Così la matrigna di Biancaneve interrogava quotidianamente il suo specchio parlante, provando ira irrefrenabile nel non sapersi perfetta ed incomparabile.
L’abituale incontro con lo specchio non è solo un rito da favola. E’ un iter obbligato a cui tutte le donne si sottopongono con la stessa aspettativa della matrigna, e con altrettanta severità.
Purtroppo l’immagine riflessa non è sempre all’altezza delle proprie pretese anzi, il più delle volte, rivela difetti ed inestetismi destinati a confondersi erroneamente con dei veri e propri disagi esistenziali.
La consapevolezza acquisita della propria inadeguatezza si scontra con una sempre più crescente non accettazione sociale che induce tantissime donne a divenire schiave di complessi esteriori.
Poco conta ripetersi che la bellezza è un valore interiore che non ha niente a che fare con fattori puramente estetici, essa è un parametro indispensabile in un mondo troppo attento alle apparenze.
Interessante a tal riguardo, è la soluzione alternativa proposta e testata da una ricercatrice in psicologia Kjerstin Gruys, una giovane donna ventinovenne che per un intero anno ha evitato di specchiarsi con lo scopo di migliorare la propria autostima.

 

 

Probabilmente questa è una sfida che non tutte avrebbero il coraggio di affrontare ma che, stando a quanto affermato dalla psicologa, è un’esperienza in grado di far recuperare il senso della vita.

Chissà se la matrigna di Biancaneve sarebbe disposta a sacrificare il suo specchio e riuscirebbe poi a restituire il giusto valore alle cose...

Voi che dite?

Vale la pena provare?  

 

Bellezza, una parola che contiene tanti significati e valori che convergono all’interno di un solo ed unico sostantivo ed è proprio per questo che mi chiedo se sia possibile racchiudere tale concetto in una banale definizione generica. Ogni singolo individuo ha un modo unico e personale di concepire il bello: osservando un semplice paesaggio una persona potrebbe rimanere totalmente folgorata dal suo incredibile splendore ma non possiamo generalizzare questa sensazione e affermare che quella sia per tutti la bellezza poiché un altro soggetto potrebbe preferire il prestigio di un abito firmato o il fascino di un libro di racconti. La bellezza è percepita specialmente in base ai gusti delle persone e non tutti sono in grado di coglierne la reale essenza. Viviamo in una società che costantemente ci spinge a fare i conti con il tarlo della bellezza associata meccanicamente all’idea di perfezione. Ma cos’è la perfezione? Ma soprattutto, siamo sicuri che esista davvero? Paradossalmente potremmo affermare che ogni singolo difetto costituisce una forma di bellezza perché è proprio la diversità e la singolarità di quell’imperfezione a renderla così bella. Bisognerebbe superare la barriera delle apparenze e mostrare più curiosità nell’andare a fondo nell’anima di una persona e non ci si dovrebbe soffermare a quello che pensiamo.

 

 

Nella maggior parte dei casi il nostro cervello giudica la percezione di un fenomeno, la superficialità di un individuo, la sua facciata più visibile ma non sempre le nostre sensazioni sono fondate su un qualcosa di reale dunque spesso si dovrebbe approfondire quella che è un’impressione, bisognerebbe cercare di capire le motivazione che magari spingono una persona ad assumere un determinato atteggiamento o a compiere una certa azione ma soprattutto è necessario che si smetta di essere giudici pronti ad emanare sentenze condannando gli altri per paura di guardare in se stessi. Non esiste cosa che possa essere fissata in un’etichetta stabilita, non c’è alcun elemento che possa essere circoscritto ad un pensiero singolare, ci sono realtà che variano, che si trasformano in base a ciò che esse comunicano, che cambiano in base a come appaiono agli occhi degli altri. È proprio l’apparenza un elemento che contraddistingue la bellezza, un muro così sottile eppure così difficile da abbattere e parliamo di un’apparenza che va distinta totalmente dalla frivolezza e la vacuità ma ci riferiamo ad una maschera enigmatica che ogni persona indossa ed è soltanto chi riesce a scoprire cosa si nasconde dietro di essa che può affermare di aver trovato la reale bellezza. La bellezza non è solo l’involucro esteriore, è sinonimo di intelligenza, creatività, generosità, curiosità, fervore, coraggio: la bellezza è dentro ognuno di noi, la bellezza siamo noi.

 

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Si intitola “Io sono bellissima” il progetto della giornalista e scrittrice Loredana De Vitis, che sta facendo il giro del mondo: si tratta un progetto volto a rompere i cliché, che presto sarà oggetto di un saggio in uscita ad aprile dal titolo “Dall’essere me all’essere bellissima”, edito da Sabbiarossa Edizioni, sempre della stessa De Vitis. Perché ogni donna si è a volte sentita insicura, di fronte a uno sguardo non troppo benevolo, di fronte a una battuta maschilista, magari sul proprio peso: ma l'autostima dovrebbe reggersi su ben altro che sull'immagine che viene proiettata all'esterno, per concentrarsi su quello che l'interiorità ha da offrire. Abbiamo ascoltato Loredana De Vitis sulla genesi e il prosieguo di “Io sono bellissima”, da cui è nata anche una mostra recentemente esposta a Lecce.

Com'è nata l'idea del progetto?

Racconto spesso che “Io sono bellissima” è nato da un malessere e da una sfida. È la sintesi di alcuni anni di letture, analisi, riflessioni, pratiche, che a un certo punto, come passando attraverso un imbuto, sono venute fuori tutte assieme davanti allo specchio nella semplice espressione d’un sentimento: che noia! Adesso basta! Come credo accada a molte donne, a un certo punto mi sono sentita davvero stufa – esasperata! - di sentirmi dire come avrei dovuto essere, stufa di quel senso d’inadeguatezza nel quale tutto mi pareva complottasse per farmi rimanere. Roba pesante, tipo le battute di certi uomini, il dover stare continuamente attente a cosa mangiare, il sottoporsi a fatiche fisiche molto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come te la disegnano e che, ovviamente, cambia continuamente, per cui se a 20, 25 o 35 anni ce la fai (in modi sempre diversi naturalmente), arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni, proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Insomma, bisognava uscirne. Presto. Avevo a lungo ragionato su quanto fosse importante dire a se stesse “non importa quello che pensano gli altri”, ma desideravo che questa presa di posizione razionale diventasse una consapevolezza emotiva.

E quindi, come hai tradotto queste conclusioni?

Mi serviva una strategia, utile per me e per ogni altra donna alla quale speravo magari di risparmiare qualche fatica inutile. Scrivere è il mio mezzo d’espressione, mi piace lavorare con le immagini e la tecnologia, ho un percorso femminista che mi ha insegnato a “partire da me”. La mostra e il progetto sono il risultato.

 

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Quanta strada occorre perché l'apparire venga messo in discussione dall'essere soprattutto per una donna?

Sempre troppa, credo, e soprattutto mai percorsa una volta per tutte. In ogni caso, non ce l’ho con l’“apparire” in quanto contrapposto all’essere, quanto con ogni meccanismo tenti di infilare e mantenere le donne nel ruolo dell’“oggetto”, invece che lasciarle in santa pace in quello che già sono: soggetti. Il difficile viene dal fatto che quei meccanismi sono antichissimi e pervasivi. Un equilibrio in perenne contrattazione tra il “dentro” e il “fuori”: questa è per me la bellezza. Alcuni la chiamano “consapevolezza” coprendola di un’aura quasi mistica, io dico che basta cominciare a pensarsi soggetti e il resto viene.

Quali sono i cambiamenti nella società che dovrebbero essere raggiunti a tuo avviso?

C’è un cambiamento che mi interessa per primo: come dicevo, che ogni donna dica “io” e pensi se stessa come soggetto. Questo cambiamento “dentro” porta con sé numerosi cambiamenti “fuori”. Il progetto insiste sulla definizione di se stesse come bellissime: “io sono”. E la bellezza è auto-percepita da ogni donna in modo diverso. Questo stare sulle proprie gambe significa pensarsi soggetti agenti e desideranti. Non siamo funzioni, appendici, ruoli complementari, ma semplicemente persone. Su queste basi il percepirsi “bellissime” s’allarga oltre i confini del corpo. Di molto.

 

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