Si dice che una volta superato l’impatto, il resto venga da sé. Ok, è vero nella maggior parte dei casi. È altrettanto vero, però, che spesso meno si fa e meno si farebbe. Una intro un po’ molto alla larga per constatare e soppesare la drammaticità dell’impatto con i simili Bipedi Umani dopo un lungo (biblico, incommensurabile) periodo di romitaggio casalingo. Ma che poetessa...

Diciamo pure alienazione, disconnessione, autismo, quasi. Non mi voglio risparmiare nessuna auto recriminazione. Cercherò di essere impietosa. Una reprimenda degna di tanta ars oratoria. Io sul banco degli imputati, e ancora io a giudicare le mie scelleratezze. Anzi, le mie manchevolezze.
Volendo sradicare a forza dal sottosuolo un lato positivo (ridicolo quanto imbarazzante), mi verrebbe da asserire che stare tanto tempo senza fare una certa cosa te la faccia riscoprire come ex novo, quasi non l’avessi mai fatta prima. E me ne convinco anche, facendo appello agli scampoli di studi umanistici che mi svolazzano in testa come colibrì, e che io goffamente tento di cucire insieme stile patchwork.


Quel “vivi nascosto” di Epicuro che sembrava aver trovato la chiave di volta del mondo, e non si può certo dire che non prendesse la vita con filosofia, echeggia nella vacuità impolverata della mia scatola cranica rimbalzando fastidiosamente, fino a conficcarsi e germogliare con timidezza. Quella certezza del comune destino, quella rassicurante mancanza di provvidenzialità, quel materialismo così inappuntabile. La saggezza si spreca. In un’improvvisa ondata di trascendenza mistica, lo spirito del Sommo Filosofo s’impossessa delle mie diafane convinzioni, e le trascina vorticosamente fino a farmi prendere drastiche misure preventive. Applicando un deciso integralismo epicureo, mi barrico in casa assottigliando al minimo sindacale i contatti umani, seguendo il ferreo principio secondo cui tanto meno mi espongo, tanto più riduco le possibilità di urti emotivi (amorosi? Dai, su, è ovvio) dalle conseguenze devastanti.


Poi mi sovviene che quel solido Epicuro ha condotto alla pazzia e al suicidio Lucrezio e funestato l’esistenza del povero Leopardi, orbo, gobbo, malaticcio e accidentato, che a chiudersi in casa sublimando l’amore per la vita col sudore delle carte finì per morire affogato dai suoi stessi polmoni, lasciando un’ingombrante eredità di gloria e religioso assenso ma, ahimé, postumi.


Poi, riavutami dalla mia logorante psicomachia, cerco di restituire i nomi alle cose e la dignità ai poveri pilastri filosofici che ho impropriamente tirato in ballo, affibbiando in giro ciecamente, incautamente, erroneamente, presuntuosamente responsabilità pesanti, che adesso mi tornano indietro come boomerang e mi fanno venire bernoccoli in fronte..

E quindi maledico il Mr. Hyde che è in me per avermi tentata col malaugurio di un corvo, subdolo ma greve. Rinuncio alla solitudine coatta e scelgo di non privarmi della possibilità di condurre, o quanto meno simulare di condurre una vita da essere umano e reattivo. Rinuncio all’apologia della solitudine forzata e rinuncio a cercare a ritroso nella storia archetipi del mio atteggiamento.


A guardarmi uscire di casa si direbbe di vedere un latitante investito dall’aria pura dopo mesi di reclusione in bunker. Esco dal buio catacombale della mia camera (che in realtà è una mia pura distorsione mentale poiché, paradossalmente, casa mia è inondata di luce) e mi ritrovo non so come (devo aver perso la lucidità durante il tragitto, credo sia normale, dopo un alternarsi di compressione/decompressione del tempo) a varcare la soglia di questo locale. Il più semplice, tranquillo, innocuo locale. Gremito con moderazione. Stimo quasi nulle le possibilità di soffocamento. Mi accorgo di aggrapparmi al braccio della mia amica Manu come uno zoppo a una stampella, allora allento la presa, per non risultare patetica. Evito di simulare dimestichezza e solarità, quando temo invece di essere il ritratto del rachitismo. Mi sforzo però di sintonizzare la mia tune mentale dal De profundis a un qualsivoglia motivetto pop.
Cerco di riconoscere i brani di un medley di sottofondo molto teen-age style che le casse del locale diffondono. Non so perché, ma per me le feste di laurea devono sempre avere un imprinting operistico. Forse perché non riesco a scindere il retaggio antico solenne dell’evento dalla goliardia alcolica e liberatoria dei festeggiamenti. Stringo mani, concedo sorrisi (da documento), cerco di riattivare la salivazione e, dopo essermi acclimatata, mi rilasso in un angolino accanto ai tavoli del buffet, assieme alla Manu che, con mio (sadico) sollievo, non sembra troppo easy nemmeno lei, molto più simile a una sogliola dall’impanatura molliccia.
Effettuo una rapida schedatura di tutte le leccornie che campeggiano sui tavoli, un tripudio di stuzzichini, fritturine, salatini, bocconcini, patatine, tutte cose colesterolo-friendly tipiche da aperitivo/cena di laurea. Io mi sono premunita, e sono venuta già mangiata. Ho consumato a casa una cena a base di tre kiwi e una mela cotta, e adesso il mio pancino sta piacevolmente brontolando, ma la fame l’ho dimenticata per strada.
Sono immobile come dopo aver fissato Medusa negli occhi, perciò abbandono la posa da cariatide e mi munisco di piattino e posate di plastica, giusto per confondermi meglio tra la massa di festanti che si stanno giusto ora avventando sul buffet come una mandria di rugbisti in cattività. Il momento dell’assalto al cibo è il più rilassante, perché la gente è in solluchero ormonale da delirio gustativo, e alcuni sguardi misti che prima scrutavano in tralice i miei jeans strizzati (o quello che i jeans suggerivano) stanno ora dilaniando il cibo come tritarifiuti.
Mi dirigo assieme a Manu col mio bicchiere verso le bevande ma, a parte vino rosso e cole zuccherine non c’è nulla che c’aggradi. Un ottimo pretesto per discostarci dallo stufato di odori e calori umani, dirigerci assieme verso il lato bar opposto al locale, e sciropparci la carta degli analcolici alla ricerca di qualcosa di fruttato.
Opto per uno Shirley Temple, e mi trovo in mano un bicchierone alto e stretto colmo di ghiaccio e di un liquido rosa chiarissimo con una sensuale e ammiccante ciliegina candita al vertice. Non so perché, ma mi sento improvvisamente al sicuro, e inizio a sorseggiare lo Shirley riconoscendo il saporino del ginger ale. Mi godo il fresco del cocktail, e ho un brividino di approvazione.

 


Guardo la Manu, che beve avidamente una cedrata, ed entrambe ci appoggiamo al bancone, di spalle. Allora osservo la selva umana assiepata attorno ai tavoli del buffet, sempre più vuoti. Gente che parla, chiacchiera, schiamazza, mastica, beve, ride, scherza, ballicchia, racconta aneddoti interessanti (o no?). Tutti amalgamatissimi.
Cerco di visualizzare Enri, la festeggiata, e vedo un cespuglio di foglie d’alloro che fa capolino da un groviglio di braccia e salatini.
Poi guardo nel mio bicchiere e faccio un rumore di risucchio con la cannuccia. Poi guardo l’ora e di nuovo la gente che non mi ha notata, non mi sta notando e non mi noterà. Saranno fidanzati? Saranno innamorati? Qualcuno soffrirà per qualcun altro? Evidentemente no, perché altrimenti starebbe al bancone a bersi uno Shirley Temple.
Allora interrogo mentalmente il fondo annacquato dello Shirley, cercando di capire dove sia il mio posto, se ce ne sia uno, ed eventualmente come occuparlo.
Poi mi guardo le punte arrotondate delle scarpe alte col plateau, peggio di una tortura malese.
E mi tornano in mente Epicuro e compagnia cantante, e tutte le fregnacce filosofiche sulla vita saggia e serena e troppo easy e priva di affanni.
Ingollo il ghiaccio e rimpiango che non sia alcolico.

 

Ti arrabbi spesso con il tuo compagno? allora leggi questo. 

Il rapporto di coppia ha lati buoni e lati meno buoni, come tutte le cose. Quando si condivide la vita con un’altra persona, bisogna imparare a fare uno sforzo di tolleranza, comprensione, accettazione e generosità. Mica cose da poco. E le coppie che stanno insieme per decenni meritano davvero un Nobel!

Uno dei fattori che tende a minare il rapporto di coppia è quello che chiamo lo stillicidio delle DISCUSSIONI. Cioè quando si arriva a litigare per ogni dettaglio, finendo in un tunnel di stress e rabbia, che ogni giorno rovina il legame, come la classica goccia che scava la roccia.

Sono diversi i fattori che possono portare a discutere ogni giorno, e spesso non sono i motivi delle discussioni veri e propri, che in realtà diventano solo capri espiatori. Spesso si discute per SFOGARE stress lavorativo, stanchezza, preoccupazioni (magari legate ai soldi o ai figli). Si arriva ad analizzare al microscopio tutto quello che il compagno fa per trovare l’appiglio per discutere. Ma il problema è che discutendo per ogni cosa, si entra in un tunnel cieco e non si riesce a vedere quanto stupido e lesivo sia questo atteggiamento. Ci dimentichiamo di quanto amiamo l’altra persona e del fatto che queste cose prima le tolleravamo, anzi, nemmeno ce ne accorgevamo.

Quindi, quali soluzioni?

Se ti trovi in questa situazione, innanzitutto fermati e ripensa alle ultime discussioni avute. Avevano tutte SERI MOTIVI alla base? Potevano essere evitate? Sono cose per le quali 6 mesi fa avreste discusso? Se foste in vacanza, belli riposati, discutereste comunque per questi motivi? Già queste prima domande ti servono per capire se sei nel famoso tunnel.

Ora devi fare uno sforzo per uscirne e guardare le cose con un occhio più OBIETTIVO. Se c’è da discutere, lo si fa solo per cose serie. Se si tratta di stupidaggini basta parlarne, meglio se prendendosi un po’ in giro (esempio: lui lascia sempre la tavoletta del WC alzata? Passaci intorno un giro di nastro adesivo così non riuscirà neanche ad aprirla. Vi farete una risata e la prossima volta sarà più probabile che lui si ricordi di abbassarla!). Se poi le discussioni nascono su stupidaggini, ma sono il riflesso di cose più serie che non vengono affrontate, allora dovete farvi un bell’esamino di coscienza e vuotare il sacco, in modo sereno e civile. Risolvete le questioni spinose e smettete questa Guerra dei Roses!

 

come-evitare-discussioni-partner

 

Ricorda sempre che:
PRIMO: come tu tolleri tante cose del tuo compagno, vale lo stesso per lui (e tante cose che lui tollera magari nemmeno le sai).
SECONDO: discutere e litigare non ci farà stare meglio e almeno nell’80% dei casi non risolverà il nostro problema. In compenso, quasi sicuramente, ci causerà dei bei mal di pancia, giornate buttate via a rimuginare e a far montare il risentimento. Concediamoci di star bene ed essere FELICI, che ce lo meritiamo! Evitiamo, per quanto possiamo, di crearci brutti momenti.
TERZO: se c’è qualcosa che non va, non saranno certo le parole urlate in faccia al nostro partner a fargli cambiare atteggiamento (pensaci bene: quando a te dicono le cose urlando o con toni aggressivi/arrabbiati, ti viene più facile adottare un atteggiamento difensivo/aggressivo o ascoltare serenamente ed elaborare delle proposte per migliorare la soluzione?).

Dedicato alla tua felicità di coppia.


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Un interessante stato di trasfert, un’interessante situazione imbarazzante...


In psicologia si chiama oggetto transizionale l’oggetto, l’orsacchiotto, la copertina sul quale il bambino trasferisce nel distacco la relazione con la madre, diventando con quest’ ultimo inseparabile.
E' davvero possibile ritrovarsi in uno di questi stati interessanti di trasfert?
E' davvero possibile che la mente scelga proprio il padre del tipo come oggetto su cui trasferire la mia ex relazione?
La somiglianza sua con lui, il sorriso, i movimenti, la risata, la voce, la trappola è mortale, la mente associa lui all'ex, risultato gioco molto pericoloso, rischioso, soprattutto se certi sguardi cominciano a farsi sempre più imprudenti, soprattutto se ricambiati, soprattutto se non è l'ex , soprattutto se è suo padre, soprattutto se è sposato, soprattutto se…
un’interessante situazione imbarazzante.
Tutto questo è reale o è solo un altro scherzo di una fottuta mente? No perché cosi è destabilizzante oltre che inquietante, inaspettato, non premeditato, non voluto, ma capitato. Forse se è l'ex che si vede in lui e non lui, forse se è davvero soltanto un oggetto transizionale e non del desiderio forse….si ha ancora qualche buona speranza per uscirne, prima che sia troppo tardi, prima che le cose precipitino.
Certo è che l’età non aiuta, il doppio degli anni e del fascino, e se fosse stato proprio questo a trarre in inganno? Il sorriso in lui dell'altro e il suo fascino, un’insalata avvelenata .
Che piatto prelibato il gusto del proibito. Con tutta probabilità bisogna essere dannatamente prudente nel desiderare.
La vera lotta tra istinto e ragione subentra quando ci sentiamo attratti verso qualcuno che la nostra morale non accetta. Non scegliamo da chi sentirci attratti o non attratti, ma è l 'effetto di un automatismo di una serie di forze, chimiche, fisiche e sociali, la voce, lo sguardo, l'odore, il comportamento, che si fissano nella nostra memoria a lungo termine scatenando fattori sensoriali simili a quelli che accadono nell'innamoramento.

 

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Eppure in molti casi la forte attrazione per una persona “sbagliata” ci spinge ad allontanarci ma allo stesso tempo ciò che sentiamo ci induce a tornare indietro, a riavvicinarci. Si fa di tutto per evitare d’incontrarsi, guardarsi, parlarsi, fermarsi, la posta in gioco è troppo alta, quando coscienza e morale fanno a cazzotti con desideri sempre più incalzanti.

Nonostante una parte di noi continua a rifiutare quell'istinto verso l'altro sopravvive nella parte più naturale e animale insita in noi. Questo mette un freno alle nostre azioni, ma non soffoca affatto quello che sentiamo, cosi che istinto e ragione raggiungano un compromesso. La ragione concede all'istinto di esistere ma ne inibisce l'agire e viceversa.

E' un interessante fenomeno che ho osservato ultimamente, quando la ragione mi spinge ad allontanarmi e l'istinto mi riporta indietro e di nuovo, quando a uno sguardo intenso segue l’imbarazzo, la paura, ma anche la frenesia, il desiderio,
quel cielo stellato sopra di me, quella legge morale dentro di me diceva Kant.

 

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"Procrastinare è l'arte di stare al passo con ciò che è successo ieri, per evitare il domani" 
Wayne Dyer (autore di best-seller)

Ti capita mai di dover fare qualcosa di particolarmente impegnativo o noioso e di trovare il modo di…NON farlo? Magari al lavoro, quando hai un compito molto lungo e difficile da svolgere: programmi il tutto, hai in mente come farlo però ti concedi 5 minuti prima di iniziare. E poi i minuti da 5 diventano 15, e da 15 diventano 45 e così via, si perde la giornata e il lavoro rimane lì al palo. Se anche a te capita, beh… sappi che NON SEI SOLA! 
Anzi, da alcuni studi condotti in America pare che la maggior parte delle persone tenda a procrastinare ogni tanto, se non addirittura spesso.
Ma perché si rimanda? Generalmente perché quello che dobbiamo fare non ci piace. Infatti sopra ho parlato di lavori lunghi, o noiosi, o difficili. O alle volte si tratta semplicemente di pigrizia o stanchezza mentale. Quindi, che soluzione adottare per evitare che i lavori rimangano lì incompiuti?
Innanzitutto chiariamo un concetto fondamentale: nessun compito diventerà di leggero, facile o divertente lasciandolo lì in sospeso. Certo, alle volte può capitare che una cosa che oggi sarebbe da fare, domani (per un’incredibile congiuntura astrale) diventi inutile, quindi si possa depennare dalla lista. Ma sono casi rari!
Un buon punto di partenza è capire in quali situazioni tendiamo più spesso a rimandare. Prova a tenerne conto su un block notes. Ti capita più spesso a casa o al lavoro? E con quali tipologie di attività? In quali momenti della giornata? In quali ambienti? Se riesci a trovare delle costanti, delle ANALOGIE, sarà più facile risolvere il problema. Ad esempio, se vedi che ti capita di rimandare più spesso le attività di pomeriggio, può darsi che in quel momento della giornata tu sia più stanca e svogliata. Perché allora non concentrare i compiti più difficili al mattino ed evitare così il problema?

 

come-evitare-di-rimandare


Dopo questa piccola analisi, si può pensare a qualche soluzione. Le attività impegnative possono diventare più leggere se:
• vengono SPEZZETTATE: perché fare tutto insieme? Prova a dividere il lavoro in più parti e a svolgerne una alla volta. Sembrerà più leggero e ti darà modo di spalmarlo anche su più giorni;
• vengono fatte in un ambiente PIACEVOLE: hai provato a mettere un po’ di musica di sottofondo? O ad aprire le persiane così da vedere un po’ di verde fuori? Sono piccole cose ma spesso aiutano;
• vengono fatte in COMPAGNIA: se puoi farti aiutare da qualcuno o anche solo avere supporto morale da qualcun altro che sta facendo un lavoro pesante come il tuo, ti sentirai subito più sollevata.
Provare per credere! 

 

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Gutta cavat lapidem. Non che il cervello sia diventato un minerale. Anzi. La consistenza si avvicina più a quella di un frutto molto maturo, gravido di succo, che squizza e sguilla tutt’intorno, e non rimane che la buccia. I pensieri sono la massa molliccia di un groviglio di spaghetti scotti.

O la poltiglia dei cereali zuppi di latte rimasti sul fondo della tazza.

O il cic ciàc del mocio vileda quando lo si strizza, grondante acqua insaponata.

Il cuore invece è un castello dalle mille porte e dalle mille finestre. Tutte aperte. Le correnti d’aria non permettono di soggiornarvi senza essere sbatacchiati in qua e in là, collezionando lividi che, anziché riassorbirsi, si espandono. E il ponte levatoio si è inceppato, non si alza, ma rimane, promettente, steso ad accogliere chicchessia peggio dello zerbino con scritto Welcome.

Well come. E infatti nessuno se ne esce, si imbuca, rimane lì, genera confusione e poi, anziché evaporare come l’acqua, anziché sbiadire come i colori, rimane lì rincantucciato in un suo angolino, come i semini delle fragole, che in realtà non sono semini, ma i frutti veri e propri.

E che frutti. Frutti che non fruttificano, restano lì, latenti, e quando meno te lo aspetti zàcchete, mandano qualche getto. Un po’ come gli sbrilluccichii dei fuochi d’artificio che vanno a morire nel mare, e si sbriciolano tra cielo e acqua, perdendosi chissà dove.

E mi ritrovo così, sempre immancabilmente col cervello in modalità mumble e il cuore in modalità love. Mai che il cuore sia in modalità mumble e il cervello start to love Myself. Perché poi, il bello e il brutto della vita, è che ti scombina i piani, e quindi sarebbe meglio non farli i piani, ma poi non resisti alla tentazione di pianificare, ed ecco che il soffio vitale fa crollare il castello di carte che provavi a costruire.

 

problemi-amore

 

E tutto quest’affollamento nel cuore non fa che moltiplicarsi. E più la folla aumenta e più aumenta lo spazio. Dovrei avere un cuore enorme, un vero condominio. Dovrei schiacciare i polmoni e disintegrare la gabbia toracica, ed essere puro amore. Dovrei cominciare a dare lo sfratto a qualcuna delle presenze che continuano ad aleggiare nelle ariose mie stanze miocardiche e invece no, non solo rinnovo il contratto d’affitto, ma il soggiorno è gratis e vitalizio.

Essere puro amore. E in effetti lo sono: regalo sorrisi e gentilezza a chicchessia, produco buonumore a casaccio, dispenso fiducia, elargisco luce a destra e a manca. Forse perché amo regalare quello che avrei più bisogno di ricevere. E cosa mi torna indietro? Assolutamente nulla: larvati surrogati di vita, scampoli di entusiasmo, briciole di calore. E meno ricevo più trabocco di entusiasmo. Ancora devo spiegarmi questa proporzionalità inversa tra il mio surplus emozionale e le scorte altrui, sempre agli sgoccioli.

Ma in fondo preferisco dare che ricevere, perché quando ricevo non so mai come ringraziare, come ricambiare, e si innesca uno strano meccanismo meccanico che nulla ha della spontaneità che a me piace.

So che dovrei limitare questi estatici sprazzi di ingiustificata euforia verso il prossimo, perché alle volte rischio di provocare gli eventi, e dopo nulla è più naturale, ma tutto comincia ad andare secondo uno strano copione, a braccio, all’impronta, eppure condotto secondo una trama che sottende ogni possibile situazione.

E la domanda è: ma i cuori altrui affittano solo nei mesi estivi? Solo ad uso foresteria? Ad uso commerciale? O sono semplicemente degli stipi vuoti, delle soffitte colme di polvere e ragnatele e poco altro? I sentimenti belli piegati come camicie inamidate e stirate di fresco, e non usate, abbandonate a ingiallire nei cassetti.

I cuori altrui… Sono davvero cuori? O non sono forse bottigliette da mezzo litro, che irrorano emozioni annacquate, e finiscono per annacquare anche le mie?

 

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