02 Apr

Ogni donna è bellissima e deve saperlo. Intervista a Loredana de Vitis

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Si intitola “Io sono bellissima” il progetto della giornalista e scrittrice Loredana De Vitis, che sta facendo il giro del mondo: si tratta un progetto volto a rompere i cliché, che presto sarà oggetto di un saggio in uscita ad aprile dal titolo “Dall’essere me all’essere bellissima”, edito da Sabbiarossa Edizioni, sempre della stessa De Vitis. Perché ogni donna si è a volte sentita insicura, di fronte a uno sguardo non troppo benevolo, di fronte a una battuta maschilista, magari sul proprio peso: ma l'autostima dovrebbe reggersi su ben altro che sull'immagine che viene proiettata all'esterno, per concentrarsi su quello che l'interiorità ha da offrire. Abbiamo ascoltato Loredana De Vitis sulla genesi e il prosieguo di “Io sono bellissima”, da cui è nata anche una mostra recentemente esposta a Lecce.

Com'è nata l'idea del progetto?

Racconto spesso che “Io sono bellissima” è nato da un malessere e da una sfida. È la sintesi di alcuni anni di letture, analisi, riflessioni, pratiche, che a un certo punto, come passando attraverso un imbuto, sono venute fuori tutte assieme davanti allo specchio nella semplice espressione d’un sentimento: che noia! Adesso basta! Come credo accada a molte donne, a un certo punto mi sono sentita davvero stufa – esasperata! - di sentirmi dire come avrei dovuto essere, stufa di quel senso d’inadeguatezza nel quale tutto mi pareva complottasse per farmi rimanere. Roba pesante, tipo le battute di certi uomini, il dover stare continuamente attente a cosa mangiare, il sottoporsi a fatiche fisiche molto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come te la disegnano e che, ovviamente, cambia continuamente, per cui se a 20, 25 o 35 anni ce la fai (in modi sempre diversi naturalmente), arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni, proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Insomma, bisognava uscirne. Presto. Avevo a lungo ragionato su quanto fosse importante dire a se stesse “non importa quello che pensano gli altri”, ma desideravo che questa presa di posizione razionale diventasse una consapevolezza emotiva.

E quindi, come hai tradotto queste conclusioni?

Mi serviva una strategia, utile per me e per ogni altra donna alla quale speravo magari di risparmiare qualche fatica inutile. Scrivere è il mio mezzo d’espressione, mi piace lavorare con le immagini e la tecnologia, ho un percorso femminista che mi ha insegnato a “partire da me”. La mostra e il progetto sono il risultato.

 

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Quanta strada occorre perché l'apparire venga messo in discussione dall'essere soprattutto per una donna?

Sempre troppa, credo, e soprattutto mai percorsa una volta per tutte. In ogni caso, non ce l’ho con l’“apparire” in quanto contrapposto all’essere, quanto con ogni meccanismo tenti di infilare e mantenere le donne nel ruolo dell’“oggetto”, invece che lasciarle in santa pace in quello che già sono: soggetti. Il difficile viene dal fatto che quei meccanismi sono antichissimi e pervasivi. Un equilibrio in perenne contrattazione tra il “dentro” e il “fuori”: questa è per me la bellezza. Alcuni la chiamano “consapevolezza” coprendola di un’aura quasi mistica, io dico che basta cominciare a pensarsi soggetti e il resto viene.

Quali sono i cambiamenti nella società che dovrebbero essere raggiunti a tuo avviso?

C’è un cambiamento che mi interessa per primo: come dicevo, che ogni donna dica “io” e pensi se stessa come soggetto. Questo cambiamento “dentro” porta con sé numerosi cambiamenti “fuori”. Il progetto insiste sulla definizione di se stesse come bellissime: “io sono”. E la bellezza è auto-percepita da ogni donna in modo diverso. Questo stare sulle proprie gambe significa pensarsi soggetti agenti e desideranti. Non siamo funzioni, appendici, ruoli complementari, ma semplicemente persone. Su queste basi il percepirsi “bellissime” s’allarga oltre i confini del corpo. Di molto.

 

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Letto 3518 volte Ultima modifica il Martedì, 02 Aprile 2013 16:13
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Angela Leucci

Journalist, writer, go-go dancer, snake charmer, gay icon.

Sito web: angelaleucci.blogspot.com