Lo stress rappresenta la risposta fisiologica dell’organismo a una situazione di rischio, di minaccia. È un’eredità antica che ci portiamo dietro dai tempi delle caverne, da quando cioè l’uomo doveva difendere la propria vita dagli attacchi degli animali e dalla pericolosità dell’ambiente naturale.

Quando l’uomo percepisce un pericolo, l’organismo rilascia automaticamente ADRENALINA, per preparare un’eventuale difesa o una fuga. La pressione sanguigna aumenta, i riflessi sono pronti, i muscoli in tensione e la respirazione più veloce. Questo surplus di energia viene poi “scaricato” nell’atto fisico di battersi o di scappare.

 

Quindi, lo stress è una cosa positiva?

In realtà sì, perché il suo scopo è salvare la vita dell’uomo. Ma perché oggi è diventato un problema del quale si parla tanto? Semplice. Come dicevo prima, l’adrenalina prodotta sotto stress, veniva scaricata dai nostri antenati nell’atto fisico di difendersi o fuggire. Ed è proprio questo che manca a noi oggi: la fase di scaricamento.

Ci sono tante situazioni nell’arco della nostra giornata che possono far scattare l’adrenalina: una discussione col capo, un incosciente che ci taglia la strada in auto, qualcuno che ci spintona e così via. Tante piccole cose che ci turbano e creano stress. Allora il nostro corpo si prepara a difendersi, ma poi in realtà, dato che non possiamo scappare a gambe levate o prenderci a sberle, l’adrenalina prodotta non viene scaricata. Quando la problematica si risolve, la tensione cala, ma lascia comunque una TRACCIA. E questa traccia si sommerà a una nuova scarica di adrenalina non appena si presenterà un’altra situazione stressante. Man mano che la catena di eventi stressanti si allunga, lo stress accumulato aumenta e causa un progressivo esaurimento fisiologico.

 

Quale soluzione adottare quindi per scaricare lo stress?

Semplice: l’esercizio fisico. Non serve praticare uno sport a livello agonistico, né andare tutti i giorni in palestra, né tantomeno scegliere attività dove si suda e si fatica molto. Basta uno sport adatto al nostro fisico, praticato con costanza nell’arco della settimana.
È fondamentale che questa diventi un’abitudine REGOLARE, perché altrettanto regolare è il nostro accumulo di stress quotidiano, che può causare problemi a livello fisico (disturbi psico-somatici) e psichico.

La quantità di stress che siamo in grado di tollerare è SOGGETTIVA. Per sapere se siamo in “overdose”, possiamo controllare i seguenti sintomi: irritabilità, insonnia, pressione alta, palpitazioni, disturbi digestivi (coliti, acidità, inappetenza), mal di testa, stanchezza costante, indebolimento del sistema immunitario (con conseguente aumento dell’insorgere di malattie virali, allergie e infiammazioni).

 

 

I fattori scatenanti dello stress sono prevalentemente di origine MENTALE (emotivi e psicologici), ma concorrono anche fattori di origine fisica (stress muscolare, posture errate) e chimica (inquinamento, farmaci, alcolici). Il consiglio per ridurne gli effetti è quello di cercare di essere più flessibili dal punto di vista mentale, quindi provare a “farsi scivolare” maggiormente le cose addosso senza prendere tutto di petto. Cercare di tenere posture corrette, non fare sforzi eccessivi, ridurre l’esposizione all’inquinamento e non abusare di alcol e farmaci sono poi altri cambiamenti da adottare per rinforzare la nostra resistenza allo stress e aiutare la nostra salute generale.


Sai che esiste finalmente un sistema di Gestione del Tempo studiato apposta per le Donne?! Un metodo per organizzare il LAVORO, la CASA e la FAMIGLIA in modo da avere PIU’ TEMPO PER TE STESSA e per le cose che ami.

Clicca qui per saperne di più

 

Ci sono momenti, giornate o addirittura settimane in cui è veramente difficile mantenere la calma sul posto di lavoro

Ma dobbiamo ricordare che un piccolo momento di tensione, se non gestito correttamente, può trasformarsi in un grosso problema (a effetto valanga!), e questo nuocerà solo ai tuoi nervi e alla tua salute. Quindi, che fare? Ecco 3 trucchetti semplici semplici per evitare tante situazioni critiche.

 

 

Se ti sei arrabbiata per una frase detta da un capo o da un collega.


Alcune parole possono offenderti o farti sentire minacciata o giudicata. Ma nel momento in cui questa situazione si verifica, è importante chiarire sul momento, onde evitare che “s’incancrenisca”. Evita quindi di andartene chiudendo ogni dialogo. Parlane in maniera serena cercando di capire il vero significato celato dietro a quella frase. Può darsi che la persona non avesse la minima intenzione di offenderti e sia stata solo una frase uscita male. Questo ti eviterà di trasformare un problema in un conflitto ancor più ampio. Accetta di sentirti arrabbiata, perché può capitare ed è uno stato passeggero. Ma ricorda che la rabbia è un sentimento tuo e tu ne sei responsabile, non addossare agli altri la responsabilità delle tue emozioni.

 

Se ti trovi in mezzo a una discussione.


Se ti trovi coinvolta in un conflitto tra due parti e vuoi aiutare a gestirlo al meglio, devi cercare di essere quanto più imparziale possibile, anche se in realtà propendi per una fazione. Il rischio è infatti quello di essere chiamata in causa e ritrovarti invischiata direttamente, il che è peggio se tra le due parti interessate non corre esattamente buon sangue e la discussione è un pretesto per sfogare qualcosa di personale. Se invece una della due parti sei tu, devi rimanere calma e rilassata senza dare sfogo al sentimento del momento. Sfogarsi può dare soddisfazione, ma non risolve il problema e rischia di creare strascichi spiacevoli. Cerca di buttare acqua sul fuoco e di lasciar cadere la discussione. Lascia passare un po' di tempo, e vedrai che a sangue freddo troverai una soluzione al problema e potrai cercare di parlare con la persona interessata in modo più sereno e risolutivo.

 

Se una persona proprio non ti va giù.


È normale trovare persone con cui proprio non c’è feeling o addirittura ci siano problemi. Ma è possibile trovare una soluzione ed evitare di litigare. Le persone con un carattere difficile possono essere un vero tormento, specie se ci lavoriamo ogni giorno gomito a gomito. Ma devi cercare ugualmente di passare oltre l’antipatia. Innanzitutto apprezzando i lati positivi di tali persone (se ci pensi bene tutti ne hanno... almeno uno) e poi decifrare i loro comportamenti per riuscire a influenzarle. Gli atteggiamenti negativi sono sempre legati a qualche frustrazione o problema personale: riuscire a capire di cosa si tratta ti permetterà di trovare una strategia utile. È altresì importante, da un lato, non farti mettere i piedi in testa e dall’altro, non affrontare la persona in modo brusco: un approccio educato, deciso e rispettoso è la strada migliore.

 

Sai che esiste finalmente un sistema di Gestione del Tempo studiato apposta per le Donne?! Un metodo per organizzare il LAVORO, la CASA e la FAMIGLIA in modo da avere PIU’ TEMPO PER TE STESSA e per le cose che ami.

Clicca qui per saperne di più

 

Mentre a Roma Enrico Letta parlava alla Camera dei risultati negativi legati al mondo del lavoro, a Napoli, il summit tra i capi della grossa industria, promosso da Amway sul tema dell’auto-imprenditorialità, poneva invece in evidenza risultati positivi, soprattutto per i giovani. Ma allora? Allora non c’è nessuna contraddizione, i piani di discussione, infatti, sono diversi. Nel primo caso, i risultati esposti dal Presidente del Consiglio Enrico Letta sono oggettivi, riportano un dato di fatto: non c’è lavoro e mancano i soldi; nel secondo caso, i risultati sono soggettivi, legati alle intenzioni, alle speranze di quanti sono convinti che da “grandi” realizzeranno il proprio sogno lavorativo. Da una parte, quindi, si parla di indice effettivo di occupazione, dall’altra di com’è percepita la possibilità di trovare lavoro. E’ bene specificare che Amway è un Network Marketing, in pratica una rete di vendita on-line che nel corso degli anni ha reclutato tantissime persone nella sua lista clienti-venditori, dando a questi la doppia possibilità: di comprare i prodotti a prezzi scontati e di rivendere gli stessi a terzi, favorendo così molte opportunità di creare piccole imprese autonome.

E’ chiaro, quindi, che l’indagine supportata da questa grossa corporazione americana ha un interesse specifico, quello che ne è venuto fuori, però, interessa tutti e, in qualche modo, un po’ rasserena. In pratica, la domanda che si sono posti gli analisti è questa: che percezione hanno gli europei della libera impresa? e, nel summit di Napoli: quanto credono gli italiani nel lavoro autonomo? In fatto di credere e avere grosse speranze per il lavoro, stando alle risposte ottenute dallo studio in oggetto, in Europa non ci batte nessuno.

 

percezione-giovani-mondo-lavoro

 

Gli italiani sono i più positivi in fatto di ‘percezione’ e i più propositivi in ambito lavorativo rispetto a tutti gli europei. Nonostante la crisi economica che ci investe, ottimismo e motivazioni ci spingono, comunque, ad avere una percezione positiva del lavoro, in particolare di quello autonomo. I dati emersi lo dicono chiaramente: rispetto al 2011, in Italia, il numero degli intervistati che afferma di credere alla libera impresa è aumentato del 4% e quelli che possono immaginare di cambiare e mettersi in proprio salgono dal 36,5% al 46%. La sorpresa viene dai giovani, l’82% degli under 30 è decisamente a favore del lavoro autonomo contro il 78% della media dei giovani europei. E il 61%, di quell’82%, s’immagina facilmente imprenditore rispetto al 48% degli europei. Spetta al Sud, poi, la percentuale più alta di ragazzi che credono e protendono verso l’imprenditoria, spinti sia dalla voglia di rendersi liberi dal datore di lavoro sia dalla necessità di auto-realizzarsi. Certo, sono solo numeri, percentuali, ma quantificano e rappresentano le speranze di persone che difficilmente gettano la spugna e che anzi! proprio nei momenti difficili, non smettono di sognare, ma si rimboccano le maniche e cercano di darsi da fare per costruire un domani migliore.

 

Potrebbe interessarti pure: Consigli per affrontare al meglio il colloquio di lavoro 

 

19 Mag

Donne e indipendenza

Pubblicato in Attualità

Fin dai tempi delle pietra la donna lotta per la propria indipendenza, un problema legato all’esistenza.

E’ davvero passato il tempo delle scelte obbligate?

Il tempo in cui per le donne non c’era altra possibilità di riscattarsi dalla propria posizione sociale se non quella di un prodigioso matrimonio?

Che cosa è cambiato oggi rispetto a ieri per le donne?

 

Oggi la donna rivendica la propria uguaglianza all’uomo eppure la condizione sociale in cui vertono le donne continua a non essere  la stessa degli uomini.

La maternità, gli obblighi verso la famiglia, moltiplicano le difficoltà a trovare lavoro, quando non si è costrette a rinunciare alla ricerca dello stesso.

Quali sono le barriere che precludono alle donne la perfetta integrazione con la società? La mancanza di mezzi, i pregiudizi, e pure le radicate convinzioni e convenzioni sociali sul ruolo della donna.

Quanto può condizionare questo le scelte delle donne? la scelta di restare single o di sposarsi, quanto questa scelta è veramente libera, quanto la donna del futuro è libera di scegliere? Certamente una donna potrebbe rinunciare al matrimonio per preservare la propria indipendenza eppure paradossalmente un’altra potrebbe ricercare nelle nozze proprio quest’ultima. L’indipendenza dalla famiglia di origine, l’indipendenza economica quando quest’ultima non garantisce i mezzi richiesti dalla società, (ad esempio un automobile a una donna che accinge alla ricerca di lavoro).

 

Matrimonio-indipendenza

 

Nell’antichità i matrimoni erano combinati per la ricchezza e adesso pure. Ci si affida alla speranza che il promesso sposo possa compensare e alla speranza di trovarlo. Se va bene si sente davvero l’esigenza di un partner e la scelta alla fine ha anche un ulteriore dolce perché. Se va male invece , non si avverte l’esigenza di un partner, si detesta rinunciare ai propri spazi, alle proprie libertà, da qui l’interminabile lotta interiore: single nel cuore e impegnata per la società. 

 

Potrebbe interessarti pure: intervista a Valeria Fedeli, vice presidente del Senato 

 

Intervista a Tea Camporesi. 

Studia, cerca lavoro, sopporta la gavetta, fai corsi di aggiornamento, chiedi l’aumento, cerca di far carriera, corri corri corri. E poi? E poi una mattina ti alzi con una sensazione di smarrimento e insoddisfazione senza capire da dove viene. “Possibile che tutto quello che ho costruito fino ad oggi si riveli non essere la cosa giusta per me? Possibile che a 30, 40 o 50 anni mi ritrovi a dovermi reinventare o a rimanere bloccata in un lavoro che non mi rappresenta più?”. Queste sono domande che tante di noi si pongono, indipendentemente dall’età e dal percorso professionale. Ignorare il problema rischia di far crescere l’insoddisfazione, e allora che fare? Se non riusciamo a uscire dal tunnel da sole, c’è chi può guidarci nel farlo. Parliamo di questo argomento con Tea Camporesi, consulente di carriera.

 

E: Tea, le persone che vengono da te cosa lamentano maggiormente?
T: Lavoro principalmente con tre tipologie di persone. La prima è composta da chi è soddisfatto dell’azienda per cui lavora, ma vorrebbe migliorare la propria posizione – in questo caso lamenta scarsa leadership (Leggi come far uscire la Leader che c'è in te), problemi di comunicazione e conflitti interni. La seconda è composta da chi non è più soddisfatto dell’azienda e del lavoro che svolge e cerca nuove opportunità all’esterno – sostanzialmente perché demotivato da un ruolo che non riconosce più come suo e da un ambiente divenutogli estraneo o addirittura ostile. Terza ma non ultima, chi ha perso il lavoro e ne deve trovare un altro – e in questo caso, più che il danno economico, si lamenta la perdita di autostima.

 

E: Nella tua esperienza, hai notato delle differenze nelle consulenze fatte a clienti donne rispetto ai clienti uomini?
T: Innanzitutto vorrei evidenziare un dato che ho recentemente rilevato e che mi sembra importante: fino a un paio d’anni fa, il 90% dei miei clienti erano uomini, come se la carriera fosse qualcosa di pertinenza esclusivamente maschile. E infatti, le poche donne che si rivolgevano a me, erano tutte dirigenti single – donne che avevano dedicato la loro vita esclusivamente alla carriera e al lavoro, senza alcun vincolo familiare, vivendo “al maschile”. Negli ultimi anni, invece, la percentuale delle donne che si avvalgono della consulenza di carriera è salita al 60-70% rispetto agli uomini. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne con marito e figli, che pensano alla carriera, ma non vogliono rinunciare alla vita personale e alla loro femminilità.
Per quanto riguarda le macro-differenze (pur con le debite eccezioni), gli uomini spesso tendono ad avere, almeno inizialmente, un atteggiamento più distaccato e reticente, faticano un po’ di più ad aprirsi, mentre con le donne si crea immediatamente un legame empatico. Inoltre gli uomini hanno la tendenza a sovrastimarsi (anche se col passare del tempo il fenomeno è in rapido calo), le donne a sottostimarsi.

 

E: Come si può uscire da questo tunnel di frustrazione professionale?
T: Innanzitutto è necessario, attraverso un’approfondita analisi della carriera pregressa, acquisire una buona consapevolezza del proprio valore e costruirsi una precisa identità professionale. Dopo di che, verrà molto più facile tracciare un percorso di carriera futuro e definire e attivare tutti i mezzi per l’automarketing ed eventualmente il rafforzamento delle aree critiche (ad esempio leadership, team working, comunicazione).

 

E: A differenza del mondo maschile, le problematicità professionali per una donna possono dipendere molto dall’età. Facciamo 3 esempi concreti. Se avessi davanti:
• una donna di 30 anni, che vuole fare carriera ma si trova di fronte a contesti aziendali che non le permettono di crescere;
• una donna di 40 anni rientrata dopo due maternità al lavoro che però non vuole rinunciare ad avere ancora una crescita professionale;
• una donna di 50 anni che, nonostante l’energia e l’esperienza, viene considerata “a fine carriera”;
cosa consiglieresti a ognuna di loro?

 

consulente-di-carriera


T: Prima che dall’età, le problematicità per le donne dipendono dal fatto che troppo spesso sono loro le prime a sentirsi inferiori agli uomini e ad accettare le differenze di trattamento, non solo a livello economico. Poi, fermo restando che ogni donna (così come ogni uomo) è un caso a sé, e ogni percorso è assolutamente personalizzato e unico, in linea di massima la trentenne ha problemi di comunicazione e di gestione delle relazioni, sia con i capi, ma anche con i colleghi e gli eventuali stagisti. La mamma quarantenne ha problemi di work&life balance, di gestione del tempo e dell’emotività. La cinquantenne, se è dirigente viene finalmente trattata al pari di un uomo, mentre se è a un livello inferiore, viene vista come un “peso morto”, la prima della lista al momento dei tagli. Ma la cinquantenne, a differenza del suo coetaneo maschile, ha molta più energia e capacità di rimettersi in gioco, è più propensa a reinventarsi e ad esplorare nuove vie professionali.

 

E: Se le nostre lettrici volessero rimanere in contatto con te, come possono farlo?
T: Innanzitutto visitare il mio sito:  http://www.consulenzadicarriera.com/ e contattandomi direttamente via mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonicamente al numero 0039 347 0045864


Sei anche tu una donna in carriera che deve conciliare lavoro, casa e famiglia? Se le cose da fare sono sempre tante, e il tempo sempre poco, puoi provare questo metodo.
Clicca qui per saperne di più