21 Giu

Ma già prima di giugno, la recensione

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C’è una Storia che se non ammazza incattivisce, trasforma in animali guidati dall’istinto di sopravvivenza, che proteggono ciò che gli appartiene come fossero figli, che si dimenano per ottenere ciò che gli spetta – perché dovrà pur avere un risarcimento il dolore caduto da un cielo di guerra.

Maria Antonia è così, appena sposa e madre eppure già vedova di un marito perso nelle foibe, giovane donna che resiste al male per non soccombere, ma facendolo perchè così si fa, che cresce una figlia con l’esperienza di chi ha visto fame, avversità e desolazione, rendendola vecchia prima che il tempo le insegni la sorpresa per ciò che la vita può riservarle. Maria Antonia è cinica, caparbia, indomabile e per questo sempre giovane. Ha fame di vita ed è decisa a prendersela con la tenacia di ciò che è dovuto, anche quando ha gli occhi di un amante di dieci anni più giovane, che sposerà e le darà altre due figlie.

La cover di Ma gia prima di giugno image ini 620x465 downonly

Ena l’altra protagonista del racconto, è l’ultima figlia della donna, che nei monologhi alternati alla storia della madre narra l’ultimo periodo della sua vita, la malattia che atrofizza il fisico, la convivenza con un’infermiera che dalla vita ha imparato la cura del corpo, i ricordi di donna dura che sceglie di arrivare in fondo con la testardaggine di chi vuole farcela da solo, e infine l’amore per l’amica di sempre, Giuseppina, che con lei condivide età e malanni, fino all’ultimo momento. Un amore che sa essere linfa che tutto risana, comprensione piena anche quando gli accidenti della vita tagliano la voce, condivisione, senza il bisogno di spiegare perché sappiano completare le frasi l’una dell’altra.

C’è un pugno stretto che rimane serrato, aggrappato, che è quello che tiene legati alla vita. Le donne dell’ultimo romanzo di Patrizia Rinaldi, pubblicato da edizioni e/o “Ma già prima di giugno” vogliono vivere, a tutti i costi. E la morte non è che una consapevolezza innata, ma presa in giro; derisa, nel diritto a tergiversare prima dell’ultima partenza, chè c’è sempre tempo per ripercorrere i contorni di se stessi, impassibili della ruvidezza dei contenuti, così imperfetti, così umani, così fedeli a ciò che si è amato, odiato, vissuto.

 

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Letto 1602 volte Ultima modifica il Lunedì, 22 Giugno 2015 10:36
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