14 Mag

Psychodelice. Ma lo shopping è veramente terapeutico?

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Edulcorare la propria sensazione di inettitudine con tiepidi palliativi.

 

Con encomiabile generosità, metto a disposizione uno dei miei più teneri  e penosi tentativi di alleggerire un’ormai endemica media disperazione con ventiquattrore di fancazzistica atrofia mentale. (Rimborso spese d’attenzione)

 

Prologo

È mattina presto, anzi, prestissimo, e sono sveglia.  

Prima che la realtà mi piombi addosso con la consueta grazia elefantesca, faccio ostruzionismo mentale e realizzo che ho la pipì. Mi trascino in bagno, cercando di trattenere il calduccio profumato delle coperte, aggrappandomi a quel torpore confuso che mi tiene a metà tra la leggerezza ovattata del sonno e la consapevolezza di esserci.

Mi accuccio, raggomitolata nella conca che ho lasciato sul materasso. Cerco con i piedi il fresco del lenzuolo che non ho riscaldato col mio corpo. Abbraccio il cuscino e mi tiro le coperte fin sopra la testa. Ti prego, sono le cinque e mezza, fammi dormire ancora un’oretta.

Faccio respiri lunghi, cerco di riassopirmi.

E tràcchete, il fantasmino malefico se ne sta appollaiato ai piedi del letto. Mi sembra di essere finita nell’ Incubo Di Füssli.

Penso alle impressioni. E alle impronte. Alle tracce. Di chi non c’è più e di chi c’è stato. Penso alle impressioni che mi hai lasciato, e a quelle che io non ho lasciato a te.

Ho voglia di Nutella e di piangere.

 

Capitolo primo (e unico)

Mi alzo presto con una gran fame e, prima di andare a smaltire i rifiuti organici delle leccornie che il mio pancino avrà accolto, mi concedo un’abbondante colazione a base di: pane comune integrale e cioccolato fondente 80%; idem con burro chiarificato e marmellata di fichi; waferini quadrati al cocco; biscotti croccanti con farina di riso e pepite di cioccolato; una tazzona di latte scremato e Nesquik per gradire.

Già in leggings aderenti e felpa con cappuccio, infilo le sneackers e mi precipito a correre in salita fino al collasso delle coronarie, con la peggio musica tamarra che apostrofa i miei timpani come un bastone di legno accarezza una pignatta. Versato l’obolo e la bile, mi regalo a una lunga doccia refrigerante, cantando a squarciagola All by myself, per la gioia della badante romena che ha la stanza da letto al piano di sotto, esattamente sotto il mio bagno.

Liquidata senza pietà la buona intenzione di mettermi a studiare, mi dedico alla coltivazione dell’erba cattiva, vestendomi e truccandomi al bacio, e uscendo alla conquista del mondo.

Questo tiepido clima, con annessa arietta piacevole, mi fa tutto sommato bene all’anima. Mi fermo a comprarmi le gommose alla liquirizia e in una manciata di secondi me ne faccio fuori quattro, una via l’altra (devo ricordarmi di lavarmi i denti col Colgate sbiancante, perché la liquirizia ingiallisce lo smalto…).

Nel mio Ipod  Laurent Wolf conferma che I dont’ wanna work today. (Ma nemmeno yesterday e mi sa neanche tomorrow…). No stress. Okay.

Ed eccomi nel tempio del consumismo. Devo dire che l’abilità delle catene d’abbigliamento low cost nel rimbambire la timida visitatrice con luci stroboscopiche, visionarismo coloristico e musica da camera (delle torture) è indiscutibile. Non fosse per quell’energumeno alto due metri e venti atteggiato a security di Obama, che ti segue con lo sguardo con finta nonchalance come a dire “fingo di fare finta di nulla, perciò ostento il fatto che è TE che sto fissando” e, guarda caso, lo trovi sempre nel punto esatto in cui ti volti; la cui presenza granitica, scura e turrita ti fa sentire nuda e colpevole, e ti accorgi di trattenere il fiato finché non sei uscita dal negozio, dopo aver scongiurato che, varcando la soglia, il sensore antitaccheggio non si metta a fare biiiiiiiiiiiiip regalandoti un’inevitabile e vergognosa figura di merda-

Insomma, a parte tutto ciò, mi sento a mio agio. Riesco a dribblare un grappolo di commesse zelanti che mi invitano a chiedere se ho bisogno (una larvata minaccia a non uscire a mani vuote, quindi) e a dare un’occhiata, inoltre, ai supersconti del 40% (su cui noialtre, povere mentecatte, ci tuffiamo come allodole sugli specchi, riuscendo a spendere il quadruplo); riesco a mimetizzarmi tra una schiera di jumpsuits a stampe floreali  e la vedo.

 

Shopping-terapeutico

 

La vedo lì, che sembra volermi dire “comprami”, la maglietta che avevo adocchiato tempo addietro, e mi ero ripromessa di acciuffare prima del bisettimanale cambio di vetrina. Mi sta a pennello. Però, ovviamente, se prendo la maglietta devo anche abbinarci dei jeans. E se prendo i jeans devo anche avere un’alternativa alla maglietta. E sopra? Camicia. Altro? Altra maglietta scontata. (Ci sarebbe anche la canotta traforata…) Basta. Fuori di qui, via, il prima possibile. 

Assaporo quell’esaltazione allucinogena da shopping selvaggio appena consumato e, incurante dell’universo, con uno sfacciato sprezzo del salasso, mi accingo a convergere alla base.

Le mie movenze femminili e flessuose serrano ben presto i ranghi, sentendomi io uno strano ibrido tra Marion Crane e una cotoletta impanata, come per la sgradevole sensazione di un’imminente catastrofe, come vergognandomi di non meritarmi affatto quei momenti di libertà. Per cosa mi devo premiare? Di cosa mi devo consolare?

L’autoindulgenza è l’anticamera del lassismo, e il lassismo è l’atrio della nullafacenza. In fondo, mi sto limitando a vidimare la mia dichiarazione di cazzeggio libero.

Ma è poi vera libertà? Non è piuttosto il perverso giochino del cane che si morde la coda? In fin dei conti, non è meglio affrontare una cupa giornata di studio agendo nel giusto, che gettare alle ortiche mezza mattinata, agendo nell’empietà? E poi, diciamocelo, a cosa mi serve l’ennesima maglietta? A cosa mi serve l’ennesimo paio di jeans? L’ennesima camicia?

  

Ed ecco compiersi il paradosso: la libertà che diventa la gogna. 

E pensare che ero uscita per non pensare.

 

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Letto 3109 volte Ultima modifica il Mercoledì, 22 Maggio 2013 16:41
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Martina Vecchi

È difficilissimo definirmi, ho un carattere confuso e contraddittorio, faticoso da gestire perché spesso impenetrabile. Forse perché sono dei gemelli? Una spada di Damocle che mi accompagna da sempre!

Quel che so è che amo scrivere, tantissimo, e leggere, e camminare e camminare per ore e chilometri. Amo tutta l’arte, sono una persona molto (troppo!) mentale e riflessiva, mi piace la comunicazione, e, ahimè… Lo shopping! Dovrei aprire una succursale perché il mio armadio comincia a scricchiolare…

Non sono una nottambula, amo le serate casalinghe in compagnia di un buon libro o di un film, e del mio orsacchiotto preferito. Sono una coccolona e mi lego profondamente a tutto e tutti, cose, persone, situazioni, profumi. Amo perdermi nella quotidianità delle piccole cose rassicuranti, e questa è la mia vera ambizione, trovare la serenità qui e ora.