Gutta cavat lapidem. Non che il cervello sia diventato un minerale. Anzi. La consistenza si avvicina più a quella di un frutto molto maturo, gravido di succo, che squizza e sguilla tutt’intorno, e non rimane che la buccia. I pensieri sono la massa molliccia di un groviglio di spaghetti scotti.

O la poltiglia dei cereali zuppi di latte rimasti sul fondo della tazza.

O il cic ciàc del mocio vileda quando lo si strizza, grondante acqua insaponata.

Il cuore invece è un castello dalle mille porte e dalle mille finestre. Tutte aperte. Le correnti d’aria non permettono di soggiornarvi senza essere sbatacchiati in qua e in là, collezionando lividi che, anziché riassorbirsi, si espandono. E il ponte levatoio si è inceppato, non si alza, ma rimane, promettente, steso ad accogliere chicchessia peggio dello zerbino con scritto Welcome.

Well come. E infatti nessuno se ne esce, si imbuca, rimane lì, genera confusione e poi, anziché evaporare come l’acqua, anziché sbiadire come i colori, rimane lì rincantucciato in un suo angolino, come i semini delle fragole, che in realtà non sono semini, ma i frutti veri e propri.

E che frutti. Frutti che non fruttificano, restano lì, latenti, e quando meno te lo aspetti zàcchete, mandano qualche getto. Un po’ come gli sbrilluccichii dei fuochi d’artificio che vanno a morire nel mare, e si sbriciolano tra cielo e acqua, perdendosi chissà dove.

E mi ritrovo così, sempre immancabilmente col cervello in modalità mumble e il cuore in modalità love. Mai che il cuore sia in modalità mumble e il cervello start to love Myself. Perché poi, il bello e il brutto della vita, è che ti scombina i piani, e quindi sarebbe meglio non farli i piani, ma poi non resisti alla tentazione di pianificare, ed ecco che il soffio vitale fa crollare il castello di carte che provavi a costruire.

 

problemi-amore

 

E tutto quest’affollamento nel cuore non fa che moltiplicarsi. E più la folla aumenta e più aumenta lo spazio. Dovrei avere un cuore enorme, un vero condominio. Dovrei schiacciare i polmoni e disintegrare la gabbia toracica, ed essere puro amore. Dovrei cominciare a dare lo sfratto a qualcuna delle presenze che continuano ad aleggiare nelle ariose mie stanze miocardiche e invece no, non solo rinnovo il contratto d’affitto, ma il soggiorno è gratis e vitalizio.

Essere puro amore. E in effetti lo sono: regalo sorrisi e gentilezza a chicchessia, produco buonumore a casaccio, dispenso fiducia, elargisco luce a destra e a manca. Forse perché amo regalare quello che avrei più bisogno di ricevere. E cosa mi torna indietro? Assolutamente nulla: larvati surrogati di vita, scampoli di entusiasmo, briciole di calore. E meno ricevo più trabocco di entusiasmo. Ancora devo spiegarmi questa proporzionalità inversa tra il mio surplus emozionale e le scorte altrui, sempre agli sgoccioli.

Ma in fondo preferisco dare che ricevere, perché quando ricevo non so mai come ringraziare, come ricambiare, e si innesca uno strano meccanismo meccanico che nulla ha della spontaneità che a me piace.

So che dovrei limitare questi estatici sprazzi di ingiustificata euforia verso il prossimo, perché alle volte rischio di provocare gli eventi, e dopo nulla è più naturale, ma tutto comincia ad andare secondo uno strano copione, a braccio, all’impronta, eppure condotto secondo una trama che sottende ogni possibile situazione.

E la domanda è: ma i cuori altrui affittano solo nei mesi estivi? Solo ad uso foresteria? Ad uso commerciale? O sono semplicemente degli stipi vuoti, delle soffitte colme di polvere e ragnatele e poco altro? I sentimenti belli piegati come camicie inamidate e stirate di fresco, e non usate, abbandonate a ingiallire nei cassetti.

I cuori altrui… Sono davvero cuori? O non sono forse bottigliette da mezzo litro, che irrorano emozioni annacquate, e finiscono per annacquare anche le mie?

 

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«Che amarezza. Constatare che in giro ci son più coglioni che piccioni»
(riflessione personale, inaspettatamente aforistica)


Non pensavo (non speravo) di dovermi ritrovare tra me e me a raccogliere ulteriori elementi, salterini come pulci sul cuoio capelluto fertile, a suffragio della mia totale sfiducia nei confronti dei rapporti umani, anzi, mi ripeterò, dei rapporti uomo-donna. E, ancora una volta, la freccetta della mia delusione si va a ficcare dritta dritta nel suo bersaglio preferito.

Il bacino di utenza dei trentenni-trentacinquenni pullula di esemplari, alcuni depennabili d’acchito, altri apparentemente meritevoli di interesse ma, dopo aver sollevato il velo di Maya, degni soltanto di essere ricoperti, ma che dico, avvolti da un Sudario Pietoso.
Cerco di superare la fase dell’autocolpevolizzazione mortificante. Dopo essermi biasimata per aver dato spago al classico Bastardo Fascinoso, ricadendo nell’imbarazzante cliché della tipica donna, ho preferito smettere di soffrire per fallimenti annunciati, e provato ad ampliare i miei orizzonti, aprendo la mia finestra emotiva anche all’altro emisfero maschile. E ho dovuto questa volta armarmi di onestà morale, prostrandomi al cospetto del mio cervello (o dello strano pasticcio di fettuccine che ne fa le veci).


Ok, lo ammetto, il tanto anelato, sospirato, decantato, mitizzato Uomo Serio e Rassicurante, che tutte noi (o molte di noi) vorrebbero al loro fianco, stanche di essere illuse e prese in giro da Delinquenti Senza Scrupoli Né Remore, ma che non trovano neanche a morire, in effetti c’è.
Gli uomini seri ci sono. Ma non ci interessano. E quindi non li cerchiamo. E non appena invece abbiamo sentore di delinquenza, allora caschiamo dagli alberi come pomi gravidi.

 


Mi riconosco esponente di spicco della categoria. E mi tocca dare ragione a molti di quei maschietti che, in virtù della loro elementare, genuina, invidiabile anche se talvolta lapidaria psicologia, ce lo vengono giustamente a recriminare in faccia, sollevando i nostri irsuti grovigli di “se” e di “ma”.
Ce lo vengono a spiattellare sul muso con commovente innocenza, che noi compriamo ciò che disprezziamo, che sputiamo nel piatto in cui ci alimentiamo. Che meniamo tanto il can per l’aia, percorriamo circonvoluzioni aerodinamiche, voli funambolici attorno alle nostre stesse contraddizioni, volendo e respingendo, respingendo e ancora volendo, e più ci respingono e più vogliamo, per un odioso gioco perverso che tratta a pesci in faccia il nostro amor proprio.
E ci credo, che gli uomini rinuncino a capirci. E il bastardo ci piace, ma ci tratta male perché è un bastardo. E quello serio lo vorremmo, ma ai fatti non ci intriga perché è troppo normale. E troppo zerbino, e ci sta appiccicato e non ci dà respiro. Che quando diciamo no intendiamo sì, e quando diciamo sì… Non ne siamo più troppo convinte.

Le cose potrebbero essere così semplici, in effetti. E allora provo ad assecondare e seguire questo percorso di linearità, sperando (o temendo? Eccolollì, il paradosso che aleggia e minaccia…) di mettere ordine nella centrifuga emozionale del mio organismo.

 

Provo a fare pratica sul campo, decidendomi per un esperimento antropologico. Faccio appello alla mia (scarsa, ma volenterosa) fibra morale e mi accingo a portare a termine un compito nobile e coraggioso: smentire l’inossidabile opinione maschile, rivalutando la pregiudiziale anti-muliebre, e dimostrare al mondo che noi donne non cadiamo vittime (in)consapevoli del primo ribaldo che passa.

 

E quindi incontro G., che lavora alle poste. Caruccio, con un sorriso caldo e candido. Serio, tranquillo, jeans, polo abbottonata e scarpe da ginnastica allacciate con doppio nodo. Fumatore, giusto per dare un tocco “bad” al ritratto. E perché no, mi dico. Perché non conoscerlo?
Appunto. Non c’è stato bisogno di conoscenza. Sono bastate poche battute perché la buona volontà scendesse col peso di un vaso di begonie dal settimo piano.
Cortesemente, discretamente, educatamente tampinata fino allo scambio dei numeri e dei contatti facebook, non accade assolutamente nulla, se non la promessa (rinnovata e da me colta, ma mai effettivamente applicata) di una pizza, con l’imbarazzante scrupolo, da parte sua, a lasciare a casa la cagnolina, non abituata a rimanere sola la sera per più di un’oretta.
Mi prudono le punte delle orecchie.
Chiamate mai fatte, sms mai mandati, chiacchierate mancate, caffè mai presi. Io che cerco di provocare gli eventi “capitando casualmente” presso di lui a salutarlo in ufficio, sorridente, gentile, solare, carina, accomodante, cercando di estorcergli (con simulata naturalezza e dissimulato calcolo) una larvata proposta di uscita (un caffè, mica una pizza, e che scherziamo!), proposta che un giorno pare quasi abbozzare, salvo poi rarefarsi come la ionosfera e svanire nel nulla cosmico.
Ma, soprattutto, quel che è grave, gravissimo, imperdonabile, vergognoso, inaccettabile, imprescindibile, inconcepibile, almeno per una gemelli come me: la totale, abissale assenza di comunicazione. E per comunicazione non intendo i soliti civili e qualunquisti convenevoli sul tempo, ma quella comunicazione brillante, fresca, colorita, in grado di inebetirmi come l’aroma dei croissants caldi di primo mattino. Zero dialogo, zero battute, zero stimoli, zero interazione. Il nulla, nero come il nulla pascoliano, anzi, grigio come la noia leopardiana. La calma piatta.
E io qui ad aspettare che Casper batta un colpo sotto il tavolo.
E allora basta. Allora ho ragione. E che non mi si venga a dire che “magari aspettava che ti facessi avanti tu”, perché esplodo come una pentola a pressione impazzita. Questa è la classica frase capace di farmi schizzare come un missile a velocità supersonica. Aspettava che mi facessi avanti io? Per avere eventualmente il permesso di fare il passivo casomai le cose fossero evolute (casomai, eh…)? E’ chiaro che stiamo parlando di fantascienza.
E allora ricado nella fossa del non ritorno. Perché se l’alternativa al Bastardo Senza Scrupoli dev’essere il Mollaccione Bollito, allora scelgo la cioccolata.

 

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08 Lug

L'importanza del Bacio

Pubblicato in Amore

Il 6 luglio di qualche paio di decenni fa, nasce in Gran Bretagna il “World Kiss Day”, la giornata mondiale del bacio, uno degli emblemi principali dell’amore. Quell’amore che, per questa celebrazione, non per forza è tra innamorati, ma tra coloro intenzionati a condividere la tenerezza che solamente un bacio è capace di donare.
Il 6 luglio è stato dedicato, perciò, ad una giornata in cui si concentrano i sentimenti veri che sfociano nell’effusione tipica dell’amore in generale. Che sia tra due innamorati, due amici o una mamma e un figlio. Un gesto così semplice ma così intrinseco di significato.
Esistono così tanti tipi di baci. Il bacio passionale alla francese, il colto baciamano, l’innocente sulla guancia … E il dolce bacio Perugina! Senza tralasciare, poi, i più particolari: il naso naso eschimese o il bacio spagnolo dato tre volte come saluto. E sapevate che in Papuasia il bacio viene dato sfiorando le ciglia? O che il bacio da record è durato 58 ore, 35 minuti e 58 secondi? Proprio così. La coppia Thailandese che gareggiava al Kissathon (la maratona del bacio) ha detenuto il record rimanendo avvinghiata, una alle labbra dell’altro, per la bellezza di 2 giornate e mezza senza dormire! Inoltre, il primo bacio cinematografico è datato 1896 e dura 30 secondi, immortalato nel cortometraggio chiamato appunto The Kiss.

 

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Presente nell’arte e nella letteratura, il bacio ha avuto intense glorificazioni. Si basti pensare, ad esempio, al bacio di Hayez e al bacio di Klimt, celebri dipinti appartenenti a due correnti distinte, così diversi dal punto di vista tecnico ma così eguali nella rappresentazione di un atto senza tempo.
Anche dal punto di vista salutare, il bacio ha una sua vera e propria importanza, o per meglio dire, una sua vera e propria risorsa. Pensate che l’atto di un bacio appassionato impiega 14 muscoli labiali e ci fa produrre un’intensa quantità di ormoni tra i quali l’adrenalina, la dopamina e la serotonina, che ci aiutano a distendere i nervi e a trasmettere la sensazione di benessere e gioia, bruciando addirittura fino a 12 calorie! Perciò, è una vera e propria cura, naturale, completamente gratuita e risolutiva riguardo lo stress. Cosa aspettate allora?! Ogni giorno è giusto per una dose massiccia di baci!

 

E per prepararsi ad un magiifico Bacio leggi i 3 consigli per labbra da favola

 

La dolcezza è femmina. Come un sacco di altre cose.

È piuttosto bizzarro il percorso mentale che può scaturire da un’innocua tazza di Nesquik a colazione. Eppure, leggendo il fondo della tazza (ma non erano i fondi di caffè?...) mi salta in mente una metaforona ona ona spendibile nel più breve tempo possibile.

Era ne Il matrimonio del mio migliore amico, mi pare, in cui una splendida Julia Roberts si fa soffiare il posto da un’acerba sgallettata, tale Cameron Diaz, la rana dalla bocca larga. È di Julia/Jules la felice, felicissima metafora. Non starò qua a disquisire sul film (ah se Rupert Everett non fosse stato troppo amico e troppo gay, che acquisto avrebbe fatto Julia/Jules, altroché!), ma ruberò la gloriosa metafora a Julia/Jules, e la adatterò alla mia riflessione.

Gli uomini sono attratti dalla crème brulèe. Affascinante dolce, cremoso e sensuale, con quella crosticina caramellata che mmmmmm! Aveva ragione Amélie, è una goduria romperla col cucchiaino. Gli uomini ne sono intrigati. Ma le cose affascinanti, intriganti, in quanto tali sono anche complesse e tortuose. E non sempre decifrabili, o per lo meno non subito. Non ci si può e non ci si deve limitare alla crosticina caramellata. Per caramellare la crème brulée ci vuole la fiammata.

Ed è qui il magno discrimine rerum. Parlando come si mangia, qui casca l’asino.

Perché la fiammata non è un fuoco di paglia, ah no. C’è tutta una crema inglese da scoprire. E non si pensi che una volta rotta la crosticina i giochi siano fatti. Bisogna avere la pazienza e la costanza di raschiare col cucchiaino fino in fondo.

Ma è evidente che, quando il percorso si fa tortuoso, per quanto affascinante, non valga la pena rischiare, troppo complicato. Troppo interessante.

E allora non rimane che la gelatina. La gelatina è una sicurezza. Non è che gelatina. Molliccia e gommosa, ha un saporino standard. Ed è una garanzia. La gelatina la trovi ovunque. Soprattutto negli ospedali. Perché peraltro, improvvisamente, mi si stampa lucida in fronte l’immagine di un episodio di Dawson’s Creek, in cui una giovanissima Michelle Williams assiste un suo immaturo e tenero spasimante che, per comprarle un costoso anello, si fa letteralmente cavare il sangue dalle vene.

Ebbene, in una confortevole e confortante sala d’ospedale, i due gustano una deliziosa gelatina.

Ecco. La gelatina sa di ospedale. La crème brulée sa di donna.

E succede che l’uomo si mette con la gelatina per stare comodo e avere le spalle coperte, ma nel frattempo non disdegna la compagnia di una crème brulée che però si sa, getta fiamme e delizia i palati, se apprezzata appieno.

E a questo punto ecco che scatta la legge del contrappasso. Quella cattivona. Accade che la crème brulée, pur di piacere e compiacere, fa di tutto per diventare gelatina. Si smonta e si sgonfia, poverella. Ma non funziona, perché la crème brulée non potrà mai essere gelatina, né la gelatina crème brulée, ma di questo non c’è bisogno. Perché la gelatina sta benissimo dove sta, a fare quello che fa. Comoda, placida e tremolante. Mentre la crema bruciata annaspa, si affanna e si arrabatta a destra e a manca rischiando di snaturarsi per diventare ciò che non è.

 

uomini-scelgono-donne-sbagliate

 

A tutta prima mi verrebbe da esultare “Eureka! Ho trovato una contraddizione anche nella logica maschile! Ma allora siamo uguali!” E invece… Invece no. Perché? È presto dimostrato.

Si potrebbe pensare che nemmeno gli uomini sappiano cosa vogliono, che preferiscano la storia comoda comoda, ma si divertono a stare coi piedi in due scarpe, e manco si sognano di mollare la gelatina comoda comoda per la crème brulée!

Invece siamo daccapo. Care amiche donne, è ancora colpa nostra. Perché siamo noi, noi dico, a dare corda all’Umanoide maschio, noi ad alimentare il gioco, noi che in fondo in fondo un po’ lo cerchiamo, un po’ ci speriamo, un po’… Un po’ ci facciamo infinocchiare. E ci piace e non ci piace.

E invece dovremmo essere granitiche, ferme e ferree, marmoree.

E invece siamo noi, ancora noi, sempre noi a permettere all’Altrui di gestirci e giostrarci a suo piacimento. E non proviamo nemmeno a dire che riusciamo a tenere in mano la situazione, perché non è così.

È la situazione che tiene in mano noi. Allora bruciamoci, siamo crème brulée. Sbruciacchiamoci fino a diventare immangiabili. Ma non possiamo fare nemmeno questo. Perché in fondo ci piace troppo essere crema.

Ah, quanto ci piace.

 

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Cari uomini se pensate che per far colpo sulle donne bastino guizzanti muscoli, auto costose e un ricco e abbondante portafoglio, vi sbagliate di grosso. Il fasto e il lusso, così come il bello e plastico, potrebbero, infatti, dopo un lasso di tempo degenerare facilmente in noia, abitudine, insoddisfazione, mancanza di qualcosa nel rapporto. La verità cari uomini che sprecate il vostro tempo ore e ore in sala attrezzi, centri benessere, saloni di bellezza, se non date alle donne che corteggiate quel pizzico di follia, propria del bambino rimasto in voi, difficilmente riuscirete a conquistarle. Il punto è riuscire a far cedere la donna, abbandonarsi a voi nella persona che è per davvero. Una bella cena galante, dei gioielli, un bouquet di rose forse saranno anche molto graditi, ma non sorprenderanno affatto.

 

Molti uomini si lamentano del fatto che le donne non sanno mai cosa vogliono. La verità, cari uomini, è che sarebbe molto più semplice per voi fermarvi un attimo a pensare che la donna non è soltanto peluche, fiori e cioccolatini. Che forse quello che vorremmo da un uomo è semplice, davvero molto più semplice di quanto pensiate e soprattutto non si tratta né di soldi, né di muscoli né di corpi scolpiti.

 

Esiste, infatti, un modo piuttosto antico per far centro al cuore delle donne: riuscire a farle ridere. Non lo dico a caso. Provate a pensare a due pietanze l’una perfettamente decorata e presentata sul piatto, ma scevra di sapori. L’altra, molto più alla buona, casereccia, buttata giù con non abbastanza cura, ma molto molto più saporita. Scegliereste ugualmente la forma alla sostanza? Un uomo che riesce a fare ridere una donna, con la sua semplicità, ironia, qualche chilo in più, è decisamente migliore di uomo tutto forme, ma per nulla o quasi divertente.

 

Vi faccio un esempio: la TV sicuramente pullula di attori bellissimi, curatissimi. Ma guarda caso nessuno appartenente a questa categoria, quella cioè di super bamboloni fighissimi è riuscito mai ad entrare la notte nei miei sogni, in quelli proibiti, quelli di una donna. Forse riderete adesso. Ebbene, io lo trovo invece un fatto interessante, interessante per una società che punta alla perfezione, all’estetica, al silicone, alla forma in assoluto e non alla sostanza. 

 

Interessante che a regnare nei miei sogni a sfondo rosso sia stato lui: il nostrano pugliese Checco Zalone. Questo a testimonianza del fatto che la comicità, la simpatia, la solarità e anche la pancetta sanno il fatto suo e sanno soprattutto raggirare, catturare l’inconscio delle donne, quelle donne che come me ricercano il piacere nella vita, il piacere e il gusto delle cose semplici, dell'uomo semplice.