In questi anni sono tante le italiane che decidono di andare a vivere all’estero: chi per lavoro, chi per amore, chi per scelta, chi perché è semplicemente stufa di un paese che sembra non offrire molte prospettive. Se anche tu hai questo progetto, ma hai paura di quello che comporta o non sai come muoverti, leggi l’esperienza diretta di una di noi.

Wanesia ha 43 anni e da più di 5 anni fa ha deciso di lasciare la sua bella Sicilia per seguire l’uomo di cui è innamorata in Germania: un paese molto diverso dall’Italia, per clima, cucina, stile di vita, lingua (!). Nei primi mesi Wanesia ha vissuto momenti duri, ma li ha superati trovando la sua dimensione e una nuova vita, grazie anche al suo blog, dove condivide la sua esperienza con le altre “expat”.

In questa intervista, condivide con noi gioie e dolori dei primi tempi, nonché degli ottimi consigli per chi come lei vuole cercare una nuova strada fuori dall’Italia.


E: Come sono stati i primi tempi nel nuovo paese?


 

W: Difficili, se ci penso mi vengono i brividi. Non capivo un accidente. Ricordo i film con traduzione simultanea di Phelipe, il mio compagno. Che stress, non capire e non parlare con nessuno: davvero una fatica! Ci vuole tanta pazienza per affrontare tutto questo. Poi sono iniziati i corsi di tedesco sovvenzionati dallo Stato. Mi ha aiutato molto anche l´ultimo posto dove ho lavorato - non più attuale... ahimè - dove parlavo il tedesco tutti i giorni: lì ho imparato parecchio.



 

E: Alle lettrici che stanno per affrontare questo passo, cosa consiglieresti da un punto di vista pratico?

 

W: Fortunatamente ho potuto contare sul supporto del mio compagno, che si è occupato di tutto. Io ho dovuto fare i conti con la quotidianità. L´ambientarmi in una nuova cultura, in una nuova città e soprattutto... un clima molto diverso! Ci sono dei grandi cambiamenti da affrontare. Posso dire che se sei una persona intraprendente, è meglio prendere la decisione subito e andare a vivere all´estero, senza dubbio. E considerando la situazione attuale in Italia, siamo ancora più incentivate. Invece, se sei un pò indecisa, meglio restare: ci vuole un po’ di pelo sullo stomaco, specie per chi sceglie la Germania. I tedeschi sono un popolo simpatico, seppur con le loro stranezze, ma hanno poca pazienza con gli stranieri. O almeno questa è l’impressione che ho avuto io.

 

 

Tra i CONSIGLI PRATICI per i primi tempi direi:


- comunicare la residenza per ricevere tessera di previdenza sociale e permesso di soggiorno;
- aprire un conto in banca;
- se devi trovare una casa, puoi guardare su internet e giornali, poi ovviamente anche il passaparola e le agenzie possono aiutare molto;
- se non si conosce la lingua locale, cercare i corsi disponibili. Spesso per gli stranieri ci sono corsi convenzionati a prezzi relativamente bassi;
- informarsi sull’assicurazione sanitaria e su eventuali permessi per il lavoro.
Anche contattare italiani che sono già lì può essere di grande aiuto, spesso ci sono blog e forum che raggruppano gli italiani all’estero. Con una rapida ricerca su Google si possono trovare i link.

 

E: Da un punto di vista emotivo, che suggerimenti vuoi dare?

 


W: A volte mi prendeva lo sconforto, un isterismo mai avuto prima, sembra che all´improvviso vivi come in un mondo ovattato. Ho avuto un anno di riflessione interiore: ma ascoltare e non riuscire a capire è terribile. A parte le barriere linguistiche, in Germania senti che ci sono regole sociali a cui non puoi contravvenire, più che in Italia. Anche a livello professionale, sei messo alla prova continuamente e i ritmi di lavoro sono molto ferrei: devi dimostrare quello che sai fare. A livello sociale, è difficile crearsi una cerchia di amici e molto dipende dal tuo stile di vita.
Purtroppo in effetti non esiste un antidoto per riuscire a tirarsi su nei momenti di sconforto. Nel mio caso, è stato terapeutico aprire il mio blog e raccontare cosa mi accadeva. Quindi consiglierei di scrivere, parlare, confidarsi, sfogarsi. Anche buttarsi in nuovi interessi aiuta molto: sia per tenere la mente occupata sia per conoscere gente nuova e crearsi un giro di amicizie. Comunque alla fine posso dire che tra il corso di tedesco e le pratiche burocratiche, all’inizio ero talmente presa che di tempo per le malinconie non ne avevo molto! Meglio così…



 

E: Hai avuto rimpianti? Come li hai superati?

 

W: Assolutamente no. Mi sento a casa mia, ogni tanto una lacrima per la nostalgia della mia famiglia scende, ma è più che normale. Inoltre, da quando è nata la mia prima nipote, spesso mi capita di parlare alla mia tesorina per fotografia. Però vado avanti lo stesso. Sono convinta e felice della mia scelta e nella vita gli ostacoli sono fatti… per essere superati! Io ce l’ho fatta, tutte ce la possiamo fare. Passati i primi tempi, avrete l’impressione di essere sempre vissute nella nuova città: riuscirete a trovare i vostri percorsi, i vostri punti di riferimento, le vostre abitudini. E anche a vedere i lati positivi: nel mio caso ad esempio, la Germania mi ha dato nuovi sbocchi e spunti per alimentare la mia creatività.

 



E: Secondo te, quali sono le ragioni valide per fare un passo del genere e quali invece portano a tornare sui propri passi?


 

W: Probabilmente il lavoro che in Italia non c’è, mentre qui ancora ci sono prospettive. Questo è senza dubbio un buon motivo per partire. Per me, c’è stato un fattore di motivazione forte: l’amore. Mi sono innamorata di un uomo e sono partita lasciando un lavoro sicuro, la famiglia, gli amici. Ma sentivo una forza incredibile dentro e sapevo che sarei riuscita in tutto quello che mi ero prefissata. E oggi, a distanza di quattro anni, lontana dall'Italia, ho avuto la possibilità di studiare una lingua, fare un corso di informatica e lavorare. E credo che ci saranno ancora delle novità per la mia vita. Credo che qui in Germania nel mio piccolo ho l'opportunità`di realizzarmi sia dal punto di vista lavorativo che quello personale.

 

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Intervista a Tea Camporesi. 

Studia, cerca lavoro, sopporta la gavetta, fai corsi di aggiornamento, chiedi l’aumento, cerca di far carriera, corri corri corri. E poi? E poi una mattina ti alzi con una sensazione di smarrimento e insoddisfazione senza capire da dove viene. “Possibile che tutto quello che ho costruito fino ad oggi si riveli non essere la cosa giusta per me? Possibile che a 30, 40 o 50 anni mi ritrovi a dovermi reinventare o a rimanere bloccata in un lavoro che non mi rappresenta più?”. Queste sono domande che tante di noi si pongono, indipendentemente dall’età e dal percorso professionale. Ignorare il problema rischia di far crescere l’insoddisfazione, e allora che fare? Se non riusciamo a uscire dal tunnel da sole, c’è chi può guidarci nel farlo. Parliamo di questo argomento con Tea Camporesi, consulente di carriera.

 

E: Tea, le persone che vengono da te cosa lamentano maggiormente?
T: Lavoro principalmente con tre tipologie di persone. La prima è composta da chi è soddisfatto dell’azienda per cui lavora, ma vorrebbe migliorare la propria posizione – in questo caso lamenta scarsa leadership (Leggi come far uscire la Leader che c'è in te), problemi di comunicazione e conflitti interni. La seconda è composta da chi non è più soddisfatto dell’azienda e del lavoro che svolge e cerca nuove opportunità all’esterno – sostanzialmente perché demotivato da un ruolo che non riconosce più come suo e da un ambiente divenutogli estraneo o addirittura ostile. Terza ma non ultima, chi ha perso il lavoro e ne deve trovare un altro – e in questo caso, più che il danno economico, si lamenta la perdita di autostima.

 

E: Nella tua esperienza, hai notato delle differenze nelle consulenze fatte a clienti donne rispetto ai clienti uomini?
T: Innanzitutto vorrei evidenziare un dato che ho recentemente rilevato e che mi sembra importante: fino a un paio d’anni fa, il 90% dei miei clienti erano uomini, come se la carriera fosse qualcosa di pertinenza esclusivamente maschile. E infatti, le poche donne che si rivolgevano a me, erano tutte dirigenti single – donne che avevano dedicato la loro vita esclusivamente alla carriera e al lavoro, senza alcun vincolo familiare, vivendo “al maschile”. Negli ultimi anni, invece, la percentuale delle donne che si avvalgono della consulenza di carriera è salita al 60-70% rispetto agli uomini. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne con marito e figli, che pensano alla carriera, ma non vogliono rinunciare alla vita personale e alla loro femminilità.
Per quanto riguarda le macro-differenze (pur con le debite eccezioni), gli uomini spesso tendono ad avere, almeno inizialmente, un atteggiamento più distaccato e reticente, faticano un po’ di più ad aprirsi, mentre con le donne si crea immediatamente un legame empatico. Inoltre gli uomini hanno la tendenza a sovrastimarsi (anche se col passare del tempo il fenomeno è in rapido calo), le donne a sottostimarsi.

 

E: Come si può uscire da questo tunnel di frustrazione professionale?
T: Innanzitutto è necessario, attraverso un’approfondita analisi della carriera pregressa, acquisire una buona consapevolezza del proprio valore e costruirsi una precisa identità professionale. Dopo di che, verrà molto più facile tracciare un percorso di carriera futuro e definire e attivare tutti i mezzi per l’automarketing ed eventualmente il rafforzamento delle aree critiche (ad esempio leadership, team working, comunicazione).

 

E: A differenza del mondo maschile, le problematicità professionali per una donna possono dipendere molto dall’età. Facciamo 3 esempi concreti. Se avessi davanti:
• una donna di 30 anni, che vuole fare carriera ma si trova di fronte a contesti aziendali che non le permettono di crescere;
• una donna di 40 anni rientrata dopo due maternità al lavoro che però non vuole rinunciare ad avere ancora una crescita professionale;
• una donna di 50 anni che, nonostante l’energia e l’esperienza, viene considerata “a fine carriera”;
cosa consiglieresti a ognuna di loro?

 

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T: Prima che dall’età, le problematicità per le donne dipendono dal fatto che troppo spesso sono loro le prime a sentirsi inferiori agli uomini e ad accettare le differenze di trattamento, non solo a livello economico. Poi, fermo restando che ogni donna (così come ogni uomo) è un caso a sé, e ogni percorso è assolutamente personalizzato e unico, in linea di massima la trentenne ha problemi di comunicazione e di gestione delle relazioni, sia con i capi, ma anche con i colleghi e gli eventuali stagisti. La mamma quarantenne ha problemi di work&life balance, di gestione del tempo e dell’emotività. La cinquantenne, se è dirigente viene finalmente trattata al pari di un uomo, mentre se è a un livello inferiore, viene vista come un “peso morto”, la prima della lista al momento dei tagli. Ma la cinquantenne, a differenza del suo coetaneo maschile, ha molta più energia e capacità di rimettersi in gioco, è più propensa a reinventarsi e ad esplorare nuove vie professionali.

 

E: Se le nostre lettrici volessero rimanere in contatto con te, come possono farlo?
T: Innanzitutto visitare il mio sito:  http://www.consulenzadicarriera.com/ e contattandomi direttamente via mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonicamente al numero 0039 347 0045864


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