autonomia o maturità dell’infante. Il rapporto può “ricucirsi” negli anni avvenire, quando il figlio lo si può portare allo stadio o accompagnare alle partite di pallone… Quando il figlio o la figlia non è più “l’oggetto misterioso” ma lo si può capire ed insieme ci si diverte pure!

Ma il momento più difficile, che riguarda i primissimi anni di vita di un bambino, di solito viene ancora gestito dalla madre. Perché “interpretare” i vagiti del tuo piccolo, “sentire” a pelle se sta bene o male è anche un istinto animale che le donne hanno più sviluppato. Le mamme hanno una sensibilità innata, che acquisiscono sia con il tempo che con lo stretto contatto visivo e soprattutto fisico con il figlio. Gli uomini, i padri, sono per natura ai margini di questo tipo di rapporto preferenziale. A volte non è neppure colpa loro, anzi sono i primi a sentirsi esclusi ed in difficoltà rispetto all’universo parallelo creatosi tra madre e figlio. Però, un discorso è approfittare di questa evidente difficoltà di comunicazione ed un altro discorso è fare di tutto per sforzarsi di imparare a conoscere tuo figlio. Anche per la mamma si tratta di una scoperta continua, fatta di errori e tentativi… perché capirsi al primo sguardo è un lavoro duro, costante… che spesso sfinisce!

 

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I papà d’oggi sono di sicuro più interessati al loro ruolo genitoriale, sono più attenti ed anche più affettuosi dei loro rispettivi padri, hanno un approccio diverso anche solo per non ripetere gli errori di cui sono stati vittima.

A questi papà moderni, che si abbassano al livello dei loro piccini, va tutta la mia ammirazione… e voglio solo dire loro : “tenete duro”, il lavoro più difficile al mondo non è solo fare la mamma… ma anche il papà!

 

Intervista ad Annalisa Monfreda, nuovo direttore responsabile del settimanale Donna Moderna e di Confidenze. 34 anni e 2 figli, si è laureata in Lettere Moderne e ha iniziato la propria attività nel 1996. Nel suo passato professionale, spiccano nomi di testate importanti, tra cui Geo e Topgirl (Mondadori), Cosmopolitan.

 

E: Annalisa, tu sei il ritratto della donna che "ce l’ha fatta". Secondo te, per una donna in Italia è possibile fare carriera?
A: Sì, è possibile. E non potrei mai dire il contrario vista la mia esperienza e viste le tante donne in carriera che ho incontrato in questi anni. Certo, il contesto non aiuta. Né quello sociale (assenza totale di servizi e aiuti alle donne lavoratrici) né quello culturale (gli uomini, anche i più evoluti, fanno fatica a prendere le distanze da un modello che li vuole "capifamiglia" anche in senso economico, e quindi sono di scarso sostegno alla carriera delle loro compagne). Ce la fa chi è abbastanza incosciente e indifferente di fronte a questi due ostacoli.

 

E: Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato?
A: Le uniche vere difficoltà le ho incontrate in campo familiare. Accettare di tornare a casa alle 7 di sera e sentirsi respinta dalla propria figlia di due anni perché tu non ci sei stata tutto il giorno non è affatto facile. Ti fa mettere in discussione le tue priorità e ti fa credere che stai sbagliando tutto. Come ne esci? Inizialmente ho provato a fare orari più family friendly, ma è durata poco. O comunque era un buon proposito che veniva disatteso alla prima emergenza. Così ho fatto pace con i miei orari, ho fatto pace con il mio ruolo, e devo dire che tutto è migliorato. Le figlie intanto sono diventate due e quando torno a casa la sera mi abbracciano: percepiscono che quella è la normalità della nostra vita e l'accettano. L'accettano perché io per prima la accetto.
Quanto all'ambito lavorativo, devo dire che non ho mai incontrato difficoltà e non ho mai patito pregiudizi, anzi ho sempre trovato sponsor che mi hanno fatto crescere e mentori che mi hanno insegnato tanto. E quasi sempre erano uomini.

 

E: Secondo te, in un ambiente maschilista, una donna ha delle possibilità di crescere professionalmente?
A: Onestamente, non mi sono mai trovata in un ambiente maschilista. Forse ho incontrato qualche collega o qualche capo tendenzialmente più maschilista di altri. Ma la carriera l'ho fatta lo stesso. Mi è bastato sfatare tutti i falsi miti sulle donne. E cioè che la nostra emotività sia una debolezza (mentre è ciò che ci permette di attivare le energie del gruppo), che una volta messa su la famiglia diventiamo poco affidabili (mentre in realtà abbiamo un'esplosione di creatività) ecc. ecc.

 

 

E: Come riesci a conciliare lavoro e famiglia?
A: Non ci riesco, questa è la verità. E quindi ho smesso di cercare la conciliazione a tutti i costi. Cerco la felicità, perché una donna felice ha figli (e marito) felici. E quindi vivo una vita senza molto equilibrio: serate in cui lavoro fino a tardi, pomeriggi a sorpresa in cui mi libero, weekend trascorsi come se il lavoro non esistesse e domeniche distratte con mia figlia che disegna di fianco a me che non distolgo gli occhi dal computer. Non ho una ricetta per la conciliazione se non quella della serenità interiore e del non sentirsi in colpa.

 

E: A quelle donne che decidono di mettersi in proprio per riuscire a stare di più con i figli, cosa consiglieresti?
A: Faccio fatica a credere che il lavoro in proprio ti lasci più spazio da dedicare ai figli. Forse ti lascia una buona dose di flessibilità e quindi più tempo da trascorrere con loro in termini orari. Ma devi essere brava a "staccare", cioè a non pensare al lavoro quando sei con loro, e questo è davvero difficile con il lavoro in proprio.

 

E: Negli ultimi tempi, sia online che sulle riviste, si leggono diversi articoli che parlano di lavoro e attualità rivolgendosi alle donne. Però rimangono ancora argomenti un po’ marginali rispetto a moda, bellezza e gossip. Secondo te come mai?
A: Io credo che l'universo della donna sia molto complesso. E non c'è crisi che tenga: la moda, la bellezza e anche il gossip sono tra i massimi interessi di noi donne. E non è un elemento negativo. Anzi, appartiene a quella leggerezza che ci caratterizza e che è la nostra forza.

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Un video per dire no alla violenza contro le donne.

La violenza contro le donne è un tema di scottante attualità. Secondo il Telefono Rosa, nel 2012, sono state 98 le donne vittime della violenza famigliare. Anche l'Istat conferma: solo il 15% degli omicidi ha avuto come vittima un uomo. Così ha fatto grande scalpore l'azzeccata campagna di sensibilizzazione comparsa in maniera anonima su Youtube e divenuta immediatamente virale.
Il video che ha impazzato per la rete si intitola “One photo a day in the worst year of my life”, ossia “Una foto al giorno nell'anno peggiore della mia vita”.

Nel filmato compare una giovane donna croata che nei differenti fotogrammi appare colpita dalla violenza di qualcuno: nel video si suppone che questo qualcuno appartenga ai suoi affetti, se si possono definire tali, e culmina con una richiesta d'aiuto: “Aiutami, non so se arriverò a domani”.

 


Naturalmente il video è finto, ma dietro la finzione si nasconde una grande verità, quella delle donne che subiscono violenza fisica e psicologica da parte di mariti, compagni, padri, a volte fratelli. E, cosa peggiore, sono costrette a tacere, per la paura, per l'imbarazzo o per entrambe. Perché molte donne finiscono per credere che ciò che subiscono sia colpa propria.
La speranza è che questo video contribuisca a gettare l'ennesimo sassolino in un'oceano di omertà, di terrore, quello che circonda questi casi che divengono tristemente di cronaca, ma solo quando è troppo tardi.


{youtube}Ertu9_MhFiM{/youtube}

 

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Lo stress rappresenta la risposta fisiologica dell’organismo a una situazione di rischio, di minaccia. È un’eredità antica che ci portiamo dietro dai tempi delle caverne, da quando cioè l’uomo doveva difendere la propria vita dagli attacchi degli animali e dalla pericolosità dell’ambiente naturale.

Quando l’uomo percepisce un pericolo, l’organismo rilascia automaticamente ADRENALINA, per preparare un’eventuale difesa o una fuga. La pressione sanguigna aumenta, i riflessi sono pronti, i muscoli in tensione e la respirazione più veloce. Questo surplus di energia viene poi “scaricato” nell’atto fisico di battersi o di scappare.

 

Quindi, lo stress è una cosa positiva?

In realtà sì, perché il suo scopo è salvare la vita dell’uomo. Ma perché oggi è diventato un problema del quale si parla tanto? Semplice. Come dicevo prima, l’adrenalina prodotta sotto stress, veniva scaricata dai nostri antenati nell’atto fisico di difendersi o fuggire. Ed è proprio questo che manca a noi oggi: la fase di scaricamento.

Ci sono tante situazioni nell’arco della nostra giornata che possono far scattare l’adrenalina: una discussione col capo, un incosciente che ci taglia la strada in auto, qualcuno che ci spintona e così via. Tante piccole cose che ci turbano e creano stress. Allora il nostro corpo si prepara a difendersi, ma poi in realtà, dato che non possiamo scappare a gambe levate o prenderci a sberle, l’adrenalina prodotta non viene scaricata. Quando la problematica si risolve, la tensione cala, ma lascia comunque una TRACCIA. E questa traccia si sommerà a una nuova scarica di adrenalina non appena si presenterà un’altra situazione stressante. Man mano che la catena di eventi stressanti si allunga, lo stress accumulato aumenta e causa un progressivo esaurimento fisiologico.

 

Quale soluzione adottare quindi per scaricare lo stress?

Semplice: l’esercizio fisico. Non serve praticare uno sport a livello agonistico, né andare tutti i giorni in palestra, né tantomeno scegliere attività dove si suda e si fatica molto. Basta uno sport adatto al nostro fisico, praticato con costanza nell’arco della settimana.
È fondamentale che questa diventi un’abitudine REGOLARE, perché altrettanto regolare è il nostro accumulo di stress quotidiano, che può causare problemi a livello fisico (disturbi psico-somatici) e psichico.

La quantità di stress che siamo in grado di tollerare è SOGGETTIVA. Per sapere se siamo in “overdose”, possiamo controllare i seguenti sintomi: irritabilità, insonnia, pressione alta, palpitazioni, disturbi digestivi (coliti, acidità, inappetenza), mal di testa, stanchezza costante, indebolimento del sistema immunitario (con conseguente aumento dell’insorgere di malattie virali, allergie e infiammazioni).

 

 

I fattori scatenanti dello stress sono prevalentemente di origine MENTALE (emotivi e psicologici), ma concorrono anche fattori di origine fisica (stress muscolare, posture errate) e chimica (inquinamento, farmaci, alcolici). Il consiglio per ridurne gli effetti è quello di cercare di essere più flessibili dal punto di vista mentale, quindi provare a “farsi scivolare” maggiormente le cose addosso senza prendere tutto di petto. Cercare di tenere posture corrette, non fare sforzi eccessivi, ridurre l’esposizione all’inquinamento e non abusare di alcol e farmaci sono poi altri cambiamenti da adottare per rinforzare la nostra resistenza allo stress e aiutare la nostra salute generale.


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