“Amore della mamma, ti piacerebbe avere un fratellino?”. “No! Ruberebbe i miei giocattoli!”. 

Se nostro/a figlio/a dovesse rispondere più o meno così, mentre noi siamo invece in procinto di comunicargli che presto avrà un/a compagn/a di giochi, dobbiamo tenere in considerazione almeno 3 cose.

  1. In realtà “i miei giocattoli” nella sua testolina corrispondono a “l’amore della mia mamma e del mio papà”.
  2. Se anche la sua risposta fosse diametralmente opposta, o se addirittura il fratellino ce l’avesse chiesto lui, non è escluso che i problemi nascano con l’arrivo effettivo di quel bimbo prima semplicemente immaginato.
  3. È difficile ma non impossibile per noi gestire la normale gelosia del primogenito verso quello sconosciuto che già si trova nel nostro grembo.

Ebbene sì, quel bebè che tutti vorrebbero proporgli come una personcina bisognosa di cure e affetto a cui deve volere tanto bene, per lui è semplicemente uno sconosciuto! Anzi peggio, è un ladro che senza invito si intrufola nella sua casa, nella sua stanzetta, nel suo tempo, tra lui e i suoi amori unici e assoluti (mamma e papà), di cui prima era l’amore unico e assoluto.

È quindi importante non tanto quello che diciamo e facciamo, ma come lo diciamo e lo facciamo. Che il nostro amore per i nostri bimbi sia sincero e intramontabile è scontato, non lo è come loro lo percepiscono.

I bimbi infatti, a dispetto delle poche abilità cognitive-emozionali che noi attribuiamo loro, già dai primissimi anni sono invece capaci di andare al di là delle nostre parole e di leggere i nostri comportamenti, gli sguardi che ci lanciamo fra adulti e anche i silenzi. Hanno però bisogno del nostro aiuto per districarsi tra i significati e attribuire ad ogni cosa la giusta interpretazione.

Questo non vuol dire che dobbiamo farci prendere dall’ansia nell’approccio con loro, ma solo che dobbiamo fare un po’ di attenzione al modo di comunicare il nostro amore. Nella seconda parte vedremo insieme qualche piccolo accorgimento per il periodo pre e post parto, che ovviamente la sensibilità materna adatterà all’età specifica del primo figlio e applicherà con gradualità.

(clicca per la seconda parte)

 

Ecco la seconda parte dell'articolo, dove spiegheremo le regole da seguire per evitare la gelosia del bambino:

  • Innanzitutto non facciamoci frenare dalla scusa di un eventuale aborto spontaneo e non aspettiamo molto tempo per dare al bimbo la notizia;  qualsiasi cosa dovesse apprendere da altri o da frasi dette di nascosto provocherebbe in lui un unico pensiero: “Mia mamma, mio papà mi dicono le bugie”. Quindi se anche la gravidanza dovesse arrestarsi, meglio per lui sentire di avere dei genitori che gli spiegano le cose (anche dolorose) e lo consolano anziché dei genitori bugiardi.
  • Durante l’attesa coinvolgiamolo il più possibile: lasciamo che accarezzi la pancia, che parli e canti al fratellino; cominciamo con lui ad immaginare l’aspetto del bebè e a sceglierne il nome; chiediamogli consiglio sulla nuova disposizione della cameretta (che sia però il meno rivoluzionaria possibile) e sulla scelta del corredino. Non forziamo ovviamente la mano se lo vediamo reticente, arriviamo solo fino al punto in cui lui ci permette di arrivare. 
  • Non illudiamolo dicendogli che il fratellino sarà da subito il suo compagno di giochi e che sarà tutto bello e divertente, ma prepariamolo anzi alle novità che il suo arrivo porterà. Per questo potremo servirci di un bambolotto o di una visita ad amici che da poco hanno avuto un figlio. Dall’altra parte facciamolo sentire importante per le nuove routines, spiegandogli che in tanti casi la sua collaborazione sarà indispensabile. Come in ogni cosa,  anche qui seguiamo la via di mezzo: sebbene per noi lui diventi “il figlio grande”, questo non significa che sia realmente in grado di assumersi le responsabilità pratiche e morali dei “grandi”. Quindi affidiamogli solo piccoli compiti e dopo un suo aiuto o atto di pazienza, ricompensiamolo con lodi, premi e coccole!

  • Può anche darsi che il bambino manifesti solo la gelosia e quindi tristezza, nervosismo, paure, ma non aggressività nei confronti del fratello. Se invece dovesse manifestare anche questa, non facciamolo sentire “sbagliato”. Ricordiamo intanto che la gelosia è un sentimento normale (che poi evolverà in competizione), funzionale allo sviluppo della sua personalità; o meglio, sarà tale se verrà aiutato dai genitori a gestire e a capire quel fiume di emozioni per lui nuovi, che lo fanno sentire triste e in colpa. Quindi mentre è nostro dovere riprenderlo dagli atteggiamenti dannosi verso il fratellino, verbalizziamo anche quei sentimenti che al momento ci sembra di cogliere in lui, mostrando comprensione: “Capisco che questa cosa ti fa arrabbiare..”, “So che in questo momento vorresti giocare con la mamma…”, “Se ti senti triste per questa cosa lo capisco…”. Sentire i propri stati d’animo negativi sulla bocca della mamma lo aiuterà ad elaborarli senza sensi di colpa, perché vedrà se stesso con gli occhi amorevoli della mamma. Se ce la sentiamo, aiutiamolo a tirare fuori i suoi sentimenti con gli strumenti a disposizione: i giochi di ruolo con le bambole, i disegni…
  • Avvisiamolo per tempo che dovremo andare in ospedale per farci aiutare dai dottori a far nascere il piccolino, che potremmo anche non avere il tempo di salutarlo, aggiungendo che lui potrà chiamare e venirci a trovare quando vuole.
  • Durante i nostri giorni di ricovero,  non facciamo trasferire il bimbo a casa di altri, ma chiediamo ai nonni (o a chi lo accudirà) di fare loro il sacrificio di spostarsi. Anche dopo il parto, non facciamogli subire troppo cambiamenti, programmiamo invece le cose in maniera tale che non coincidano con la nascita del fratellino, in particolare l’inserimento al nido o l’inizio di qualsiasi attività che lo tenga lontano da casa.
  • Il nuovo arrivato riceverà molti regali, facciamone uno anche al primogenito dicendo che è stato il fratellino a suggerirlo all’orecchio della mamma. Anche far scartare a lui i regali del neonato sarà un modo per non farlo sentire in secondo piano.
  • Soprattutto dopo il parto, cerchiamo di fare con il bambino quello che facevamo prima o anche cose nuove. Facciamoci aiutare da qualcuno nella cura del secondo, per poter dedicare tempo al primo. Quando non è possibile coinvolgerlo nella cura del piccolo, facciamo in modo che sia impegnato in qualche altra cosa o che qualcun altro gli dedichi del tempo speciale: fare la spesa col papà, una passeggiata con la nonna, o una torta con la zia lo faranno sentire bene. Ovviamente la figura che maggiormente dovrebbe prestarsi a compensare le assenze della mamma è il papà; anche a lui sono chiesti dei sacrifici al di fuori del lavoro, gli sforzi all’unisono verranno ricompensati presto dalla maggiore serenità familiare.
  • Per il bambino, un modo per esprimere il proprio malessere è la “regressione”: il tornare, cioè, a fare delle cose che prima non faceva più, in genere per attirare l’attenzione o sentirsi di nuovo piccolo e amato. Potrebbe, per esempio, tornare a bagnare il letto, richiedere il ciuccio, fare molti capricci quando sa che la mamma deve allattare o dedicarsi al fratellino. In realtà non sono veri e propri capricci da reprimere, ma segnali di sofferenza, per cui cerchiamo di non spazientirci troppo e di chiudere un occhio. Il vedere che di tanto in tanto gli è consentito tornare piccolo, dovrebbe rendere questi episodi sempre più sporadici, man mano che egli riacquista sicurezza in quell’amore che pensava diminuito. Ovviamente se ci rendiamo conto che alcune situazioni persistono oltre il dovuto (in particolare l’enuresi) proviamo a parlarne con il Pediatra.
  • Cerchiamo noi stesse di creare e supportare il rapporto tra i fratelli: durante la gravidanza facciamo notare quando il piccolo scalcia agli stimoli del primo: “Senti com’è contento quando lo accarezzi” “Continua a cantare così dopo riconoscerà la tua voce e ti sorriderà”. Dopo il parto ugualmente, sottolineiamo con enfasi positiva quando il neonato gli sorride, lo segue con lo sguardo…  
  • Non diamo per scontato che il bambino deduca che il nostro amore è rimasto immutato dai sacrifici che facciamo per lui di volta il volta, come leggergli la fiaba quando il secondogenito si è addormentato e noi siamo distrutte, non irritarci alle sue continue richieste di attenzione nei momenti più critici, fare i salti mortali per ritagliarci del tempo per stare insieme… Queste e altre azioni per lui avranno ancora più valore se accompagnate da manifestazioni verbali (“Quanto ti voglio bene”, “Sei sempre il mio tesoro”), abbracci affettuosi, coccole… Pur essendo diventato il maggiore, rimane comunque un bambino, con il suo diritto alla tenerezza e bisognoso adesso di maggiori rassicurazioni. Se perseveriamo e non ci facciamo prendere dall’impazienza, alla fine L’AMORE VINCERÀ, il nostro bimbo pian piano recupererà fiducia e questo lo farà crescere perché con il nostro aiuto avrà vinto la prima battaglia della sua vita!

 

Come comportarsi quando sentiamo una parolaccia? 

 

Mi è capitato qualche giorno fa di scontrarmi con un problemone nell’educazione del mio bimbo: ha imparato la sua prima parolaccia; avreste dovuto vedere la mia faccia, lì per lì, ho guardato Mattia molto perplessa, la mia testa aveva all’interno una serie di punti interrogativi e una domanda nasceva spontanea “ ma… ha detto proprio quello?”

Prima di riprenderlo ho voluto aspettare di capire veramente se era proprio la parolina in questione quella usata e… dopo neanche una mezzora, mentre giocava… eccola spuntare nuovamente sulla bocca del mio piccolino.

Io e il mio compagno siamo entrambi molto attenti a non lasciarci scappare nessuna parola, diciamo non bella, davanti al nostro bimbetto, eppure nonostante tutte le accortezze, durante una passeggiata al parco l’ha sentita e, come per magia, imparata in un micro secondo: la situazione diviene tragicomica quando poi arrivo a scoprire che non solo la sa pronunciare perfettamente ma sembra addirittura aver capito anche qual è il suo ruolo preciso.

A questo punto …qual è il miglior modo di risolvere il problema?

Mattia ha capito che non è una parola che gradisco perché quando la dice, lo riprendo, Purtroppo, però non ha ancora smesso di usarla; parlandone con la pediatra mi ha rassicurato che verso i 2 -3 anni fa parte della normale crescita del bambino impararle e dirle, inoltre già a quell’età un bambino è in grado di capire attraverso i nostri comportamenti se quello che sta dicendo è una parolina bella oppure no.

E sempre secondo lei queste parole sono dapprima usate come gioco e per dimostrare al mondo che lui sta crescendo e un nostro tentativo di fargli capire che è sbagliato dirle usando una forma più aggressiva lo porterebbe a dirla ancor più frequentemente: ci troviamo difronte alla loro prima ribellione.

 

bimbo-dice-parolacce

 

Come dire… iniziano presto!

 Non è bello sentire un adulto che nel parlare usa vocaboli volgari, figuriamoci quando appaiono sulle labbra di un angioletto ma purtroppo per quanto ne sia contraria, è anche doveroso ammettere che le cosiddette parolacce fanno parte del normale linguaggio di adulti e bambini e che purtroppo non si può impedire che arrivino alle orecchie del nostro pargoletto ma forse solo sperare che crescendo piano piano imparino che non è bello dirle e siano proprio loro stessi ad allontanarle dalla loro boccuccia.