Questo mercoledìVeg dedichiamo la nostra attenzione a un argomento molto dibattuto e che nel corso di quest’anno potrebbe mettere un punto e andare, definitivamente, a capo, con un periodo tutto nuovo e migliore nel campo della sperimentazione. Prima di schierarsi da una parte o dall’altra, è bene sapere alcune cose. Circa 500 milioni di animali sono immolati ogni anno nei laboratori di sperimentazione. Il 60% è usato dalla ricerca farmacologica, il restante 40% si divide tra la ricerca medica (studio delle malattie) e i test: psicologici, bellici, didattici e sui cosmetici. Capitolo a parte per i test sulla tossicità che sono effettuati in tutte le categorie e rappresentano, complessivamente, il 75% di tutti gli esperimenti. I laboratori privati sono i più prolifici nella pratica vivisettoria (60%), seguono le università e le scuole di medicina (33%) e i laboratori pubblici (7%). In questi luoghi, gli animali possono essere, impunemente: avvelenati, devocalizzati, ustionati, accecati, mutilati, affamati, decerebrati, congelati, infettati e sottoposti a scariche elettriche. La Direttiva 2010/63/EU, quella che l’Iniziativa Cittadini Europei vuole far abrogare, approvata dal Parlamento europeo l’8 settembre del 2010, elenca e quindi appoggia, tra i metodi di soppressione degli animali, anche: la dislocazione del collo, la distruzione del cervello, l’uso del biossido di carbonio, il colpo della percussione alla testa, la decapitazione, il colpo a proiettile libero con fucili o pistole, l’elettrocuzione e il dissanguamento. Ricordando che il “modello animale”, nella sperimentazione, non è predittivo per l’uomo, viene da chiedersi: ma tutto quest’orrore è realmente necessario? Perché si continua a perpetrare? E ancora: può l’opinione pubblica, che già dal 2006 e con una percentuale dell’86% contraria (dati Eurispes) ai metodi vivisettori, fermare questa poco etica e antiquata metodica sperimentale?  Andiamo per ordine. Negli ultimi anni, gran parte del mondo scientifico va denunciando la fallacia e la pericolosità della sperimentazione in “vivo”. Nel 2009, a Roma, il documento finale del “VII Congresso Mondiale sui metodi alternativi e la sperimentazione animale”, stabilì che esistevano nuovi metodi per ottenere risposte più affidabili, esaustive, rapide, economiche e annunciò la fine della sperimentazione animale. Anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche, NRC (USA), annuncia la necessaria e graduale scomparsa dei test condotti sugli animali, sostenendo che siano poco affidabili. E non a caso, New Scientist, British Medical Journal, Scientific American, Nature, tutte riviste scientifiche tra le più lette e accreditate, danno sempre maggiore spazio alla contestazione sulla sperimentazione animale, aprendo dibattiti sulla nuova e valida sperimentazione in “vitro”. E’ proprio questa l’alternativa CrueltyFree alla vivisezione.

 

vivisezione

 

Nel 1885 si scoprì che le cellule potevano essere tenute in vita al di fuori del corpo. Da allora, le tecniche per far crescere e mantenere in vitro queste cellule di tessuti e organi, sia umani sia animali, si sono enormemente evolute, tanto che oggi è possibile utilizzare tessuti propriamente umani, per conoscere meglio il funzionamento del nostro organismo, studiare le malattie e testare nuovi farmaci, evitando così di infierire sugli animali vivi.  Le strutture che si occupano delle colture in vitro di cellule, tessuti e organi adatti alla ricerca, recuperandoli dai “rifiuti sanitari” (scarti chirurgici, tessuti di donatori non adatti ai trapianti e tessuti post-mortem), sono le Banche di Tessuti Umani. È evidente che operare attraverso la sperimentazione in ”vitro“, e non in “vivo”, sia meno crudele, dannoso e anche più economico, visto l’utilizzo di materiale di “scarto” ... forse, saranno gli interessi economici, più degli altri, a ostacolare il superamento della vivisezione? ... Comunque, la comunità civile da aprile 2012, ossia da quando un milione di firme ha fatto sì che i cittadini europei possano partecipare, direttamente, all’attività legislativa dell’Unione Europea, obbligando la Commissione ad analizzare le loro richieste e a essere ascoltati, può ora schierarsi e cambiare in concreto il corso della storia. Come? Con una semplice e indolore FIRMA, attraverso l’Iniziativa dei Cittadini Europei Stop Vivisection. Per firmare www.stopvivisection.eu 

 

Kyoto salva il clima e salva la terra. Meno Co2 nell'aria con il Bio. 


Nella città giapponese di Kyoto, l’11 dicembre 1997, la comunità internazionale ha sottoscritto un trattato, entrato poi in vigore il 16 febbraio 2005, con l’obiettivo di rallentare i cambiamenti climatici causati sia dal riscaldamento globale sia dal surriscaldamento globale. Quest’ultimo, detto global warming, a differenza del primo che dipende da cause naturali, deriva, unicamente, da azioni antropiche, in pratica, è causato dall’uomo. Il protocollo di Kyoto, come strumento giuridico internazionale, serve proprio a controllare queste azioni fuori natura e a limitarne i danni, presenti e futuri. L’iniziale impegno dei paesi che hanno aderito alla Convenzione, era far sì che le emissioni di gas dovute ad azione umana fossero ridotte, rispetto ai livelli del 1990, almeno del 5%. E questo entro il 2012, limite poi posticipato al 2020 con la speranza di riuscire ad abbassare ancora di più i livelli di emissioni nocive. Il target stabilito per l’Italia era stato fissato a -6,5% e l’Italia l’ha centrato, anzi, superato, con un -7% di gas serra nell’aria rispetto al 1990 e valori di “emissioni” procapite inferiori alla media degli altri partner europei. Questo risultato è stato ottenuto tramite l'unione di diversi fattori: crisi dei mercati, produzioni economiche meno dannose per l’ambiente, aumento delle fonti energetiche rinnovabili e maggiore attenzione, da parte dei singoli, ai consumi generali e soprattutto energetici. Ogni volta che usiamo la macchina, accendiamo una lampadina, riscaldiamo la nostra casa, cuciniamo ecc., noi produciamo anidride carbonica (Co2), il gas che più di altri determina l’effetto serra aumentando il global warming. Negli ultimi anni, riducendo tutti insieme la domanda energetica, abbiamo risparmiato una quantità di petrolio stimata tra 5 e 15 milioni di tonnellate. Anche scegliendo il bio abbiamo contribuito a ridurre le emissioni di gas nocivi. Lo afferma Bernardo De Bernardinis, presidente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): ”Nella conversione dall’agricoltura convenzionale a quella biologica, mediamente, c’è un guadagno netto di 0,5 tonnellate di carbonio per ettaro l’anno”. Vale a dire che l’agricoltura bio assorbe più Co2 di quella normale ed è un valido contributo per il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto “Salva il clima e salva la Terra”.

 

Un Sorriso Integrale – Amico Bio, ristorante vegetariano, mediterraneo e macrobiotico di Napoli, e il suo chef Osama Elbatakoushy ci propongono quest’invitante ricetta per il MercoledìVeg:

 

cotoletta-tofu-mandorle

 

 

Cotoletta di Tofu alle mandorle e tortino di cavolo rapa.

Ingredienti :
100 gr di tofu al naturale;
30 gr di mandorle sgusciate (per la pastella);
50 gr di farina (per la pastella);
½ bicchiere d’acqua;
pangrattato;
100 gr di cavolo rapa;
50 gr di farina (per la besciamella);
1 bicchiere di latte di riso (per la besciamella);
50 ml di olio extra vergine;
20 gr di sale;
Besciamella - Scaldare il latte sul fuoco. Quando sarà vicino all’ebollizione, aggiungere la farina precedentemente mischiata con l’olio. Appena il composto diventa denso, toglierlo dal fuoco e metterlo da parte.
Pastella – Miscelare la farina con l’acqua insieme alle mandorle tritate, avendo cura di lavorare il composto finché risulti omogeneo e senza grumi.
Procedimento:
Sbucciate il cavolo rapa e tagliatelo alla julienne. Mettetelo in una pentola con acqua calda, salata, e fatelo bollire. Appena il cavolo rapa sarà cotto, ponetelo su una teglia con il fondo, precedentemente, cosparso di besciamella. Coprite il cavolo rapa ancora con altra besciamella e fatelo cuocere nel forno per 15 minuti a 170°.
Tagliate le fettine di tofu. Passatele nella pastella e successivamente nel pane grattugiato. Immergetele poi nell’olio bollente per circa 2 minuti (fino a quando acquisteranno quel colorito bruno, tipico della frittura).
Servite il tutto su un piatto da portata e … buon appetito!
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Allora? Che mangiamo mercoledì?

Già, perché se vogliamo provare a mettere in pratica l’ecologica proposta antisiccità e salva animali, vale a dire: mercoledì solo frutta e verdura in tavola e niente carne, bisognerà provare qualche ricetta di colore verde. Così, tanto per stimolare il nostro etico e salutare proposito di mettere in pratica il “Mercoledì Veg” proporrei, per rompere il ghiaccio, di far entrare nelle nostre cucine i Finocchi in pizza.

Prima di sciorinarvi tutto sulla preparazione, vi scrivo due tre cose sulle qualità degli ingredienti di base: il finocchio e il pomodoro.

 

Lo chiamano frutto del sollievo. Il finocchio è, infatti, un calmante degli spasmi addominali e dei dolori legati all’infiammazione del colon. Favorisce la digestione evitando la formazione dei fastidiosi e imbarazzanti gas intestinale. Diuretico, depurativo, il finocchio è ricco di fibra, di potassio e privo di grassi. Non solo, ha un alto contenuto di fitoestrogeni che aiutano ad attenuare i sintomi premestruali e quelli legati alla menopausa.

 

Anche il pomodoro è un valido alleato dell’organismo contro le infiammazioni intestinali e dell’apparato digerente. Per il 93% è costituito da acqua. Contiene poche calorie e molte vitamine, B e C, sali minerali e acido folico, tutte sostanze che disintossicano e rigenerano i tessuti. E’ soprattutto consigliato a chi soffre di astenia, di stitichezza, di reumatismi, gotta, uremia, ipertensione e nefrite. Da non dimenticare che studi recenti ne hanno pure dimostrate le proprietà antiossidanti e antitumorali.

 

 

E adesso passiamo al sodo...

Le dosi riportate sono per quattro persone, quindi, regolatevi di conseguenza se mangerete da sole, in due o magari in venti. Il tempo di preparazione è di circa un’ora e se l’ho cucinato anch’io, e l’ho fatto, lo possono cucinare tutti. Vi assicuro che non c’è nessuna difficoltà nell’esecuzione di questo piatto.

Dunque, servono:

1 kg di finocchi,

500 gr di pomodori freschi da sugo,

100 gr di olive nere,

basilico e/o origano e sale.

Confesso che ho personalizzato la ricetta aggiungendo un po’ di mozzarella. Be’... non ci sta niente male. Comunque, i finocchi li dovete lessare al dente, scolare e asciugare molto bene. Le olive privatele del nocciolo e tagliatele in quattro pezzi. Tagliate pure i pomodori, metteteli in pentola e fate un sugo ben ristretto, quindi, aggiungete il basilico e il sale. Ora serve una teglia. Mettete la carta da forno e sopra fate uno strato di finocchi lessi, poi la mozzarella, se decidete di inserirla nella ricetta, coprite con qualche cucchiaio di salsa di pomodoro, aggiungete le olive, spolverizzate il tutto con l’origano e/o il basilico tritati (io ho messo entrambi) e cuocete in forno come se fosse una pizza. Contando nella ricetta anche una grossa mozzarella, le calorie per porzione sono circa 370. A me e alle mie amiche è piaciuto molto. E anche se con questi ingredienti vegetali lo “chef” non dà nessun consiglio sul vino da abbinare, noi ci siamo prese la libertà di accompagnare i finocchi in pizza con un buon rosso e, molto volentieri, abbiamo fatto più di un brindisi.

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Nel 2050 saremo tutti vegetariani... nulla da perdere con il “Mercoledì Veg” Frutta e verdura per evitare la siccità 

 

Acqua

Un bene preziosissimo in via di estinzione. Tra quaranta anni, infatti, mentre l’umanità sarà aumentata di due miliardi, le riserve idriche continueranno a scivolare verso il prosciugamento. In pratica, intorno al 2050 rischiamo di rimanere all’asciutto. Lo dicono gli studiosi dello Stockholm International Water Institute. E dicono pure che, se non vogliamo ritrovarci a lottare per un bicchiere d’acqua, dobbiamo impegnarci, seriamente e da subito, a consumarne poca.

In che modo?

Mangiando meno carne a settimana. Proprio così. Riducendo solo del 5% il consumo di proteine animali, si mettono da parte molti litri d’acqua. Se, infatti, la richiesta di bistecche, salsicce e petti di pollo diminuisce sul mercato, si abbassa il numero di animali da allevare e quindi da abbeverare, con il conseguente minor consumo d’acqua. E meno animali da allevare per la produzione di carne, significa ridurre il numero delle macellazioni messe in atto ogni anno: circa 700 milioni.

Impegnarsi a mangiare meno ciccia, quindi, è anche una scelta etica, oltre che ecologicamente corretta. Evitare la triste sorte della macellazione a milioni di animali non è cosa da poco.

A questo proposito e proprio in questi giorni, la Lav, Lega Italiana Antivivisezione, ha portato in piazza una proposta che ben si sposa con il suggerimento di mettere meno carne sul fuoco per aumentare le riserve idriche mondiali. La proposta è di attuare il “Mercoledì Veg”, ogni mercoledì, impegnarsi a ingerire solo frutta e verdura. L’ambiente e la nostra salute ne sarebbero contenti. Stop alla deforestazione scriteriata. Verrebbe, infatti, a mancare l’impellente e continua necessità di abbattere milioni di alberi per far spazio agli allevamenti massicci. E’ superfluo scrivere che più alberi rimangono piantati a terra e più l’aria è pulita, ossigenata e quindi, che il mercoledì vegetariano contrasterebbe anche l’inquinamento atmosferico. Basta pensare che la sostituzione di 1 kg di carne a settimana con proteine vegetali, fa risparmiare 36 kg di Co2 e 15.500 litri d’acqua. Tutto da guadagnare anche in salute, per il nostro organismo.

 

 

Il “Mercoledì Veg” sarebbe una vera “mano santa”. Aumentare il consumo settimanale di frutta e verdura, a discapito della carne, faciliterebbe il controllo del peso, ridurrebbe il rischio di malattie croniche e contribuirebbe al mantenimento di un aspetto giovane e bello più a lungo nel tempo. Tanto per saperlo, gli agrumi sono indispensabili per la pelle e creano collagene “sano”; mirtilli, more, lamponi e fragole sono ottimi antiossidanti, così come le ciliege e la papaia che impediscono anche danni ai tessuti; mango e banane contrastano la ritenzione idrica e favoriscono la circolazione; l’anguria, i cetrioli, il sedano e gli asparagi sono diuretici e broccoli e piselli attenuano l’infiammazione del tessuto connettivo…aiutano, cioè, a contrastare la cellulite. A conti fatti, questo “Mercoledì Veg” non ci fa perdere assolutamente nulla, anzi!

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Questo “Mercoledì Veg”, portiamo in tavola un piatto di fagioli … e lasciamo così qualche agnellino in più con la mamma. Sia a Pasqua sia a Natale, infatti, per il cucciolo belante sembra proprio non ci sia via di scampo. Sono loro, tra tutti, i più richiesti durante le festività. Lo dicono i dati Istat di questi ultimi giorni, che mettono, in numeri, la quantità impressionante di piccoli animali consumati durante il periodo natalizio. Nel 2011, sono finiti nelle pentole italiane più di 5,5 milioni di animali. Di questi, il 30,5% sono stati macellati solo nel mese di dicembre e l’88% erano agnellini (elaborazione dati LAV). Impegnandoci a mangiare solo verdura, frutta e legumi, almeno il mercoledì, possiamo senz’altro dare una mano a limitare questa mattanza. E possiamo limitarla ancora di più mangiando meno “batuffoli a quattro zampe” adesso, nel periodo natalizio. La proposta culinaria di oggi, per addentare meno carne senza rinunciare però alle proteine, punta sui fagioli. Un tempo, e a buona ragione, erano considerati la carne dei poveri. Si trovavano ovunque, costavano poco e potevano sostituire la “preziosa” carne grazie, soprattutto, ai loro alti valori nutrizionali. Anche oggi costano poco e si trovano facilmente. Sono di vari colori e diverse forme. Possono essere rossi, bianchi, neri, variegati, grossi, piccoli, schiacciati e tondi. Abbiamo i Cannellini, i Borlotti, i Lamon, i Lima, i Bianchi di Spagna, di Vigevano, di Crotone, di Sarconi e ancora, i Messicani, gli Scozzesi, i Toscanelli ecc. Ci sono più di 500 varietà. Di qualsiasi colore, forma e nome, questi legumi ci danno comunque tanto: acqua, fibre, proteine, glucidi e pochissimi lipidi. Sono ricchi di minerali quali il sodio, il potassio, ferro, fosforo, manganese, calcio, zinco e selenio e di vitamine del gruppo B, E, K, J. Hanno proprietà depurative e diuretiche. La lecitina poi, un fosfolipide in essi contenuto, favorisce l’emulsione dei grassi e riduce così l’accumulo di colesterolo nel sangue. E sempre nel sangue riducono pure la glicemia. Apportano beneficio anche al cuore e alla funzionalità dell’apparato circolatorio.  

Le Frittelle di fagioli. Le dosi sono sempre per 4 persone, le calorie 512 a porzione, la difficoltà è media e il tempo di preparazione si aggira intorno alle 5 ore + ammollo. Dunque, in campo scendono i Borlotti, ne servono ½ kg e secchi, poi, chiodi di garofano, 2 belle cipolle, 3 cucchiai di farina 1 uovo, prezzemolo, latte, sale, pepe, margarina vegetale e olio. Dopo aver lasciato i fagioli in ammollo per una notte, scolateli e fateli cuocere in acqua nuova. Appena bolle, coprite ermeticamente e togliete dal fuoco. Dopo un’ora, quando i fagioli sono ben gonfi, togliete l’acqua e mettetene di nuova. Deve essere calda. Aggiungete il sale, una cipolla, due chiodi di garofano, prezzemolo tritato e un cucchiaio d’olio. Cuocete per circa tre ore a fuoco molto basso, preferibilmente, in una pentola di coccio. Cotti i fagioli, passateli al setaccio, pelate l’altra cipolla e mettetela in una pentola con un po’ di margarina. Una volta che la cipolla è dorata, aggiungete un cucchiaio di farina, ammorbidite con il latte freddo e lasciate bollire, mescolando, fino a che il composto sia divenuto denso. Adesso, unitelo al purè di fagioli, al prezzemolo tritato, all’uovo intero, a due cucchiai di farina, al sale e al pepe. Preparate delle focaccine, rotolatele nel pane grattugiato e mettetele in padella con la margarina già calda. Doratele a piacere e mangiatele con felicità.

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