Federico il pazzo, la recensione
10 Lug

Federico il pazzo, la recensione

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Una storia fatta di peregrinazioni e luoghi ritrovati. Di bussole il cui ago gira determinando cambiamenti di rotta, per poi tornare alla posizione iniziale chiudendo il cerchio che porta a casa. Perché che si tratti di radici, amicizia, equilibrio, è sempre un po' un perdersi, per poi ritrovarsi, alla ricerca della felicità. È questo “Federico il pazzo” ultimo romanzo per ragazzi edito da Sinnos editrice della scrittrice napoletana Patrizia Rinaldi che, da esperta conoscitrice dell’animo dei giovani – anche grazie all’esperienza che l’ha vista insegnare per anni in contesti sociali difficili - dà forma in maniera fresca e allo stesso tempo profonda ad una gioventù che è il primo serio affacciarsi alla vita.

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“Un’età infelice”, la definisce il protagonista Angelo, un ragazzino che si prepara a frequentare la terza media in una nuova città, dopo continui traslochi insieme alla madre tra Lucca, Bergamo, Brescia, Torino, e Verona, per infine puntare ad un Sud abbandonato da troppo tempo – quando era ancora molto piccolo - perché possa riconoscerlo come parte di sè. Il groviglio di caos e parole incomprensibili che accoglie il suo approdo a Napoli, diventa infatti il timore verso ciò di diverso che non si comprende, e non si sa se si comprenderà mai. E la sensazione, forte, di essere stati scaraventati senza via di scampo in un luogo dominato da uno strano istinto di sopravvivenza, regolato da taciti principi che dividono i più forti dai più deboli, i diversi dai comuni, è ciò che percorre ogni singolo muscolo del ragazzo fin dall’inizio, a cominciare dal viaggio che lo porta in quella città dominata da mare e sole, e da un vulcano dal fascino ancestrale. Una ritrosia che gli fa respingere la luce che invece illumina gli occhi della madre, tornata finalmente alle origini, nella terra tanto a lungo lontana.

 

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Per Angelo, al contrario, Napoli costituisce l’ennesima fuga, l’ulteriore tentativo di adattamento, questa volta ancor più forzato dei precedenti, e che non accetta. Così la paura che lo allontana dall’azione, il desiderio di separarsi da un destino che non può fuggire fisicamente, lo spingono ad immergersi in una realtà superiore e ovattata, lontana da quella concreta. È un’altalena la sua, cominciata già molto presto, quando a nove mesi perde i sensi, entrando in coma. “Tecnica solitaria di galleggiamento”, la chiama, filo rosso che percorre l’intero romanzo, evasione incontrollata da tutto ciò che lo destabilizza, che sia un dolore fisico, o più radicato, psicologico.

 

 

Nonostante le difficoltà, il ragazzo riesce però piano piano ad ambientarsi, riuscendo ad affrontare a testa alta e sguardo limpido anche l’iracondo Capa Gialla, ultraripetente le cui botte lo costringono per qualche giorno a letto pieno di ammaccature. La nuova realtà diventa per il ragazzo motivo di curiosità e scoperta, l’ignoto un ponte verso nuove avventure. Diventa così amico di Mimmo, che ha lasciato la scuola per fare il garzone del salumiere e che è il suo Virgilio fin dall’inizio, Giusy, che da grande vuole fare il meccanico, e il solitario Francesco, o meglio Federico il pazzo, come lo chiamano tutti a causa del suo modo astruso di parlare dovuto alla sua passione per l’illustre figura di Federico II.

 

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E anche il “galleggiamento” che lo portava via da ciò che sentiva troppo lontano, cambia aspetto e prospettiva, per diventare ora un volo cosciente, ricco di sentimento e forza: gli stessi che legano Angelo ad un morbido senso di appartenenza mai provato che è la felicità, e che sente per la prima volta di poter chiamare casa.

 

Con la collaborazione di Sinnos editrice

 

 

Letto 3071 volte Ultima modifica il Venerdì, 11 Luglio 2014 12:03
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