Mini-sondaggio: alzi la mano chi si arrabbia almeno una volta al giorno. Quante donne provano quella BRUTTISSIMA sensazione che sale dallo stomaco e ti fa quasi venir voglia di gridare? Immagino già quante mani alzate.

Bene, la prima buona notizia è che siamo in tante a stare così, per cui... mal comune mezzo gaudio! La seconda buona notizia è che esiste il modo per non arrabbiarsi più. 

In realtà, arrabbiarsi e innervosirsi sono abitudini. Sono risposte automatiche che il nostro cervello fornisce in determinate situazioni. Ma quali situazioni? Beh, quelle che noi indichiamo al nostro cervello come situazioni “fastidiose”. Quindi, da una parte possiamo cambiare l’abitudine, cioè il tipo di risposta che automaticamente diamo a questi stimoli, e dall’altra possiamo cambiare il nostro filtro che ci fa giudicare le cose fastidiose, rendendolo magari meno rigido. 

Come fare questo? Ecco alcune semplici SOLUZIONI.

 

Ogni volta che senti che ti stai arrabbiando, pensa a questo: “tra 1 settimana / 1 mese / 1 anno, quanto sarà ancora importante questa cosa per me?”.

Pensaci, la maggior parte delle volte, ti arrabbi per motivi di cui tra una settimana neanche ti ricorderai più. E visto che arrabbiarti di solito non risolve molto e in più ti fa venire il mal di pancia, allora sarebbe meglio riservare le nostre arrabbiature per cose davvero importanti. 

Questo perché, siamo oneste, non arrabbiarsi mai è impossibile! Ma selezionare le cose per cui vale la pena prendersi un mal di pancia si può, e come.

 

 

Un fenomeno che è in preoccupante crescita è “l’arrabbiatura sociale”, cioè innervosirsi a causa della gente SGARBATA. Persone che ti tagliano la strada in auto, o che ti spintonano sui mezzi pubblici, che ti tirano spallate passando in mezzo alla folla o che ti passano davanti quando sei in coda a uno sportello: uno stress! E capita SPESSISSIMO. Ma anche qui vale la regola di prima: non ti arrabbiare, perché di questa cosa tra una settimana neanche ti ricorderai e la tua arrabbiatura non farà certo migliorare la situazione. Piuttosto puoi rivolgerti alla persona interessata facendole notare il gesto sgarbato in modo educato. Magari non risolverai molto, ma almeno avrai avuto la soddisfazione di aver detto la tua. Per arginare questo fenomeno dobbiamo fare un po’ tutti uno sforzo: e cioè cercare di tornare ad essere EDUCATI con gli altri e non reagire male quando subiamo una sgarbatezza. Perché purtroppo questo è un circolo vizioso, tanto più vediamo gente sgarbata in giro tanto più ci sentiamo legittimati ad esserlo anche noi, ma sappiamo bene che questo non porterà a nulla di buono.

 

Quando siamo avvolte da mille dubbi. 

Vi è mai capitato di dover prendere una decisione ma di non trovare proprio il coraggio di farlo? Avete presente quel nodo alla gola che non ti fa respirare, congiunto con quella morsa allo stomaco che ti sembra d’avvertire quando cuore e testa viaggiano su binari diversi? Ecco questo è ciò che si prova quando pensi alla soluzione ipotetica ad una questione che t’affligge da un po’…
Il fatto di non riuscire a decidere, molto spesso, per qualcuno, discende dalla mancanza di carattere. Io non penso sia così. Il non riuscire a fare una scelta, a parer mio, discende non tanto dalla mancanza di carattere, ma dalla consapevolezza di aver paura di non farcela dopo e dei “mostri del cuore” che consapevolmente sappiamo di dover affrontare dopo. E diciamocelo, a nessuno piacciono gli “scossoni emotivi”.

 


Si definiscono tali, quei momenti, quei giorni o anche quegli istanti, nei quali quel nodino alla gola sale su fino agli occhi e cala giù lasciando una traccia bagnata lungo il viso. I pensieri allora esplodono nella testa e le vere consapevolezze fioriscono nella mente. Questa è la parte più brutta.
Mettiamo il caso di una storia d’amore finita, o anche di un amicizia tradita per questo o quell’altro motivo. La consapevolezza amara di aver riposto tempo, cuore, sogni e anche denaro perché no, in un sentimento tanto labile, d’assomigliare a quei dolciumi frolli, che si sbriciolano in mano quando, il giorno dopo nel frigorifero non sanno di nulla, nonostante prima fossero deliziose e le decorazioni magnifiche. Ecco parlo proprio della consapevolezza di un amore acido che però era incartato così bene da sembrare eterno.


“Amore della mamma, ti piacerebbe avere un fratellino?”. “No! Ruberebbe i miei giocattoli!”. 

Se nostro/a figlio/a dovesse rispondere più o meno così, mentre noi siamo invece in procinto di comunicargli che presto avrà un/a compagn/a di giochi, dobbiamo tenere in considerazione almeno 3 cose.

  1. In realtà “i miei giocattoli” nella sua testolina corrispondono a “l’amore della mia mamma e del mio papà”.
  2. Se anche la sua risposta fosse diametralmente opposta, o se addirittura il fratellino ce l’avesse chiesto lui, non è escluso che i problemi nascano con l’arrivo effettivo di quel bimbo prima semplicemente immaginato.
  3. È difficile ma non impossibile per noi gestire la normale gelosia del primogenito verso quello sconosciuto che già si trova nel nostro grembo.

Ebbene sì, quel bebè che tutti vorrebbero proporgli come una personcina bisognosa di cure e affetto a cui deve volere tanto bene, per lui è semplicemente uno sconosciuto! Anzi peggio, è un ladro che senza invito si intrufola nella sua casa, nella sua stanzetta, nel suo tempo, tra lui e i suoi amori unici e assoluti (mamma e papà), di cui prima era l’amore unico e assoluto.

È quindi importante non tanto quello che diciamo e facciamo, ma come lo diciamo e lo facciamo. Che il nostro amore per i nostri bimbi sia sincero e intramontabile è scontato, non lo è come loro lo percepiscono.

I bimbi infatti, a dispetto delle poche abilità cognitive-emozionali che noi attribuiamo loro, già dai primissimi anni sono invece capaci di andare al di là delle nostre parole e di leggere i nostri comportamenti, gli sguardi che ci lanciamo fra adulti e anche i silenzi. Hanno però bisogno del nostro aiuto per districarsi tra i significati e attribuire ad ogni cosa la giusta interpretazione.

Questo non vuol dire che dobbiamo farci prendere dall’ansia nell’approccio con loro, ma solo che dobbiamo fare un po’ di attenzione al modo di comunicare il nostro amore. Nella seconda parte vedremo insieme qualche piccolo accorgimento per il periodo pre e post parto, che ovviamente la sensibilità materna adatterà all’età specifica del primo figlio e applicherà con gradualità.

(clicca per la seconda parte)

 

Guarire dall'Anoressia si può! 

Ho 24 anni, figlia unica di un matrimonio finito male, i miei erano severi ed io ho imparato ad essere la migliore forse prima d'imparare a camminare.


Dopo, la scuola, il lavoro la carriera divenirono il mio calvario. 
Ancora bambina il mio rapporto con mia madre subì una paralizzante inversione di ruolo, e senza aver il tempo di pensarci, mi trovai catapultata nel ruolo di mamma di mia madre.
 Cercavo me stessa attraverso i miei coetanei, cercavo me stessa attraverso le persone che amavo, attraverso la guida delle persone più forti a cui chiedevo protezione, e che a loro volta invece continuavano ad aspettarsi da me un comportamento adulto e ormai consolidato.


A 17 anni ho iniziato a controllare la sola cosa che fosse rimasta tra le mie mani: il cibo, ho iniziato con i digiuni. 
All’inizio è iniziata semplicemente come una breve dieta dimagrante, poi si è modificata in un ossessione.
 Volevo essere sempre più impalpabile, trasparente fino a non farmi trovare più. 


Compensavo vomitando, o con digiuni spropositatamente prolungati in seguito per discolparmi dalla mangiata a pranzo e a cena. 
Insieme alla perdita di peso, ebbe inizio il declino del mio organismo, perdevo i capelli, svenivo sempre più spesso, le mestruazioni scomparvero. Qualcosa non andava bene, e ne ero inspiegabilmente soddisfatta. Non volevo star bene, volevo andar via pezzo per pezzo, volevo vedere il mio corpo sparire lentamente ma progressivamente, incessantemente. 
Lentamente iniziò il terrore per lo specchio, che mi rimandava un’immagine sempre più deforme ed insoddisfacente. Divenne il mio nemico.
 Finchè decisi di non guardarmi mai più dentro, di non truccarmi, non pettinarmi, vestirmi senza guardare, trascurarmi per essere più invisibile che potessi. Abiti sempre più ampi, coprivano il mio corpo ossuto. Poco a poco diminuì la mia attenzione a scuola e degenerai nella bocciatura.

 

Se ne accorsero tutti e decisero di portarmi da una psicologa tra lacrime e promesse.

 

 


Sono rimasta chiusa nella mia cameretta, proteggendomi dietro il digiuno. 
Volevo infondo essere solamente amata per quella che ero: per quella bambina che viveva ancora dentro di me, ma che nessuno aveva voluto mai ascoltare. Poi un giorno non so come o cosa mi sia scattato dentro. Un giorno ho conosciuto un ragazzo. Ho sentito il richiamo della vita che mi invitava ad uscire, scappare da tutto quello che mi incatenava e lanciarmi in volo attraverso la vita, spontaneamente, con immediatezza…

 


Oggi zoppico, mi rialzo, torno a camminare...

 

Domani vorrei che tutte le persone come me, come te, come chiunque abbia sofferto o soffra di Anoressia, potessero imparare ad affrontare la vita. Domani, quando lo specchio ti darà l’ennesimo dolore, strizzagli l’occhio, puniscilo così, dimostragli che la vita può essere più forte di tutti i sensi di colpa del mondo.
 Amare te stessa è il primo dei doveri che hai, il primo dei diritti, che nessuno potrà mai strapparti, e che tu stessa devi lottare per concedertelo. Anche se fa male, anche se sembra impossibile, anche se non credi che potrai mai riuscirci… E se non riesci da sola, allora chiedi aiuto! 

Questa storia è vera, mi auguro che serva a coloro le quali vorrebbero urlare al mondo ma hanno la sensazione che nessuno le ascolti... Questo è coraggio e sono certa che tutte noi ne abbiamo nascosto un po' dentro.

 

Ecco la seconda parte dell'articolo, dove spiegheremo le regole da seguire per evitare la gelosia del bambino:

  • Innanzitutto non facciamoci frenare dalla scusa di un eventuale aborto spontaneo e non aspettiamo molto tempo per dare al bimbo la notizia;  qualsiasi cosa dovesse apprendere da altri o da frasi dette di nascosto provocherebbe in lui un unico pensiero: “Mia mamma, mio papà mi dicono le bugie”. Quindi se anche la gravidanza dovesse arrestarsi, meglio per lui sentire di avere dei genitori che gli spiegano le cose (anche dolorose) e lo consolano anziché dei genitori bugiardi.
  • Durante l’attesa coinvolgiamolo il più possibile: lasciamo che accarezzi la pancia, che parli e canti al fratellino; cominciamo con lui ad immaginare l’aspetto del bebè e a sceglierne il nome; chiediamogli consiglio sulla nuova disposizione della cameretta (che sia però il meno rivoluzionaria possibile) e sulla scelta del corredino. Non forziamo ovviamente la mano se lo vediamo reticente, arriviamo solo fino al punto in cui lui ci permette di arrivare. 
  • Non illudiamolo dicendogli che il fratellino sarà da subito il suo compagno di giochi e che sarà tutto bello e divertente, ma prepariamolo anzi alle novità che il suo arrivo porterà. Per questo potremo servirci di un bambolotto o di una visita ad amici che da poco hanno avuto un figlio. Dall’altra parte facciamolo sentire importante per le nuove routines, spiegandogli che in tanti casi la sua collaborazione sarà indispensabile. Come in ogni cosa,  anche qui seguiamo la via di mezzo: sebbene per noi lui diventi “il figlio grande”, questo non significa che sia realmente in grado di assumersi le responsabilità pratiche e morali dei “grandi”. Quindi affidiamogli solo piccoli compiti e dopo un suo aiuto o atto di pazienza, ricompensiamolo con lodi, premi e coccole!

  • Può anche darsi che il bambino manifesti solo la gelosia e quindi tristezza, nervosismo, paure, ma non aggressività nei confronti del fratello. Se invece dovesse manifestare anche questa, non facciamolo sentire “sbagliato”. Ricordiamo intanto che la gelosia è un sentimento normale (che poi evolverà in competizione), funzionale allo sviluppo della sua personalità; o meglio, sarà tale se verrà aiutato dai genitori a gestire e a capire quel fiume di emozioni per lui nuovi, che lo fanno sentire triste e in colpa. Quindi mentre è nostro dovere riprenderlo dagli atteggiamenti dannosi verso il fratellino, verbalizziamo anche quei sentimenti che al momento ci sembra di cogliere in lui, mostrando comprensione: “Capisco che questa cosa ti fa arrabbiare..”, “So che in questo momento vorresti giocare con la mamma…”, “Se ti senti triste per questa cosa lo capisco…”. Sentire i propri stati d’animo negativi sulla bocca della mamma lo aiuterà ad elaborarli senza sensi di colpa, perché vedrà se stesso con gli occhi amorevoli della mamma. Se ce la sentiamo, aiutiamolo a tirare fuori i suoi sentimenti con gli strumenti a disposizione: i giochi di ruolo con le bambole, i disegni…
  • Avvisiamolo per tempo che dovremo andare in ospedale per farci aiutare dai dottori a far nascere il piccolino, che potremmo anche non avere il tempo di salutarlo, aggiungendo che lui potrà chiamare e venirci a trovare quando vuole.
  • Durante i nostri giorni di ricovero,  non facciamo trasferire il bimbo a casa di altri, ma chiediamo ai nonni (o a chi lo accudirà) di fare loro il sacrificio di spostarsi. Anche dopo il parto, non facciamogli subire troppo cambiamenti, programmiamo invece le cose in maniera tale che non coincidano con la nascita del fratellino, in particolare l’inserimento al nido o l’inizio di qualsiasi attività che lo tenga lontano da casa.
  • Il nuovo arrivato riceverà molti regali, facciamone uno anche al primogenito dicendo che è stato il fratellino a suggerirlo all’orecchio della mamma. Anche far scartare a lui i regali del neonato sarà un modo per non farlo sentire in secondo piano.
  • Soprattutto dopo il parto, cerchiamo di fare con il bambino quello che facevamo prima o anche cose nuove. Facciamoci aiutare da qualcuno nella cura del secondo, per poter dedicare tempo al primo. Quando non è possibile coinvolgerlo nella cura del piccolo, facciamo in modo che sia impegnato in qualche altra cosa o che qualcun altro gli dedichi del tempo speciale: fare la spesa col papà, una passeggiata con la nonna, o una torta con la zia lo faranno sentire bene. Ovviamente la figura che maggiormente dovrebbe prestarsi a compensare le assenze della mamma è il papà; anche a lui sono chiesti dei sacrifici al di fuori del lavoro, gli sforzi all’unisono verranno ricompensati presto dalla maggiore serenità familiare.
  • Per il bambino, un modo per esprimere il proprio malessere è la “regressione”: il tornare, cioè, a fare delle cose che prima non faceva più, in genere per attirare l’attenzione o sentirsi di nuovo piccolo e amato. Potrebbe, per esempio, tornare a bagnare il letto, richiedere il ciuccio, fare molti capricci quando sa che la mamma deve allattare o dedicarsi al fratellino. In realtà non sono veri e propri capricci da reprimere, ma segnali di sofferenza, per cui cerchiamo di non spazientirci troppo e di chiudere un occhio. Il vedere che di tanto in tanto gli è consentito tornare piccolo, dovrebbe rendere questi episodi sempre più sporadici, man mano che egli riacquista sicurezza in quell’amore che pensava diminuito. Ovviamente se ci rendiamo conto che alcune situazioni persistono oltre il dovuto (in particolare l’enuresi) proviamo a parlarne con il Pediatra.
  • Cerchiamo noi stesse di creare e supportare il rapporto tra i fratelli: durante la gravidanza facciamo notare quando il piccolo scalcia agli stimoli del primo: “Senti com’è contento quando lo accarezzi” “Continua a cantare così dopo riconoscerà la tua voce e ti sorriderà”. Dopo il parto ugualmente, sottolineiamo con enfasi positiva quando il neonato gli sorride, lo segue con lo sguardo…  
  • Non diamo per scontato che il bambino deduca che il nostro amore è rimasto immutato dai sacrifici che facciamo per lui di volta il volta, come leggergli la fiaba quando il secondogenito si è addormentato e noi siamo distrutte, non irritarci alle sue continue richieste di attenzione nei momenti più critici, fare i salti mortali per ritagliarci del tempo per stare insieme… Queste e altre azioni per lui avranno ancora più valore se accompagnate da manifestazioni verbali (“Quanto ti voglio bene”, “Sei sempre il mio tesoro”), abbracci affettuosi, coccole… Pur essendo diventato il maggiore, rimane comunque un bambino, con il suo diritto alla tenerezza e bisognoso adesso di maggiori rassicurazioni. Se perseveriamo e non ci facciamo prendere dall’impazienza, alla fine L’AMORE VINCERÀ, il nostro bimbo pian piano recupererà fiducia e questo lo farà crescere perché con il nostro aiuto avrà vinto la prima battaglia della sua vita!