L’altra sera ero a casa e ho deciso di guardare un film, uno di quelli che ti fanno venire voglia di sognare, quelli che ti fanno viaggiare con la mente e mi sono ritrovata a guardare una pellicola uscita nelle sale ben 11 anni fa ovvero “Il favoloso mondo di Amélie” e devo ammettere che sono rimasta positivamente impressionata per lo stile e la leggerezza di un film che in realtà racchiude un significato molto profondo creando un’atmosfera surrealista ed ironica allo stesso tempo.


E’ la storia di una ragazza francese, figlia di un medico difficilmente propenso a manifestazioni d’affetto che ritiene la bambina malata di cuore quando in realtà la piccola, durante le visite, è solo emozionata a causa dell’insolita vicinanza al padre. La madre è, invece, una maestra che istruisce la figlia in casa ma che muore precocemente schiacciata da una suicida lanciatasi dalla cattedrale di Notre Dame.

Amélie è una bambina che cresce rifugiandosi in un mondo tutto suo, un mondo in cui sono le piccole cose ad avere valore, un mondo dove la diversità è padrona. Ormai cresciuta, la ragazza si reca a Parigi ed è li che la sua vita cambierà per sempre grazie alla scoperta di una scatola di cianfrusaglie di un bambino e Amélie deciderà di cercare il proprietario ormai cinquantenne per restituirgliela. È da quel momento che la nostra protagonista si impregnerà per rendere migliore la vita degli altri e sarà proprio aiutando gli altri che troverà anche se stessa.

 


Il tutto è contornato da una romantica e poetica storia d’amore capace di appassionare anche il più cinico spettatore grazie soprattutto alle riprese di una fantastica Parigi. È questo un film adatto a chi ama la leggerezza di una favola contemporanea, a chi sa entusiasmarsi per la bellezza delle piccole cose proprio come Amélie: “Amélie ama tuffare la mano in un sacco di grano, far rimbalzare i sassi sulla superficie del canale Saint Martin, rompere la crosta della crème brulèe con la punta del cucchiaio, voltarsi nel buio per guardare le espressioni degli spettatori al cinema e cogliere nei film particolari a cui nessuno farà caso”.

Alcuni di noi si sentono proprio come la piccola Amélie, dei sognatori amanti dell’originalità e della curiosità a cui non piace rinchiudersi nell’uniformità e nella piattezza di una società che ha paura di osare, alcuni di noi hanno ancora tanta voglia di sentirsi vivi!

 

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Oggi vi voglio parlare di un prodotto davvero particolare: parlo della Crema Solida alla Vaniglia, Argan e Bergamotto di Fattiamano, che potete acquistare su BioCosmeticaShop di TerrediMaestrale.

Avengers: Infinity War, la 19esima pellicola targata Marvel Studios segna, non solo la conclusione della Fase Tre del cosiddetto MCU (Marvel Cinematic Universe), ma anche un cambiamento nel modo di raccontare la storia di un cine-comic.

Il filone "Zombie movies" si arricchisce di un altro tassello. Il film di Ben Howling e Yolanda Ramke, distribuito su Netflix il 18 maggio 2018 e basato sul loro omonimo cortometraggio del 2013, costituisce una solida variazione sul tema dei morti viventi, dipinti ormai, dalla produzione cinematografica più recente, più come malati virali che come classici mostri.

"28 giorni dopo", "L'alba dei morti viventi", "Io sono leggenda", "World War Z", nonché le altrettanto apprezzate diramazioni parodistiche tra cui "L'alba dei morti dementi" o "Benvenuti a Zombieland", sono alcuni tra i titoli che hanno ri-portato sul grande schermo un genere che si è spostato sempre più dall'Horror verso una commistione di fantascienza, Action e Thriller. Il ruolo fondamentale per incasellare una pellicola in un genere viene certamente giocato dalla visuale tramite cui si racconta una storia. La percezione di una tematica può cambiare in relazione al punto di vista dalla quale viene osservata.

L'inizio di un'epidemia, la fuga in piena catastrofe, la sopravvivenza in fase post-apocalittica, tutte storie indagate in diverse pellicole, al fine di osservare lo stesso tema da punti di vista differenti. In questo caso il tema viene spalmato sullo sfondo di un'Australia rurale e desertica, con il punto di vista focalizzato su un'umanità impegnata nella sopravvivenza, quindi in una fase successiva ad avvenimenti catastrofici. Tuttavia il film si apre con uno scenario soleggiato, una chiatta su un fiume, una pianura arida poco distante, un pò di vegetazione e all'orizzonte uno skyline collinare. La chiatta solca le acque del fiume con a bordo una coppia e una bimba ma apprendiamo subito che non si tratta di una normale gita in barca. Nelle poche sequenze iniziali osserviamo che per qualche motivo la famiglia programma i suoi spostamenti in modo da restare il più possibile in acqua, raziona il cibo e scruta continuamente gli argini del fiume con sospetto e timore.

La regia insiste sui paesaggi desolanti e selvaggi, suggerendo che la storia che si racconta riguarda una fetta di persone che in seguito alla diffusione di un'ignota infezione, che rende le persone putrefatte e affamate di carne umana entro 48 ore dal contagio, sono riuscite a fuggire verso zone periferiche ben lontane dalla scena metropolitana di una città.

Il capo famiglia Andy, il Martin Freeman che fu Bilbo Baggins ne "LoHobbit" di Peter Jackson e il Dr. Watson nello "Sherlock" della BBC, si troverà ben presto da solo con la figlioletta sulle spalle e infettato dal virus, costretto quindi a tentare di consegnarla in mani sicure prima delle 48 ore che lo condurranno inesorabilmente alla sua non-morte, trasportandola e fungendo appunto da "Cargo". Il protagonista affronterà un cammino fatto di sabbia, sangue, piccole comunità che per fronteggiare la minaccia dei mostruosi infetti sono tornate allo stadio primitivo di "tribù", e zombie con la testa ficcata nel suolo per cercare il buio che gli serve per dormire, in una pianura priva di ripari e ombre.

La pellicola scorre con ritmo imperturbabile e calmo, intrisa di un'atmosfera cosi silenziosa e tranquilla che risulta inedita ad accogliere degli zombie, i quali vanno in giro in modo cosi classicamente lento, scomposto e scoordinato che è quasi difficile percepirli come un pericolo, forse è per questo che per tutto il film il terrore di una minaccia costante che incombe ad ogni angolo risulta in qualche modo appannato. Ciò nonostante é evidente lo sforzo, riuscitissimo, nell'incentrare la storia sulla ricerca di fiducia nel prossimo, un padre alla ricerca disperata di qualcuno cui affidare le cure della propria progenie. Cosi come è sempre potente il tema dell'amore per i propri cari, qui accennato come ultimo brandello di umanità che rimane dopo aver perso tutto.

Risulta solido il realismo nella costruzione delle situazioni che i personaggi vivono e nelle quali interagiscono, il trattamento di alcuni temi come il cinismo di alcuni personaggi, che sperano in un ritorno alla normalità solo per ambizioni capitalistiche, ed è altrettanto interessante il rapportarsi con i morti viventi come un cacciatore fa con una preda, aspetto rappresentativo dell'adattamento sociale dell'Uomo alla nuova situazione. Una variazione sul tema che porta ulteriormente l'horror, inteso nella sua accezione fantastica, su un regime estetico-narrativo sempre più realistico.

 

Sullo sfondo della guerra civile libanese si consuma la storia di un uomo diviso tra doveri e valori affettivi. Il difficile contesto del Medio Oriente, precisamente quello della capitale del Libano, Beirut, devastata dal 1975 al 1990 dalla guerra tra musulmani e cristiani, nonché dagli attacchi israeliani nel tentativo di stanare Yasser Arafat, non funge da mera scenografia al servizio di una storia, piuttosto si presenta come protagonista e cerimoniere degli avvenimenti qui sceneggiati da Tony Gilroy e diretti da Brad Anderson.