I 5 errori da non fare a lavoro. 

Che tu sia una novellina nel tuo posto di lavoro o una veterana di lunga data, ci sono alcune trappole che possono bruciare la tua vita professionale in breve tempo. Ecco quali sono e come evitarle.

- SOVRACCARICARTI. Ognuno di noi ha degli obiettivi professionali, ma sovraccaricarsi di lavoro per raggiungerli prima o per emergere non paga. Ogni meta si raggiunge camminando, e ogni cammino è fatto di singoli passi. Gestisci le tue attività suddividendole in compiti più piccoli, distribuiscili in modo equilibrato in rapporto al tuo tempo. Non cercare di fare troppe cose per impressionare il tuo capo: rischi da una parte di fare le cose male (si sa che la fretta non è amica della qualità) e dall’altra di non vedere il tuo lavoro valutato giustamente. In effetti, se ti affidano un progetto importante e tu lo termini in 2 giorni, la cosa potrebbe destare qualche sospetto. Vedere invece un lungo lavoro e molta dedizione è una garanzia di impegno e qualità, e senza dubbio sarà premiata. Senza contare che ti eviti tanto stress inutile.
- Lasciarti coinvolgere nel GOSSIP DA UFFICIO. La tentazione è forte, sapere intrighi e intrallazzi dei vicini di scrivania è come avere davanti un vasetto di Nutella. Però sappi che è un’abitudine pericolosa, che potrebbe creare litigi e incomprensioni. Meglio lasciar stare, sfoga la tua voglia di pettegolezzo con i vip delle riviste patinate, loro tanto non si offendono ?!
- RIMANDARE. All’estremo opposto del punto 1, c’è la procrastinazione, cioè il rimandare all’infinito un lavoro. Un compito noioso o difficile non migliorerà posticipandolo, quindi meglio iniziare subito. Vedrai che dopo la prima mezzora sembrerà meno tragico (ricorda il detto “chi comincia è a metà dell’opera”). Per renderlo meno faticoso, puoi provare a dividerlo in sotto-attività, più brevi e facili. Oppure puoi cercare di renderlo più divertente, magari mettendo un po’ di musica di sottofondo mentre lavori o facendolo di venerdì (essendo l’ultimo giorno prima del weekend tutto sembra più leggero).
- RICERCARE GRATIFICAZIONI. Sai bene ciò che vuoi, e possibilmente vorresti averlo subito. Ecco perché cerchi di svolgere i tuoi compiti in modo eccellente, però sbagli se ti aspetti di vedere riconosciuti i tuoi meriti all’istante. Alle volte ci vogliono mesi per ricevere un “Brava!”. Non scoraggiarti, non ti arrabbiare: lasciandoti andare a sentimenti negativi rovinerai l’atmosfera e la qualità del tuo lavoro. La gratificazione più importante è sempre quella che dai a te stessa: devi essere tu la prima ad essere contenta del lavoro che hai svolto, perché conferma le tue capacità e ti permette di accrescere la tua esperienza. Continua a dare il meglio e vedrai che tutti gli sforzi verranno premiati.

 

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- NON CURARE IL TUO ASPETTO. Conosci il detto “vestiti per il lavoro che vorresti, non per quello che hai”? Anche se le tue giornate passano dietro a una scrivania e hai poco contatto col capo o con i clienti, questo non vuol dire che puoi andare al lavoro in pigiama! Purtroppo, mai come nel lavoro l’abito fa il monaco. Per cui, senza esagerare, prendi l’abitudine di scegliere con cura i tuoi abiti e abbi sempre un aspetto il più possibile curato. Darai un ulteriore segno di professionalità e questo non potrà che giovare alla tua carriera!

 

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La notte e il giorno, l’alba e il tramonto, il caos e la calma.

Da sempre uomo e donna sono stati concepiti come due mondi a parte, a volte distanti, a volte apparentemente vicini e con sostanziali differenze. In particolare le donne sono state castigate per la loro intelligenza, per la loro forza d'animo ma soprattutto perché hanno sempre avuto un "difetto" appunto quello di essere donne e quindi inferiori rispetto all'uomo posto al centro del mondo, della società e dell'universo. Però una medaglia ha sempre due facce e non ci sono solo i contro infatti le donne hanno avuto un'amica alleata che le ha accompagnate per tutta la loro esistenza: la scrittura. Tra le grandi femministe del passato ce nè una che ha lasciato il segno esprimendo se stessa e la condizione della donna attraverso un'autobiografia che descrive le condizioni mentali e fisiche femminili del diciannovesimo secolo. Il suo nome è "Charlotte Perkins Gilman" e la sua opera più importante è "The yellow wallpaper" (trad. La carta da parati gialla), il suo capolavoro ti entra dentro, è una perfetta armonia tra letteratura e vita reale. L'opera è incentrata sullo stato mentale della protagonista caratterizzato da una carta da parati gialla che crea terrore e perplessità, è una storia legata alla malattia e alla follia e la cosa che spaventa e sorprende maggiormente è che la progressione della malattia è completamente legata a questa carta da parati che ha un colore ripugnante come la condizione della protagonista. Lei non ha un nome perché rappresenta ogni donna. Suo marito si chiama John ed è apparentemente gentile e affettuoso, ma in realtà è come un attore su un palcoscenico, la sua benevolenza verso la donna è pura finzione, lui è come la casa “apparentemente” accogliente ma dentro stracolma di fantasmi che si trovano nella mente della donna, sono presenze che solo lei è in grado di sentire e vedere. "There is one marked peculiarity about this paper, a thing nobody seems to notice but myself, and that is that it changes as the light changes" da questa citazione si capisce ancora più intensamente quanto la donna possa cogliere i particolari di ogni cosa. Soltanto lei si accorge che la carta da parati cambia al variare della luce del sole e questo a parer mio fa riflettere anche sul rapporto gerarchico e distante tra uomo e donna. Il cambiamento della luce del sole innanzitutto rimanda al tema del doppio, la donna ha una doppia personalità: è presentata quasi come una bambina, rispetta il volere del marito ma alla fine del testo farà uscir fuori se stessa e la sua pazzia dovuta all'incomunicabilità e alle restrizioni atroci a cui la donna è stata sottoposta. Ma il variare della carta da parati può rappresentare anche i diversi punti di vista tra uomo e donna, il vero e il falso (che si riconosce alla luce del sole).

 

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Il sole è la donna, la luna più oscura è l'uomo che indossa una maschera e al di sotto di essa si nasconde una malvagità che non esce fuori alla luce del sole, il tutto è intrappolato da parole dolci e "pure" che servono soltanto ad aggirare la donna considerata inferiore e costretta ad una condizione disumana. Il letto è inchiodato al pavimento e lei è rinchiusa dentro una nursery, questa situazione rappresenta lo "specchio" della vita della Gilman che ha subito la "Rest Cure" ovvero la cura del riposo. La scrittrice è stata presa in analisi dal medico-scrittore Silas Weir Mitchell. Era costretta a rimanere a letto, non poteva allargare gli orizzonti intellettuali come leggere e studiare e dato che le gambe si atrofizzavano si effettuavano delle scariche elettriche per favorire la contrazione muscolare. L'autorità di medico di John prevale sulla debolezza della protagonista che da poca importanza a se stessa e alle sue facoltà e quindi sono le imposizioni della società che hanno deciso per la sua vita, lei guarda la sua esistenza scorrere ma non ne è pienamente parte integrante. Lei è passiva in netta contrapposizione con il giallo che rappresenta la vitalità e la voglia di vivere. Però nel testo il colore della carta da parati è denotato in modo negativo e lascia trapelare sentimenti carichi di tristezza. Inoltre la carta presenta degli arabeschi e in questi motivi la protagonista comincia a vedere delle donne e dato che non può leggere i libri comincia ad interpretare la carta. Il suo sguardo si perde nell'osservare quelle curve zoppe ed incerte che si suicidano, le curve zoppe ed incerte rappresentano la "cura" che il marito sta facendo fare alla donna e il suicidio è molto probabilmente il suo destino dato che la realtà la sta uccidendo. Sullo sfondo della carta vede una donna che si nasconde (frutto della sua immaginazione) che rappresenta la paura della protagonista che non può e non riesce a mostrare le sue opinioni. Però la follia avanza e dalla carta da parati inizia a vedere delle donne che strisciano nella stanza, la donna cede alla sua pazzia, strappa la carta da parati, John alla vista della scena raccapricciante sviene e alla fine la donna strisciante su di lui (come le donne della carta)ha il pieno "controllo" sull'uomo. Questo testo ci fa scivolare nella follia più assoluta, la stanza, la carta da parati, il sole, la luna, i personaggi ogni cosa è segno di doppio e tutto ciò che sembra superficiale è in realtà denso di significato e la donna senza nome sono loro, siamo noi: donne.

 

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Si intitola “Io sono bellissima” il progetto della giornalista e scrittrice Loredana De Vitis, che sta facendo il giro del mondo: si tratta un progetto volto a rompere i cliché, che presto sarà oggetto di un saggio in uscita ad aprile dal titolo “Dall’essere me all’essere bellissima”, edito da Sabbiarossa Edizioni, sempre della stessa De Vitis. Perché ogni donna si è a volte sentita insicura, di fronte a uno sguardo non troppo benevolo, di fronte a una battuta maschilista, magari sul proprio peso: ma l'autostima dovrebbe reggersi su ben altro che sull'immagine che viene proiettata all'esterno, per concentrarsi su quello che l'interiorità ha da offrire. Abbiamo ascoltato Loredana De Vitis sulla genesi e il prosieguo di “Io sono bellissima”, da cui è nata anche una mostra recentemente esposta a Lecce.

Com'è nata l'idea del progetto?

Racconto spesso che “Io sono bellissima” è nato da un malessere e da una sfida. È la sintesi di alcuni anni di letture, analisi, riflessioni, pratiche, che a un certo punto, come passando attraverso un imbuto, sono venute fuori tutte assieme davanti allo specchio nella semplice espressione d’un sentimento: che noia! Adesso basta! Come credo accada a molte donne, a un certo punto mi sono sentita davvero stufa – esasperata! - di sentirmi dire come avrei dovuto essere, stufa di quel senso d’inadeguatezza nel quale tutto mi pareva complottasse per farmi rimanere. Roba pesante, tipo le battute di certi uomini, il dover stare continuamente attente a cosa mangiare, il sottoporsi a fatiche fisiche molto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come te la disegnano e che, ovviamente, cambia continuamente, per cui se a 20, 25 o 35 anni ce la fai (in modi sempre diversi naturalmente), arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni, proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Insomma, bisognava uscirne. Presto. Avevo a lungo ragionato su quanto fosse importante dire a se stesse “non importa quello che pensano gli altri”, ma desideravo che questa presa di posizione razionale diventasse una consapevolezza emotiva.

E quindi, come hai tradotto queste conclusioni?

Mi serviva una strategia, utile per me e per ogni altra donna alla quale speravo magari di risparmiare qualche fatica inutile. Scrivere è il mio mezzo d’espressione, mi piace lavorare con le immagini e la tecnologia, ho un percorso femminista che mi ha insegnato a “partire da me”. La mostra e il progetto sono il risultato.

 

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Quanta strada occorre perché l'apparire venga messo in discussione dall'essere soprattutto per una donna?

Sempre troppa, credo, e soprattutto mai percorsa una volta per tutte. In ogni caso, non ce l’ho con l’“apparire” in quanto contrapposto all’essere, quanto con ogni meccanismo tenti di infilare e mantenere le donne nel ruolo dell’“oggetto”, invece che lasciarle in santa pace in quello che già sono: soggetti. Il difficile viene dal fatto che quei meccanismi sono antichissimi e pervasivi. Un equilibrio in perenne contrattazione tra il “dentro” e il “fuori”: questa è per me la bellezza. Alcuni la chiamano “consapevolezza” coprendola di un’aura quasi mistica, io dico che basta cominciare a pensarsi soggetti e il resto viene.

Quali sono i cambiamenti nella società che dovrebbero essere raggiunti a tuo avviso?

C’è un cambiamento che mi interessa per primo: come dicevo, che ogni donna dica “io” e pensi se stessa come soggetto. Questo cambiamento “dentro” porta con sé numerosi cambiamenti “fuori”. Il progetto insiste sulla definizione di se stesse come bellissime: “io sono”. E la bellezza è auto-percepita da ogni donna in modo diverso. Questo stare sulle proprie gambe significa pensarsi soggetti agenti e desideranti. Non siamo funzioni, appendici, ruoli complementari, ma semplicemente persone. Su queste basi il percepirsi “bellissime” s’allarga oltre i confini del corpo. Di molto.

 

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Quando ci troviamo di fronte a persone carismatiche e molto competenti nel proprio lavoro rimaniamo inevitabilmente colpite. Ma in realtà, ognuna di noi può lavorare su sé stessa e diventare una guida e un modello per gli altri in un ambito della propria vita, che sia personale o professionale. Come fare?

Se anche tu vuoi coltivare queste qualità e crearti un percorso di crescita, ecco i primi passi da muovere:

1. Mettiti in gioco, ogni giorno 

Essere una persona affidabile e responsabile è importante. Ma diventare un modello per gli altri richiede uno sforzo in più. La differenze è sottile, ma fondamentale: le persone responsabili si danno da fare quando c’è bisogno, mentre i leader sono pronti a mettersi in gioco ogni giorno, indipendentemente dalle necessità, dalla condizione personale e dalle circostanze.  Non importa quali ostacoli sia necessario affrontare, devi essere sicura delle tue competenze e sfidare continuamente te stessa.

2. Cerca sempre di migliorare 

Mai sentirsi “arrivati”. In qualsiasi condizioni e a qualsiasi livello, c’è sempre qualcosa in più che si può imparare. La crescita e il miglioramento sono obiettivi che si possono perseguire anche a 80 anni! Come fare? Chiedendosi sempre “Perché?”. Le persone che sanno come fare le cose, avranno sempre una competenza, ma solo chi si chiede il perché delle cose potrà essere una guida per gli altri. 

3. Alza l’asticella 

Cerca sempre di andare un po’ più in là rispetto agli altri e rispetto alle tue aspettative. Il che non significa vivere tutto come una competizione, ma semplicemente non accontentarti dei risultati. Se ti poni un obiettivo e riesci ad ottenerlo, la volta dopo poniti lo stesso obiettivo con un qualcosa in più. Ti spronerà a migliorare e a ottenere risultati sempre maggiori, facendoti scoprire doti e risorse che non pensavi neanche di avere. Come nel salto in alto, a ogni tentativo alza l’asticella! 

4. Metti impegno anche nelle piccole cose

L’attitudine al miglioramento e alla crescita si allena sia nei grandi progetti sia nelle cose di tutti i giorni. Anzi, sono proprio i piccoli compiti quotidiani a tenerci in allenamento e a rinforzare la forma mentis da leader. Quando fai qualcosa che ti sembra banale e routinaria, cerca comunque di metterci qualcosa in più. 

 

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5. Porta a termine i tuoi compiti, e fallo in modo eccellente 

Le persone competenti e professionali portano sempre a compimento i propri incarichi. Per fare questo, è importante che tu non ti arrenda mai alla prima difficoltà, ma cerchi sempre di arrivare fino in fondo. In questo modo, non solo dimostrerai il tuo valore agli altri, ma manderai anche un potente messaggio a te stessa: “Posso farcela”. Quale soddisfazione più grande?!

6. Focalizza 

Specialmente all’inizio di questo cammino, è difficile cercare di migliorarsi su più fronti. Si rischia di disperdere energie, creare confusione e sentirsi insoddisfatti. Meglio quindi se scegli un’area su cui focalizzarti. Parti da quella che ti tocca più da vicino, quella dove senti di avere le competenze e il potenziale per diventare davvero una figura di riferimento.  

7. Sii d’ispirazione per gli altri 

I veri leader fanno molto di più che operare ad alti livelli: ispirano e spronano le persone attorno a loro a fare altrettanto. I leader cercano di dare il massimo, trovando via via soluzioni migliori. E insegnano ciò che imparano agli altri,  motivandoli a inseguire obiettivi più ambiziosi. Condividere il proprio sapere e la propria motivazione da’ un’enorme soddisfazione e lascia un’impronta indelebile nel cuore delle persone che ci circondano.

 

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Casalinga: quale termine bistrattato e poco considerato! Eppure finalmente qualcuno inizia a considerarne l’importanza e a capirne il ruolo.

Le donne che oggi hanno abbandonato il lavoro per dedicarsi al 100% alla cura della casa e della famiglia possono considerarsi a pieno titolo la spina dorsale della società italiana. Ma anche le donne che lavorano e riescono a conciliare gli impegni professionali con la parte domestica meritano il massimo supporto e rispetto. Perché non è un mero compito operativo, occuparsi del focolaio è un ruolo da manager.

La Manager di Famiglia.

 Sorveglia la più importante organizzazione nel mondo:

• Dove vengono prese centinaia di decisioni ogni giorno
• Dove vengono gestite le risorse e le proprietà
• Dove si provvedere alla salute e ai bisogni dei suoi abitanti
• Dove vengono gestiti progetti ed eventi grandi e piccoli
• Dove si pianifica e si costruisce il futuro di tutta la famiglia
• Dove il lavoro di squadra è una priorità

E allora diciamolo con orgoglio: Io sono un Manager di famiglia.
Questo è importante. La casa e la famiglia sono le fondamenta della nostra società.
E se tradizionalmente le donne hanno avuto questo ruolo, non vediamola come una discriminazione: è perché solo noi siamo in grado di farlo così bene.

Se tanti uomini riescono ad avere successo e a fare carriera, molto probabilmente c’è una grande donna dietro le quinte che ha permesso tutto ciò, con il suo lavoro e il suo amore.

La vita da casalinga è dura: non ci sono ferie o pause, e ci sono mille cose da tenere in considerazione e da sapere. Qualche esempio?

 

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Come gestire la casa: organizzare i suoi spazi affinché ogni membro della famiglia trovi la sua dimensione, tenerla pulita e ordinata anche dopo il passaggio di mariti/figli/parenti/amici, occuparsi delle piccole e grandi manutenzioni (impianti, elettrodomestici, infissi) e saper trovare i giusti specialisti per ogni riparazione.

Come gestire la cucina: fare la spesa rispettando i gusti di tutti ma anche considerando la salute e i costi, organizzare i pasti in modo da variare gli alimenti senza dimenticarsi del gusto.

Come gestire gli altri membri della famiglia: i figli con la scuola, i corsi, lo sport, i divertimenti. Il marito con il lavoro, il suo tempo libero. Il medico di famiglia, le ricorrenze e gli eventi speciali.

Ci vuole capacità di gestione del tempo, organizzazione, pianificazione, pazienza, memoria, cuore, dedizione e una buona dose di diplomazia!
In ultimo, ma non meno importante, avere l’energia per rendere la casa un luogo sempre caldo e accogliente, e avere un sorriso per chi ci ama ogni giorno.

A ciò aggiungo una cosa: un pizzico di cura per noi stesse. Perché tutto questo lavoro è stressante, e lo stress fa male e fa venire le rughe
Quindi, oltre a essere una buona manager di casa, devi prenderti cura di te.


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