Patrizia Ferrante

Patrizia Ferrante

La Pitta è una dritta con i capelli a spaghetto lunghi come un vialetto. Potrebbe raccontare a tutti che ha lavorato più di venti anni per la pubblicità, potrebbe dire che ha visto l’uomo atterrare sulla luna e che ha passato più di cinquemila minuti a guardare ogni genere di film con grande passione.

 

Già, potrebbe.

 

Ma la Pitta è troppo modesta. Alla Pitta piace: arrivare sempre alla fine di un libro, leggere i titoli di coda fino a quando non si accendono le luci in sala, bere tè appena sveglia, segnarsi i titoli delle canzoni da sentire almeno una volta nella vita, ascoltare i discorsi che le persone fanno quando sono al ristorante e “Il favoloso mondo di Amélie”, ma questo l’avevate già capito.

URL del sito web: http://uominidiunavolta.altervista.org/

Nel senso che sulla spiaggia di uno degli otto cancelli di Torvaianica - nei pressi di Ostia per i non autoctoni - in una domenica che più assolata non si può, ce n'è davvero di tutti i tipi.

A cominciare dal parcheggio moto dove, in mezzo, appunto, a moto e motorini di tutti i tipi, c'è anche una Smart nera: i soliti tipi furbi, li chiamerei.
Troviamo un buco sabbioso per la nostra (no, non ho detto una buca, anche se per evitare che la moto sprofondi nella sabbia il parcheggiatore ci fornisce di due tavolette di legno da mettere sotto il cavalletto) e la molliamo per fare subito una tappa al chioschetto e prendere due birre (no che non siamo due alcolisti, ma una birra fresca a metà pomeriggio quando il sole si approssima a volgere al tramonto, fronte mare, è sempre una bella cosa: provare per credere), quando notiamo che i tipi furbi sono aumentati, e sono persino contagiosi: una birra tre euro e cinquanta (3,50 €) e in più (questa sì che è una magica furbata) un cartello che comunica agli avventori nonché frequentatori della spiaggia (spiaggia libera ma attrezzata, cioè data in gestione per il bar e l'affitto di lettini e ombrelloni) che l'affitto del lettino ai sensi di non so quale articolo di legge (che, ancora tra parentesi, credo sia stato inventato per l'occasione, e qui ci sarebbe da disquisire a lungo sull'ingegno italico mai messo a frutto della comunità ma sempre solo a beneficio del proprio conto in banca) è da ritenersi personale, e quindi, sempre per via di questo articolo di legge che adesso io non avrò pace finché non troverò e non avrò modo di dimostrare che di abuso trattasi, non cedibile a terzi.
Cioè, vale a dire che se io vado al mare la mattina e prendo un lettino e poi, prima di andarmene a casa, che so per il pranzo o perché ormai sono cotta a puntino, decido di lasciarlo a mia sorella o a mia figlia o a mio marito, non posso farlo. Vietato.
In sostanza io lo pago per tutta la giornata e posso spiattellarci sopra l'asciugamano e tutta me stessa per dieci ore, ma non posso poi decidere di alzarmi e lasciare il posto a chi voglio io.
Tipi furbi, tipi avidi, tipi…?
No, imbroglioni io non l'ho detto.
Dopo un lungo slalom speciale tra le centinaia di lettini, che noi non abbiamo preso, riusciamo finalmente ad approdare sulla battigia, nella speranza di riuscire a trovare lo spazio vitale per una matrimoniale senza comodini da stendere sulla spiaggia, vale a dire lo spazio per due asciugamani neanche troppo grandi.
Sembra una missione impossibile, di quelle destinate a fallire miseramente senza aver prima percorso un paio di chilometri di spiaggia "anda e rianda", quando invece si apre miracolosamente un varco.
Com'è possibile?
Ma certo, è possibile perché tra noi e il mare ci sono due tipi da racchettoni, immancabili in tutte le spiagge, di quelli che con pallina da tennis sparano bordate che neanche uno degli ace che l'Ivanisevic dei tempi migliori usava per mettere ko gli avversari (e se siete troppo giovani per sapere chi sia Ivanisevic vi basti sapere che un suo servizio, un ace naturalmente, viaggiò a 249,5 km/h), e a un nutrito gruppetto assortito di tipi da calcio acquatico loro vicini di campo (ok, campo acquatico, ma sempre campo sembrerebbe essere): che meraviglia, di quelli che manco fossero foche appena vedono una pozza d'acqua e una palla non possono fare a meno di prenderla a calci e mettersi in cerchio.
Quindi tra la minaccia di una pallettata da tennis e una da pallonata, conquistiamo la riva.

 

tipi-da-spiaggia


Mi guardo intorno, e ce n'è davvero di tutti i i tipi: si potrebbe organizzare un censimento dei tatuaggi della capitale, l'inventario delle tette siliconate, di zona e forestiere, per scegliere il proprio chirurgo di fiducia (hai visto mai, magari con l'età potrebbe tornare utile), quello dei costumi leopardati e di quelli fluo (moda dell'anno che colpisce tutti trasversalmente, dalla partoriente al vu cumpra'), persino un inventario dei muscoli da spiaggia: da quelli ostentati da palestra a quelli da pomodoro al riso divorato sotto l'ombrellone.
Sulla spiaggia, tipi di ragazza dei più svariati, normalmente quelle più semplici e più carine, osservano tutto questo sfoggio di bicipiti e quadricipiti (c'è anche qualche esemplare di tartaruga non acquatica) - personalmente invidio assai la ceretta di un tipo da passeggio al fianco di una Barbie de 'noantri, al punto che sarei tentata di fermarlo per chiedergli il numero di telefono dell'estetista - di fluo e pallettate, e scuotendo la testa e interrogandosi sul perché non esistano più i tipi da rimorchio di una volta, accendono l'iPod e si preparano a diventare color carbonella.
Si è fatto tardi, tipo l'ora di tornare a casa.
Sulla Litoranea, a imporre indolente il ritmo di marcia, davanti a noi una Fiat Tipo.

 

Ormai non ci credevo quasi più: erano tre anni che attendevo l'uscita di questo film.

Non ricordo dove e come avessi letto che Baz Lurhmann stava girando «Il Grande Gatsby», so solo che quando scoprii che in realtà non aveva ancora iniziato le riprese ebbi un moto di sconforto: chissà, allora, quando sarebbe mai arrivato nei cinema!
E infatti: rinvii su rinvii, annunci disattesi, trailer che anticipavano di sei mesi, se non di più, l'uscita del film; esce a febbraio, no esce a maggio, prima internazionale a Cannes: ma allora esce per davvero, evviva!

Non ricordo quale sia stato il mio primo incontro con Gatsby, anche se sarei pronta a scommettere di aver incontrato prima il Gatsby interpretato da Robert Redford e solo in un secondo momento di aver letto il romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ma so che comunque sia avvenuto è stato l'inizio di una grande passione.
L'incontro con Luhrmann, invece, era stato del tutto casuale, e la visione di «Romeo + Juliet» prima, e quella di «Moulin Rouge» dopo, mi avevano letteralmente fatta innamorare del genio visionario e poetico del regista.
Ovvio, quindi, che non vedessi l'ora di vedere cosa avesse fatto di uno dei miei romanzi preferiti, quale sarebbe stata la sua sintesi tra la prosa di Fitzgerald e l'utilizzo di musiche contemporanee e, soprattutto, come sarebbe stato il Gatsby di Leonardo DiCaprio.

L'essenza della storia del romanzo, che la prima volta ho letto nella traduzione storica di Fernanda Pivano per Mondadori, è così riassunta dallo stesso Fitzgerald: «L'idea di base di Gatsby è l'ingiustizia di un povero giovane che non può sposare una ragazza coi soldi».*
Ma non è solo quello, non è solo una storia d'amore, perché come Fitzgerald lascia intuire, è soprattutto il confronto tra classi sociali, i nuovi ricchi rappresentati da Jay Gatsby, il "self-made man", e i ricchi blasonati e le famiglie storiche, che si fronteggiano da una parte all'altra della baia dell'isola di Long Island: East Egg, dove vive l'amata e ricca Daisy Buchanan, e West Egg, dove maestosa, regno del kitsch e di lussuose feste durante le quali scorrono fiumi di champagne e brillano star del cinema e abiti in lamé, si erge la villa di Gatsby, al fianco della quale, in un piccolo cottage, vive Nick Carraway, cugino di Daisy e narratore e testimone degli eventi, e che si riflettono l'una nell'altra: unite da un sogno e dalla luce verde di una lanterna sul pontile dei Buchanan, che appare e scompare nelle notti umide di nebbia o nel pulviscolo dorato delle calde giornate estive, simbolo del legame che unisce Daisy a Gatsby e il passato al presente.
Si svolge tutta lì, la storia, nelle due ville poste ai lati opposti della baia, lungo le strade tortuose che conducono a New York passando per agglomerati che nel nulla costeggiano la Valle delle Ceneri, nelle case abitate da miserabili che cercano di sporcarsi della polvere d'oro che sembra cadere dalle lussuose auto di passaggio, negli "speakeasies" della città, dove il jazz, le scommesse clandestine e il consumo di alcol la fanno da padrona.
Sono i «Ruggenti Anni Venti», gli anni d'oro che preannunciano senza saperlo la Grande Depressione, il crack economico del 1929.

Così, dicevo, il film che tardava ad arrivare, l'acquisto nel frattempo della nuova traduzione a opera di Tommaso Pincio per Minimum Fax (nel 2010 sono scaduti i diritti d'autore e alla traduzione della Pivano se ne sono aggiunte molte altre) e la terza rilettura, una ulteriore visione del film con Robert Redford e Mia Farrow (e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola!), arriva finalmente il 16 maggio alle ore 21,15, quando mi trovo, finalmente, dentro alla Sala 5 del Cineland di Ostia per assistere alla visione del film.
Agitata, come tutte le volte che vado al cinema, quando all'emozione (come in questo caso grandissima) si aggiungono l'ansia da claustrofobia e le perplessità dovute al fatto che mai prima di quel momento avevo ancora visto un intero film in 3D: mi darà fastidio, non mi darà fastidio, mi verrà mal di testa, avrò anche questa volta il desiderio irrefrenabile di fuggire non appena si spegneranno le luci e la potenza del sonoro si manifesterà con tutta la sua forza e tutti i suoi watt?
No, non sono fuggita, per fortuna, perché il 3D mi ha subito rapita lasciandomi a bocca aperta, perché le parole di Fitzgerald sin dall'incipit sanno essere così avvolgenti da trascinare immediatamente dentro alla storia, perché la curiosità e il desiderio di vedere West Egg prima, Daisy e Jay Gatsby poi, sono state talmente forti da non aver lasciato spazio a nient'altro che a quello, in un rapimento che è stato totale.

 

il-grande-gatsby-film-di-caprio

 

Mi accorgo adesso, nei giorni immediatamente successivi alla visione del film, che quella che per lungo tempo ho creduto essere solo una mia fissazione, è invece diventata, grazie a un'imponente operazione di marketing e pubblicità, una mania collettiva: articoli su articoli, una pagina Facebook (con 703.683 "Mi piace" - incluso il mio - e 422.815 'ne parlano') interamente dedicata al film, decine e decine di persone che rileggono o leggono il romanzo per la prima volta, addirittura una mostra alla Galleria Colonna (non ce la faccio a chiamarla «Alberto Sordi», che Albertone mi perdoni) che, nei giorni immediatamente precedenti l'uscita del film, mostrava abiti e oggetti di scena.
Ma Baz Luhrmann, si chiederà chi non l'ha ancora visto, ha vinto la sfida?
Al botteghino di sicuro (gli ultimi dati pubblicati sulla pagina Facebook di cui sopra parlano di 600.000 euro incassati nella sola giornata di giovedì 16 maggio), la mia opinione da appassionata del romanzo e da spettatrice, che tutto vuole essere tranne che critica cinematografica, è che la sfida è vinta a metà: perché se è vero che il film è grandioso, che costumi e colonna sonora sono di altissimo livello e che la commistione tra jazz pop e hip pop è a dire poco esaltante, se Leonardo DiCaprio è l'ennesima conferma di un enorme talento, altre cose, come l'aspetto psicologico dei personaggi principali (che Daisy sia una ragazza viziata e superficiale e che i Buchanan in genere sia gente abituata a manipolare e a buttare via le persone come fossero fazzoletti di seta, non si evince dalla narrazione ma solo dal ricordo di quanto narrato nel romanzo) a mio parere restano troppo a margine, così come il forte contrasto tra West Egg e East Egg che non è rappresentato fino in fondo. Sembra quasi che il film, contrariamente al romanzo che si legge in un continuo crescendo, nelle oltre due ore di proiezione vada perdendo via via di energia.
Forse, al sogno visionario di Luhrmann è mancata questa volta quella luce in più che era riuscito a trovare nella trasposizione di «Romeo e Giulietta», l'idea che lo aveva portato a realizzare un'opera dalle tinte a dalle note 'acide' che esaltavano, per contrasto, la poesia e la musicalità delle parole di Shakespeare.
Forse, per dirla alla Fitzgerald, Luhrmann, come Gatsby, non è riuscito a seguire fino in fondo la luce verde, arrivando così a un passo dall'afferrare un sogno che invece era già alle sue spalle.

 

*(Dalla postfazione di Tommaso Pincio a Il Grande Gatsby edito da Minimum Fax e tradotto da Tommaso Pincio)

 

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Questo è un articolo per sole donne.
Quindi, uomini di passaggio, o voi che buttate sempre un occhio perché è sempre meglio tenersi informati, fate il piacere, andate altrove, che qui si parla di cose di femmine.


La storia è complessa, e ha un antefatto.
Ho lavorato per trent'anni in pubblicità, sono cresciuta a pane pubblicità e Jack Lemmon che andava a dipingere i manifesti per le strade di New York, conosco alla perfezione i meccanismi della suddetta e so, quindi, molto bene, che il copywriter, banalmente per i non addetti "quello che scrive i testi", è innanzitutto un bugiardo bene informato, cioè uno che ha la funzione di venderti qualcosa e farti credere che quel qualcosa sia assolutamente il meglio del settore, che quello che c'è scritto nell'etichetta (ci avviciniamo pian pianino al centro del discorso) è la vera verità, che soltanto così, acquistando quel prodotto, potrai risolvere tutti i tuoi problemi di donna, fuochino, e fra quei tutti il principale, la cellulite. Ancora fuochino, però.
Eppure io ci credo, tutte le volte che un nuovo portentoso ritrovato della cosmesi viene lanciato sul mercato, o, peggio ancora, uno vecchio viene rilanciato con una "nuova formula" ancora più efficace, io ci credo e lo compro.
E lo so come funziona, so che quelle parole e quelle frasi tanto accattivanti possono benissimo essere state scritte da mio marito (ehm, ho il nemico in casa) che non ha la più pallida idea di cosa sia la cellulite, ma che ha letto un papier di cartacce che gli ha fornito il cliente, che ha studiato quel tanto che basta ricerche di mercato e plus di prodotto per metterlo in italiano pubblicitariese, che si "è fidato" dei dati e dei numeri che gli hanno fornito (certo che si è fidato, mica fa il ricercatore o il chimico in un'azienda cosmetica) che ha fatto in modo di trovare le parole giuste per evitare che il prodotto, e con lui l'azienda, possano essere denunciati per pubblicità ingannevole. Che ha creato, insomma, insieme all'art director e a tutto lo staff di un'agenzia di pubblicità, quell'aurea di prodigio che aleggia intorno allo straordinario ritrovato.
Eppure io ci credo, e insieme ad altri milioni di donne acquisto prodotti snellenti che ti fanno diventare come Barbie, creme rassodanti che ti trasformano nella Venere di Milo incluso il marmo, fanghi serali dopo i quali, al risveglio, niente sarà più come prima: sarai senza cellulite, tonica, soda, e naturalmente magrissima ma piena di curve al posto giusto.
Ma vengo al dunque, eh già, ancora non eravamo al dunque.
Ieri decido di mettere in ordine i miei campioncini di creme, quelli avuti in dono nella mia farmacia di fiducia e nell'erboristeria dove faccio i miei acquisti, il mio tessssoroooro.
Inizio a dividerli: bagnoschiuma con bagnoschiuma, crema corpo con crema corpo, contorno occhi con contorno occhi, volumizzante seno con voluminizzante sen… ma che accidenti è questo? VOLUMINIZZANTE SENO?
(Fuoco!)
Prima di tutto vorrei sapere chi me l'ha dato, visto che questa marca (Io adoro questa marca, soprattutto per il fatto che sembra essere cosi "scientifica", così seria, così…efficace!) ce l'hanno entrambi. Chi è dunque il colpevole, l'erborista che assomiglia a Charlie Brown o la farmacista che sotto sotto nasconde un animo da Lucy Van Pelt?
Va bene, sorvoliamo pure su questo, mi sento buona, su chi dei due abbia deciso che possa averne bisogno (non lo sanno che se c'è una cosa che non temo è l'effetto di gravità?), quello su cui non riesco a sorvolare è altro: ma a cosa serve un campioncino da 8 ml di Voluminizzante seno (titolo) Push up + Effetto Tensore (sottotitolo)?
Facciamo finta che io riesca a farci due applicazioni, 4 ml oggi e 4 ml domani, la superficie è quello che è e dunque dovrei riuscire nell'intento, ma i risultati? Cosa mai potrei vedere in due giorni? Un aumento di taglia tale da farmi decidere di buttare il Wonderbra o necessario al riassortimento di tutti i reggiseni che possiedo? Cosa dovrebbe convincermi all'acquisto?

 


Qualcuno potrà obiettare che in fondo è così per tutti i campioncini: antirughe, contorno occhi, anticellulite, rassodanti… Eh no, mi si consenta, qui si promette un miracolo, negli altri casi ci si limita a valutare la texture, la profumazione, l'assorbimento, l'attenuazione… Qui mi si prende in giro senza ritegno!
D'altra parte, che mi si prenda in giro senza ritegno lo so, sono quasi due mesi che uso una crema per uomo Addominali Perfetti trovata in casa e mai utilizzata dal consorte - non si butta via niente che è peccato - e naturalmente di tartarughe nemmeno l'ombra, ma questa volta si esagera, cari i miei voluminizzatori di tette.
Che qualcuno mi illumini - forse non ve ne siete mai accorti ma in homepage in alto a destra dell'articolo è possibile lasciare un messaggio e a me piacerebbe davvero molto conoscere le vostre debolezze e il vostro parere sul campioncino in questione - io vado a massaggiarmi i piedi con quella crema balsamica che dovrebbe farmi diventare alta e bionda.
(Naturalmente userò il campioncino, nella peggiore delle ipotesi è sicuramente un ottimo idratante!)

 

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Aprile dolce dormire

E infatti dormendo dormendo ne è già trascorso metà.
La verità è che al di là della mia incontestabile (ma confessabilissima) pigrizia, del fatto che meno si fa e meno si ha voglia di fare, con l'arrivo della primavera non è solo la natura a risvegliarsi, ma anche l'animale uomo.
O meglio, l'animale donna. (Anche l'animale uomo, ma quel risveglio è del tipo causa-effetto)
Se l'inverno è trascorso sotto strati di lana o coltri di piume d'oca, se la bilancia è stata nascosta dietro al cesto della biancheria e le cioccolate calde con panna hanno dato un colpo d'anca (ehm…) agli yogurt e alla frutta, se la ceretta mensile è stata rimandata ed è diventata un optional bimestrale, con l'arrivo della primavera non si può più.
Eh no, proprio no, perché incombe la prova costume, il velluto lascia il posto al cotone, le gonne si accorciano e svolazzano impietose, la pelle si mette in mostra, il pallore diventa sempre più pallido e non esistono più le mezze stagioni.
E quindi?
E quindi per non arrivare al mare e rischiare di fare concorrenza alla boa, per non essere scambiata per un fantasma travestito da panda per via delle occhiaie, per entrare in sintonia con la stagione, la natura, i fiori e le api tutte, ecco qua che arrivano i buoni propositi.
Ognuna avrà le sue strategie e i suoi trucchi stagionali (quindi nessun "consiglio per"), ma molto più semplicemente le decisioni prese da me medesima in data Mercoledì 17 Aprile che messe nero su bianco diventano, ahimè, memento:

 

Consigli-per-vincere-prova-costume

 

- tre giorni di attacco, come consigliato da Monsieur Pierre Dukan per chi vuole liberarsi di qualche chilo superfluo accumulato durante l'inverno, non tanto per ingordigia quanto per necessità di aggiungere uno strato di grasso e conservare calore nella stagione fredda;

- almeno quindici giorni di attenzione alimentare, ovvero: limitare il consumo di dolci, pasta, pane, pizza, fritti, vino et similia (lo so, è una vita grama).
Cioccolata? Non va nemmeno nominata, fa ingrassare solo il pensiero della cioccolata;

- movimento, senza stare troppo a preoccuparsi del numero di stelle: muoversi, camminare, correre, fare yoga: nello specifico, mezz'ora di passeggiata veloce al parco a giorni alterni, yoga una volta alla settimana e Saluto al sole e addominali tutti i giorni (possibilmente, altrimenti q.b.);

- Prendere un po' di sole in viso, quel tanto che basta per decidere di chiudere per bene il tappino del fondotinta, salutarlo con affetto e dargli appuntamento per la stagione autunno inverno, preferibilmente (confidando nelle ottobrate romane) non prima di ottobre;

- Occuparsi anche dello spirito: leggere, ascoltare musica, andare a una mostra, godersi la città e gli amici e magari fare una passaggiata al mare all'aria aperta respirando iodio, che fa tanto bene anche al corpo (non a tutti fa bene lo iodio, ma chi non lo deve fare lo sa da sé), passeggiando a piedi nudi sulla sabbia;

Insomma, che altro dire?
Che se ad Aprile è dolce dormire è comunque arrivata l'ora di svegliarsi, e quindi forza e coraggio, che dopo Aprile viene Maggio!
(E naturalmente si continua)

 

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