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Come ogni anno si è svolto il Festival di Cannes e puntualmente la bella città ha visto sfilare sul red carpet tante attrici indossando le migliori firme sia italiane che straniere: Dolce&Gabbana, Roberto Cavalli, Versace, Valentino, Balenciaga e Christian Dior e Vivienne Westood!
Il vestito di Vivienne Westood è stato indossato da Sabrina Ferilli: era meraviglioso e molto opportuno per l'occasione!!!! Il disegno rappresentato sembrava un grande quadro che si vede al Louvre di Parigi e dove non riesci a far a meno di contemplarlo ed innamorarti!

 

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Ma il Re della moda di Cannes 2013 è stato Roberto Cavalli è stato indossato da Paz Vegas, Alessandra Ambrosio e tante altre.
Alessandra Ambrosio indossava questo vestito a sirena, aderente e argentato. Questo vestito è stato capace di mettere in risalto il suo fisico che solo una come lei potrebbe avere (e per cui tutte proviamo invidia). Forse è l’outfit che io credo sia uno dei miei preferiti in assoluto

 

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Mentre Paz Vegas indossava un vestito che attirava, senza dubbi, l’attenzione di tutti i fotografi che erano lì presenti per catturare le immagini più belle di quei giorni! Il suo vestito è composto da un body che copre dal seno fino alle parte delle gambe mentre sopra al body è stato inserito un altro vestito che parte da sopra fino alla fine ed anche questo era a sirena!

 

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Infine c’era quello di Christian Dior indossato da Nicole Kidman! Era un vestito a tubino, blu, aderente con brillantini che coprivano tutto il tubino!!!! E’ magnifico ed adatto per l’evento giornaliero!

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Questi sono i miei preferiti e per voi?

 

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Ormai non ci credevo quasi più: erano tre anni che attendevo l'uscita di questo film.

Non ricordo dove e come avessi letto che Baz Lurhmann stava girando «Il Grande Gatsby», so solo che quando scoprii che in realtà non aveva ancora iniziato le riprese ebbi un moto di sconforto: chissà, allora, quando sarebbe mai arrivato nei cinema!
E infatti: rinvii su rinvii, annunci disattesi, trailer che anticipavano di sei mesi, se non di più, l'uscita del film; esce a febbraio, no esce a maggio, prima internazionale a Cannes: ma allora esce per davvero, evviva!

Non ricordo quale sia stato il mio primo incontro con Gatsby, anche se sarei pronta a scommettere di aver incontrato prima il Gatsby interpretato da Robert Redford e solo in un secondo momento di aver letto il romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ma so che comunque sia avvenuto è stato l'inizio di una grande passione.
L'incontro con Luhrmann, invece, era stato del tutto casuale, e la visione di «Romeo + Juliet» prima, e quella di «Moulin Rouge» dopo, mi avevano letteralmente fatta innamorare del genio visionario e poetico del regista.
Ovvio, quindi, che non vedessi l'ora di vedere cosa avesse fatto di uno dei miei romanzi preferiti, quale sarebbe stata la sua sintesi tra la prosa di Fitzgerald e l'utilizzo di musiche contemporanee e, soprattutto, come sarebbe stato il Gatsby di Leonardo DiCaprio.

L'essenza della storia del romanzo, che la prima volta ho letto nella traduzione storica di Fernanda Pivano per Mondadori, è così riassunta dallo stesso Fitzgerald: «L'idea di base di Gatsby è l'ingiustizia di un povero giovane che non può sposare una ragazza coi soldi».*
Ma non è solo quello, non è solo una storia d'amore, perché come Fitzgerald lascia intuire, è soprattutto il confronto tra classi sociali, i nuovi ricchi rappresentati da Jay Gatsby, il "self-made man", e i ricchi blasonati e le famiglie storiche, che si fronteggiano da una parte all'altra della baia dell'isola di Long Island: East Egg, dove vive l'amata e ricca Daisy Buchanan, e West Egg, dove maestosa, regno del kitsch e di lussuose feste durante le quali scorrono fiumi di champagne e brillano star del cinema e abiti in lamé, si erge la villa di Gatsby, al fianco della quale, in un piccolo cottage, vive Nick Carraway, cugino di Daisy e narratore e testimone degli eventi, e che si riflettono l'una nell'altra: unite da un sogno e dalla luce verde di una lanterna sul pontile dei Buchanan, che appare e scompare nelle notti umide di nebbia o nel pulviscolo dorato delle calde giornate estive, simbolo del legame che unisce Daisy a Gatsby e il passato al presente.
Si svolge tutta lì, la storia, nelle due ville poste ai lati opposti della baia, lungo le strade tortuose che conducono a New York passando per agglomerati che nel nulla costeggiano la Valle delle Ceneri, nelle case abitate da miserabili che cercano di sporcarsi della polvere d'oro che sembra cadere dalle lussuose auto di passaggio, negli "speakeasies" della città, dove il jazz, le scommesse clandestine e il consumo di alcol la fanno da padrona.
Sono i «Ruggenti Anni Venti», gli anni d'oro che preannunciano senza saperlo la Grande Depressione, il crack economico del 1929.

Così, dicevo, il film che tardava ad arrivare, l'acquisto nel frattempo della nuova traduzione a opera di Tommaso Pincio per Minimum Fax (nel 2010 sono scaduti i diritti d'autore e alla traduzione della Pivano se ne sono aggiunte molte altre) e la terza rilettura, una ulteriore visione del film con Robert Redford e Mia Farrow (e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola!), arriva finalmente il 16 maggio alle ore 21,15, quando mi trovo, finalmente, dentro alla Sala 5 del Cineland di Ostia per assistere alla visione del film.
Agitata, come tutte le volte che vado al cinema, quando all'emozione (come in questo caso grandissima) si aggiungono l'ansia da claustrofobia e le perplessità dovute al fatto che mai prima di quel momento avevo ancora visto un intero film in 3D: mi darà fastidio, non mi darà fastidio, mi verrà mal di testa, avrò anche questa volta il desiderio irrefrenabile di fuggire non appena si spegneranno le luci e la potenza del sonoro si manifesterà con tutta la sua forza e tutti i suoi watt?
No, non sono fuggita, per fortuna, perché il 3D mi ha subito rapita lasciandomi a bocca aperta, perché le parole di Fitzgerald sin dall'incipit sanno essere così avvolgenti da trascinare immediatamente dentro alla storia, perché la curiosità e il desiderio di vedere West Egg prima, Daisy e Jay Gatsby poi, sono state talmente forti da non aver lasciato spazio a nient'altro che a quello, in un rapimento che è stato totale.

 

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Mi accorgo adesso, nei giorni immediatamente successivi alla visione del film, che quella che per lungo tempo ho creduto essere solo una mia fissazione, è invece diventata, grazie a un'imponente operazione di marketing e pubblicità, una mania collettiva: articoli su articoli, una pagina Facebook (con 703.683 "Mi piace" - incluso il mio - e 422.815 'ne parlano') interamente dedicata al film, decine e decine di persone che rileggono o leggono il romanzo per la prima volta, addirittura una mostra alla Galleria Colonna (non ce la faccio a chiamarla «Alberto Sordi», che Albertone mi perdoni) che, nei giorni immediatamente precedenti l'uscita del film, mostrava abiti e oggetti di scena.
Ma Baz Luhrmann, si chiederà chi non l'ha ancora visto, ha vinto la sfida?
Al botteghino di sicuro (gli ultimi dati pubblicati sulla pagina Facebook di cui sopra parlano di 600.000 euro incassati nella sola giornata di giovedì 16 maggio), la mia opinione da appassionata del romanzo e da spettatrice, che tutto vuole essere tranne che critica cinematografica, è che la sfida è vinta a metà: perché se è vero che il film è grandioso, che costumi e colonna sonora sono di altissimo livello e che la commistione tra jazz pop e hip pop è a dire poco esaltante, se Leonardo DiCaprio è l'ennesima conferma di un enorme talento, altre cose, come l'aspetto psicologico dei personaggi principali (che Daisy sia una ragazza viziata e superficiale e che i Buchanan in genere sia gente abituata a manipolare e a buttare via le persone come fossero fazzoletti di seta, non si evince dalla narrazione ma solo dal ricordo di quanto narrato nel romanzo) a mio parere restano troppo a margine, così come il forte contrasto tra West Egg e East Egg che non è rappresentato fino in fondo. Sembra quasi che il film, contrariamente al romanzo che si legge in un continuo crescendo, nelle oltre due ore di proiezione vada perdendo via via di energia.
Forse, al sogno visionario di Luhrmann è mancata questa volta quella luce in più che era riuscito a trovare nella trasposizione di «Romeo e Giulietta», l'idea che lo aveva portato a realizzare un'opera dalle tinte a dalle note 'acide' che esaltavano, per contrasto, la poesia e la musicalità delle parole di Shakespeare.
Forse, per dirla alla Fitzgerald, Luhrmann, come Gatsby, non è riuscito a seguire fino in fondo la luce verde, arrivando così a un passo dall'afferrare un sogno che invece era già alle sue spalle.

 

*(Dalla postfazione di Tommaso Pincio a Il Grande Gatsby edito da Minimum Fax e tradotto da Tommaso Pincio)

 

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L’altra sera ero a casa e ho deciso di guardare un film, uno di quelli che ti fanno venire voglia di sognare, quelli che ti fanno viaggiare con la mente e mi sono ritrovata a guardare una pellicola uscita nelle sale ben 11 anni fa ovvero “Il favoloso mondo di Amélie” e devo ammettere che sono rimasta positivamente impressionata per lo stile e la leggerezza di un film che in realtà racchiude un significato molto profondo creando un’atmosfera surrealista ed ironica allo stesso tempo.


E’ la storia di una ragazza francese, figlia di un medico difficilmente propenso a manifestazioni d’affetto che ritiene la bambina malata di cuore quando in realtà la piccola, durante le visite, è solo emozionata a causa dell’insolita vicinanza al padre. La madre è, invece, una maestra che istruisce la figlia in casa ma che muore precocemente schiacciata da una suicida lanciatasi dalla cattedrale di Notre Dame.

Amélie è una bambina che cresce rifugiandosi in un mondo tutto suo, un mondo in cui sono le piccole cose ad avere valore, un mondo dove la diversità è padrona. Ormai cresciuta, la ragazza si reca a Parigi ed è li che la sua vita cambierà per sempre grazie alla scoperta di una scatola di cianfrusaglie di un bambino e Amélie deciderà di cercare il proprietario ormai cinquantenne per restituirgliela. È da quel momento che la nostra protagonista si impregnerà per rendere migliore la vita degli altri e sarà proprio aiutando gli altri che troverà anche se stessa.

 


Il tutto è contornato da una romantica e poetica storia d’amore capace di appassionare anche il più cinico spettatore grazie soprattutto alle riprese di una fantastica Parigi. È questo un film adatto a chi ama la leggerezza di una favola contemporanea, a chi sa entusiasmarsi per la bellezza delle piccole cose proprio come Amélie: “Amélie ama tuffare la mano in un sacco di grano, far rimbalzare i sassi sulla superficie del canale Saint Martin, rompere la crosta della crème brulèe con la punta del cucchiaio, voltarsi nel buio per guardare le espressioni degli spettatori al cinema e cogliere nei film particolari a cui nessuno farà caso”.

Alcuni di noi si sentono proprio come la piccola Amélie, dei sognatori amanti dell’originalità e della curiosità a cui non piace rinchiudersi nell’uniformità e nella piattezza di una società che ha paura di osare, alcuni di noi hanno ancora tanta voglia di sentirsi vivi!

 

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Nel 2009 era stato distribuito nelle sale cinematografiche il cartone animato Piovono Polpette. 4 anni dopo, a Natale, grandi e piccini torneranno nuovamente a ridere grazie a Piovono Polpette 2 – La rivincita degli avanzi diretto da Cody Cameron e Kris Pearn.. Come ricorderemo, Flint Lockwood, con i suoi macchinari è riuscito a trasformare l'acqua in polpette. Tuttavia, stavolta, per salvare la popolazione ha combinato un bel guaio e si trova costretto ad abbandonare la città di Swallow Falls. Accetta così l'invito di Chester V (suo mito) di unirsi alla The Live Corp Company, che ha il compito di ripulire l'isola e soprattutto riunisce i migliori inventori del mondo che devono darsi da fare nel trovare modi per migliorare la qualità della vita delle persone.

 

Flint scopre però che la sua invenzione è ancora in funzione e serve a realizzare degli animali composti da cibo. Ragion per cui insieme ai suoi amici torna a Swallow Falls per salvare il mondo. Kris Pearn, alla 14esima edizione della View Conference di Torino, nella quale il pubblico ha potuto assistere ad alcune scene del film in anteprima, ha dichiarato:

 

Quando si parla di cibo si tende a dire “bigger is better”, cioè più grande è migliore. Nel film una grande multinazionale cerca di gestire il cibo per i propri scopi, potere e guadagno. Flint, il protagonista di Piovono Polpette 2 si oppone a questa logica con la sua creatività.

 

Cody Cameron ha invece aggiunto:

 

"Nel primo episodio avevamo lavorato molto su questa idea degli animali strani, fatti di cibo, ma per mancanza di tempo non eravamo riusciti a svilupparli. Poi in questo film abbiamo approfondito il tema, fatto ricerche sul design del cibo e coinvolto i designer". 

 

Buona visione! Ecco il trailer:

Care amiche, per una bella serata da trascorrere al cinema vogliamo proporvi oggi un film che sicuramente è destinato a far discutere. Parliamo di Two Mothers, ispirato al libro Le Nonne del premio Nobel Doris Lessing. Diretto da Anne Fontaine e magistralmente interpretato da due attrici del calibro di Naomi Watts e Robin Wright il film narra la storia di due donne mature, molto amiche e legate da profondo affetto, che si innamorano l'una del figlio dell'altra. A far da sfondo alla vicenda gli splendidi paesaggi offerti dalla costa australiana.

 

 

Two Mothers

 

Le due amiche, Roz e Lil, sono due belle donne, mature ma ancora desiderabili e affascinanti, che vivono in una piccola comunità costiera. Qui inizieranno a vivere l'una una storia segreta con il figlio dell'altra, fino a quando, anni dopo, tutto verrà a galla. Ai protagonisti del film spetterà un'ardua scelta: continuare a vivere secondo i propri desideri o conformarsi alle regole più "tradizionali" imposte dalla società in nome del quieto vivere. Se volete saperlo non vi resta che andare al cinema e vedere Two Mothers. 

 

Ecco il trailer: