Chi non ha mai provato l’ansia della perdita del proprio cellulare alzi la mano!

Restare fuori dal mondo, non essere raggiungibili, che il proprio smartphone venga danneggiato o peggio ancora vada in mano a sconosciuti…


Lo smartphone racchiude il nostro mondo in una mano tra contatti, agenda, fotografie, video, musica ed account social sul web. Quante volte nasce il timore che la batteria non regga, che il credito non sia sufficiente per effettuare una chiamata, di non poter fare a meno di controllare tempo reale quanto venga apprezzato un tweet, un commento su Facebook o una foto su Instagram…

Adesso però questo fenomeno è stato analizzato in una ricerca ed ha un nome: Nomophobia (No, MObile PHOne phoBIA).

Secondo questo studio, ne soffre il 66% della popolazione: perdere il proprio telefonino è una delle paure più temute perché è quasi come perdere un pezzo di sé stessi.


La nomofobia è rosa, infatti ne soffre il 70% delle donne, mentre per gli uomini questa paura scende al 61%. La cosa che accomuna i sessi è che il 75% degli intervistati non riesce a staccarsi mai dal proprio cellulare, neanche per andare al bagno, inoltre, il 77% dei nomofobici ha meno di 24 anni mentre la percentuale scende di circa nove punti ai 34 anni. Il nomofobico non ha solo paura di perdere il proprio smartphone, ma lo pensa in continuazione e spesso ne sogna la scomparsa.

 

 

 

Arriva a controllare che il cellulare sia con sé più di 34 volte al giorno.


E voi avete mai pensato a quante volte in un giorno avete avuto la sensazione di averlo lasciato da qualche parte?

 

L’ansia non deve essere sempre considerata negativa, perché aiuta a mantenere alto il livello di allerta in situazione di stress, ma al tempo stesso non deve superare una determinata soglia, altrimenti diventa patologica. La differenza tra ansia positiva e ansia negativa può essere individuata nella presenza di determinati sintomi, che rendono il secondo tipo una condizione da trattare e tenere sotto controllo. Vediamo i dieci sintomi più comuni.

Lo stress è un argomento molto gettonato ultimamente, perché è diventato un problema che tocca una grossa fetta di popolazione e le donne sono particolarmente colpite. Pare sia davvero il male del nostro tempo, prodotto di una società che corre troppo in fretta e inghiotte le nostre vite quasi lasciandoci inermi.

Ma cos’è lo stress? Nel linguaggio comune viene usato come sinonimo di ANSIA, PREOCCUPAZIONE, TENSIONE e ha sintomi sia a livello fisico che emotivo.
Ha quindi acquisito nel tempo un’accezione negativa, nonostante in realtà nasca come capacità di reazione del nostro corpo al pericolo, quindi come funzione positiva.

I fattori di stress sono generalmente stimoli esterni che provocano una reazione biologica nel nostro corpo che si articola in 3 fasi.
La fase di allarme: in cui il corpo si prepara a difendersi, ad esempio aumentando la pressione sanguigna e la tensione muscolare, acuendo i riflessi e producendo cortisolo.
Poi c’è la fase di resistenza, in cui l’organismo cerca di adattarsi alla situazione esterna creatasi, riportando lo stato fisiologico alla normalità.
Infine c’è la fase di esaurimento, ma questa si manifesta solo nel caso di stress continuo o troppo intenso. Il corpo, non riuscendo a far fronte al troppo stimolo, perde la sua naturale capacità di adattamento, creando la condizione per l’insorgere di malattie di vario genere.
Le patologie che possono insorgere vengono dette PSICOSOMATICHE, proprio perché partono da una condizione psicologica di stress eccessivo, e possono essere di varia natura: dall’ipertensione alla colite, dai problemi digestivi alle irregolarità del ciclo mestruale, dai problemi respiratori ai dolori muscolari. Ma si può arrivare anche a problemi più gravi come ischemia e infarto.
Ma perché insorgono questi disturbi? Tutto parte dalla produzione di CORTISOLO, un ormone rilasciato dalle ghiandole surrenali in situazioni di allarme, che influenza il metabolismo e il sistema immunitario. Questo però, a lungo andare, causa un abbassamento delle difese dell’organismo. Ecco perché essere sottoposti a eccessive dosi di stress, compromette la salute.

 

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In tutto questo, il peso del fattore psicologico è notevole. Pare infatti che, oltre alle cause esterne, giochi un ruolo cruciale anche la nostra attitudine personale, cioè il modo in cui affrontiamo e gestiamo lo stress. Partendo da situazioni di stress esterno similari (tutte quante abbiamo infatti la nostra dose di problemini e problemoni ogni giorno), le donne caratterialmente più tranquille e pacate tendono a soffrire di meno, e ad avere quindi meno problemi di salute. Lo stress non è quindi solo un qualcosa di esterno: le sue cause sono esterne, ma è il modo in cui le viviamo e le metabolizziamo a creare stati più o meno marcati di tensione.
La SOLUZIONE? Innanzitutto cercare di dare il giusto peso alle cose, non ingigantendo problemi in realtà minimi, e lasciandosi “scivolare addosso” quanto più possibile le piccole tensioni quotidiane. Poi cercando di sfogare lo stress in qualcosa di salutare, prima di tutto l’attività fisica (vanno bene sia pratiche soft come yoga e ginnastica dolce che attività più energiche come la kick boxing), che oltre a sciogliere le tensioni è un toccasana per il nostro corpo. In ultimo, cercando di risolvere i problemi che sono fonte di stress in modo deciso. È inutile lasciarli a sedimentare per paura di affrontarli, questo a lungo andare ci logora. Meglio allora ragionare sulle possibili soluzioni e agire. Nel frattempo, lavoriamo per adottare una nuova mentalità, che ci permetta di relegare lo stress nell’angolo, fino quasi a dimenticarcene: perché la vita è troppo bella (e troppo breve) per annegarla nello stress di tutti i giorni!

 

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Ci vogliono proprio quei momenti di insofferenza pura, così pura che puoi vederla farti ciao con la manina nella condensa del tuo alito sul vetro, ci vogliono proprio quei momenti, dicevo, in cui perché, percome e perquando ti senti la regina del reame degli sfigati (e provi una libidinosa soddisfazione a sguazzare nell’autocompatimento… O nell’autocompiacimento…), ci vogliono proprio quei momenti, stavo dicendo (ma mi diverto a perdere il filo… Forse apposta) in cui ti senti per nulla casalinga, ma molto disperata. Quei momenti lì, in cui ti sembra di essere utile come uno scooter senza ruote.

 Bene, mi trovo nel bel mezzo di uno di questi attimi indimenticabili, in cui il mio cervello è come uno specchio convesso e i pensieri ammassati e gommosi e appiccicaticci come Skifidol, e lo stomaco una lavatrice in centrifuga, e l’intestino come l’acqua di scarico della centrifuga, e il cuore come la pallina impazzita del flipper.

 

Più comunemente noto come: attacco d’ansia.

 

Cosa fare? Cercare di essudare l’ansia ed espellerla come una tossina (che non è una piccola tosse. Oddio, oddio, che pietà, ma DOVEVO dirlo), cercare di ricondurre l’equilibrio mentale allo stato consueto.

Ora, il problema di fondo è che il mio stato consueto è l’ansia, quindi non vedo come, da una condizione di ansia, possa ritornare a una condizione di ansia. Si tratta di sottigliezze, dunque. Rettifico: cercare di portare l’impennata ansiogena a livelli di nervoso che non interferiscano con le mie normali attività (sollevare un cucchiaino, mettere il cappuccio a una penna scappucciata, guardarmi allo specchio senza inorridire).

 

In preda alla disperazione (perché sono in uno stato di ansia) che fo?

Mi appello a San Google, naturalmente. Le mie dita cominciano a digitare richieste d’aiuto a destra e a manca (in nessuna delle due direzioni, in realtà: semplicemente nella barra di ricerca) e mi saltano fuori le più disparate soluzioni.

 

 

Provo a cliccare gli esercizi sciué sciué di rilassamento veloce, e comincio attentamente a seguire le istruzioni.

Punto 1: Siete in una condizione di ansia. Chiudete gli occhi e rilassatevi.

Se fossi in grado di rilassarmi da sola non starei qui a leggere i tuoi “step by step”, non trovi? Beota.

 

Cambio sito.

Chiudete gli occhi. E fin qui.

Isolate l’episodio doloroso che vi ha provocato ansia. Episodio? Sono più di cinque lustri di vita.

Associate un colore all’episodio sgradevole. Oook. Mmm… Rosso?

Mettete una mano sulla parte del corpo in cui localizzate il pensiero sgradevole. Nel mio caso è il cuore. Per fortuna. Ih ih, pensa fosse stato qualcos’altro…

Con la mano sulla parte localizzata, portate il pensiero sgradevole fuori da voi. Ok, metto la mano sul cuore. Così però mi viene da intonare l’inno di Mameli. Gesù.

Quanto mi sento ridicola.

 

Cerchiamo altro.

Incappo in “come liberare i chakra offuscati dai pensieri negativi”. Ci clicco su, rapita dalla sapienza orientale.

Seduti comodi a gambe incrociate (io non sto comoda a gambe incrociate) chiudete gli occhi e liberate la mente. Beh certo. Facile come svuotare l’armadio. Concentratevi sulla pronuncia dell’om. Emettete un om sonorante. (Un om sonorante???) Sentite l’essenzialità che vi attraversa. Sentite l’Unotutto.

Tutto quell’uno che sento è una crisi di ridarella che mi si scatena a forza di om om e ancora om. E ancora om e poi om e poi omavvaff!

 

Va beh. Passiamo ad altro.

Rebirthing: respirazione con la pancia. Devo aver bevuto troppa acqua, perché mi parte un attacco lancinante di colite che mi devo stendere.

Va beh.

Dopo aver cercato di trovare la via d’uscita dal mio atro ginepraio mentale, clicco sulla musica rilassante. Ma non la chill out stile Buddha bar o Cafè del Mar, che più che rilassar (DOVEVO fare la rima) ti fa venire il latte alle ginocchia. Opto per i suoni della natura. Mi accoccolo sulla mia sedia ergonomica, chiudo gli occhi  e comincio ad ascoltarmi lo sssccchhh di una bella pioggia estiva. Dopodiché lo sciabordio delle onde del mare. Dopodiché lo scorrere di un ruscello di montagna. Dopodiché lo scroscio di una cascata.

Dopodiché mi scappa la pipì e devo correre in bagno.

 

Dopo aver purificato i miei reni (l’acqua che elimina l’acqua, mi viene in mente una pubblicità), decido di abbandonare  la ricerca del benessere virtuale, ed esco con quello che ho addosso, disperatamente intenzionata a sfinirmi dalla fatica, per poi (sperare di) crollare dal sonno.

 

E cammino e cammino, e cammino, seguendo i piedi e l’istinto. E mentre sudo e cammino e lotto per non pensare, partorisco invece un pensiero, forse il più sensato di oggi.

Quando hai l’ansia, te la tieni finché non ti passa.

 

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La primavera è arrivata e tu già inizi a sentire l'ansia per la prova costume? Prima cosa: non farti prendere dal panico, anche se durante l'inverno ti sei un po’ lasciata andare e hai preso qualche chiletto e ora noti qualche flaccidità in giro qua e là, hai tutto il tempo per arrivare alla prova costume in formissima.