Oggi vi proponiamo un'intervista a una giovane scrittrice, Elisabetta Pedata Grassia, autrice del libro "Fiori in Rapsodie". 

 

Chi è Elisabetta? Raccontaci un po' di te e del tuo  approccio al mondo della scrittura

Sono una studentessa di lettere moderne con un'anima in continuo cambiamento e rinnovamento. Amo la ricerca, la meraviglia e tutto ciò che riguarda la natura. E la scrittura è una diretta conseguenza di questo divenire. Scrivere per me è fondamentale come respirare, è un modo per irrompere e comunicare all'altro uno stralcio del mio mondo. 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Ho cominciato da bambina, inventavo filastrocche e favole sotto lo stimolo di mia madre che amava leggere i libri più svariati. 

 

Arriviamo a Fiori in Rapsodie. Come è nata la raccolta? 

 

La raccolta di poesie e racconti è nata dopo una fase di profondo "ascolto", come piace definirla. Ho incontrato anime straordinarie che inconsapevolmente hanno messo a posto il puzzle scomposto della mia vita, dai bambini con alle spalle storie difficili ai barboni, zingari che mi hanno raccontato le loro vite. Alla fine mi sono resa conto di essere un tramite: dovevo solo trascrivere e dare armonia al caos. Aphorism e Lettere Animate, poi mi hanno offerto la possibilità di pubblicare il mio libro per la collana dei "Destrieri" e ho colto al volo questa grande opportunità.

 

Da dove nasce il titolo "Fiori in Rapsodie"?

Ho immaginato una metafora sinestetica: un accostamento di figure sensoriali differenti nate dall'amore che ho per la rinascita della natura dopo la tempesta,  in un ritmo musicale che possa creare empatia con il lettore. 

 

Dove è possibile acquistare il libro?

Il libro è disponibile online su Lettereanimate.com, Amazon.it, Ibs.it e in altre negozi online, nonché ordinabile in tutte le librerie.

 

Per concludere, cosa diresti a chi legge?

Direi di non smettere di cercarsi. Di cercare la propria voce lontano dalle sovrastrutture. Di essere libero/libera di nuotare controcorrente e di non aver paura nel lasciare andare la propria maschera. 

 

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Amicizia, affetto, chiamatelo come volete, ma quello che Lupo e Lupetto scoprono di condividere è qualcosa di magico. Qualcosa che può far passare la fame perchè stringe il cuore e allo stesso tempo far gioire perchè lo riempie di qualcosa di nuovo e inaspettato. Lupo e lupetto, pubblicata in Italia dalla Clichy, è la storia di questi due teneri personaggi, raccontati dalla penna di Nadine Brun-Cosme e dalle lievi e simpatiche illustrazioni di Olivier Tallec.

 

 

È un racconto lento e silenzioso, perchè così ci si accorge di qualcosa che prima non aveva spazio nè senso dentro di sè. Un percorso quotidiano, fatto delle piccole abitudini di un lupo che vive solo sotto l’albero in cima alla collina, dove, sempre solo, si sveglia al mattino, fa i suoi esercizi ginnici tra i rami, coglie frutti quando ha fame, passeggia nel bosco e si addormenta la sera sotto la sua coperta di foglie. È l’arrivo di Lupetto, un piccolo cucciolo azzurro, a stravolgere la situazione. Non perchè spinga Lupo a modificare le sue abitudini, ma, al contrario, proprio perchè lo accompagna in tutto ciò che fa.

 

L’improvvisa compagnia crea inizialmente stupore e un po’ di cautela in Lupo, perchè la solitudine non è tale, per chi ha vissuto sempre e solo con se stesso. Ma la condivisione è ciò che fa scattare qualcosa in lui, che lo spinge a cercare in lontananza il puntino azzurro in sua attesa sotto l’albero, quando lui si allontana per passeggiare, e che lo riempie di rammarico quando al suo ritorno non trova più il piccolo, ma, semplicemente, la sua vita di sempre, ora piatta, regolare e triste.

 

Sono i gesti, di nuovo, che parlano per Lupo e della sua speranza di un ritorno. Scopre così l’attesa solitaria sulla collina, e di poter attendere molto più di quanto avesse mai creduto, così come dello spazio, grande, che nel suo cuore è ora occupato dal cucciolo. Quando si ritrovano è calda felicità. “Senza di te mi annoio”. A volte bastano poche, semplici parole per spiegare le sfumature di quello che, in fondo, non ha altro nome che “amore”.

 

C’è voluto a dir poco qualche anno, ma finalmente anche questa storia, nata nel 1985 dalla fantasia di David McKee e pubblicata in Italia da Edizioni Lapis, sarà a giorni reperibile sugli scaffali delle nostre librerie. Due mostri è una di quelle favole che fa insieme sorridere e riflettere, che parla di opposti e della via che tutto unisce, anche se si tratta di due panzute creature dalle strane sembianze.

 

I due mostri protagonisti di questo racconto non si conoscono, anzi, non si sono neanche mai visti: uno è rosso e l’altro blu, uno ha zanne aguzze e l’altro un corno sul naso, il primo orecchie a punta e il secondo una strana coda a forma di freccia. L’unico elemento che hanno in comune è la montagna sotto la quale vivono, uno da una parte e l’altro dall’altra. Un buco nella roccia è il passaggio, il mezzo attraverso il quale, ogni tanto, si parlano.

 

 

È così che, a causa di pareri discordanti, che sfociano in improperi sempre più acuti, cominciano a litigare. Una lite senza fine che sfocia in un lancio di sassi sempre più grossi e pesanti, fino a che della montagna che li divideva e che aveva prestato la sua roccia al loro cieco astio, non rimane più nulla.

 

Il pretesto per i loro scontri, incredibile a dirsi, un bel tramonto dalle calde sfumature. È il giorno che se ne va o la notte che arriva? Come spesso accade, la ragione sta nel mezzo e, soprattutto, dipende da che lato si voglia considerare la questione. Ma i due mostri sono troppo accecati dal malumore che riempie le loro bocche di improperi e li abbandona a notti oscure e insonni, per rendersene conto. E a volte bisogna toccare il fondo per poter trovare la strada per risalire in superficie.

 

La montagna che li divideva, rasa al suolo dal loro furore, diventa, nella sua assenza, quello che apre loro gli occhi, offrendo una visuale ora senza limiti e spazio ad un cielo libero da ostacoli. Per la prima volta i due mostri si siedono vicini, rivolti al lato del tramonto che fino ad allora era visibile solo all’altro.

 

Il bello delle favole è che non invecchiano mai e l’insegnamento di questa potrebbe essere quello della vita. Perchè il confronto è difficile, soprattutto se parte da punti di vista tanto diversi. A volte può portare a perdere la calma, e allora essere obiettivi è quasi un’impresa. Basterebbe ricordare solo una cosa, di mettersi nei panni dell’altro, e guardare attraverso i suoi occhi. Spesso l’unico modo per capire che si potrebbe essere molto più vicini di quanto si pensi, anche quando le montagne che ci separano appaiono massicce e puntute.

 

Quante volte ci siamo resi conto che avere a che fare con se stessi è una delle sfide più impegnative che ci vengono offerte nella vita? In una continua altalena tra consapevolezza dei propri limiti e fiducia in se stessi, ricordare che siamo la persona con cui passeremo più tempo su questa Terra è forse l’insegnamento migliore per convincerci del fatto che abbiamo bisogno di imparare a conoscerci, prenderci per mano, e camminare insieme.

 

Nascondersi, fuggire, cercare una foresta oscura in cui far perdere le proprie tracce, niente di tutto ciò riesce a separarci da noi stessi. Allora forse la minaccia di un lupo nascosto tra gli alberi e pronto all’attacco è l’unica cosa che può spingere a tornare alla luce del sole, e inciampare e cadere, a riflettere.

 

 

Una favola varia rispetto a quello che ognuno ci vede e sente. Forse sfogliare Nero-Coniglio, questo primo albo illustrato di Philippa Leathers pubblicato in Italia da Lapis Edizioni, non porterà tutti i lettori alla stessa conclusione. Forse le fughe di Coniglio tra i prati, dietro gli alberi, attraverso il fiume o nella foresta fitta e buia, cominciate quando una mattina si accorge di non essere più solo, ma di avere invece alle calcagna un grosso coniglio nero che non è che la sua ombra, potrebbero semplicemente sembrare il frutto dei timori di un piccolo coniglio bianco e sospettoso. O forse significheranno qualcosa di più.

 

Quando Coniglio, correndo a perdifiato, si gira a controllare che il lupo non lo stia raggiungendo, inciampa e cade rovinosamente, il tempo per ricominciare a correre non c’è, ma nell’attesa ad occhi stretti di Coniglio non c’è neanche il lupo che gli piomba addosso. Riaprendo gli occhi, nella luce del sole, c’è solo Nero-coniglio, l’amico inseparabile che ognuno porta con sè, e che quando credeva tutto perso, si dimostra insospettabilmente la sua salvezza.

 

[Con la collaborazione di Lapis Edizioni]

 

 

La gatta vagabonda è la storia di un’attesa. Ma anche di un nuovo inizio. Insomma, in poche parole, del saper attendere ricominciando poi con nuova energia. E non è forse un caso che sia una gatta a mostrarci la via. I gatti, si sa, sono animali nobili e dallo spiccato sesto senso, maestri nell’arte dell’adattarsi, riuscendo – in questo – a trarre il meglio dalle risorse a disposizione. Un’altra volta la Natura insegna, e non piccoli accorgimenti, ma pilastri su cui dovrebbe essere retta la vita anche degli uomini, spesso così caotici, avvezzi a chiedere sempre di più, e a ottenerlo in ogni modo.

 

La penna dell’autrice estone Aino Pervik, accompagnata dalle illustrazioni di Catherine Zarip, insieme per l’edizione pubblicata da Sinnos Editrice per la collana I tradotti, racconta di una gatta abituata a vagabondare che, scoprendosi incinta, decide di fermarsi per donare ai propri quattro cuccioli un luogo caldo e accogliente dove venire al mondo. La scelta ricade su un nido di cicogna abbandonato, perfetto avamposto sulla cima di un palo, lontano da possibili nemici. Tranne uno però. Sarà un temporale, infatti, a costringere la famiglia a scendere a terra, e a farlo di tutta fretta, per trovare riparo sotto un ponte. Il passaggio tra cielo e terra vede dei gattini traballanti su zampette inesperte diventare cuccioli curiosi pronti all’avventura.

 

 

È allora che mamma gatta decide di riprendere a viaggiare per il mondo, questa volta, però, in compagnia della sua nuova famiglia. La gatta vagabonda è una storia leggera, animata da uccelli, soffioni e quattro piccoli gatti accompagnati dalla mamma, leggeri, anche loro, come la libertà che li accomuna. È un invito a non rinunciare a se stessi, assaporando il viaggio attraverso il nostro destino per quello che è, senza ridurlo alla sua destinazione, che è forse solo l’inizio di un altro viaggio. Basta ascoltare le vibrazioni della coda ed essere pronti a saltarci dentro.

 

[Con la collaborazione di Sinnos Editrice]