22 Mag

Gatsbymania. Il Grande Gatsby, il film del momento

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Ormai non ci credevo quasi più: erano tre anni che attendevo l'uscita di questo film.

Non ricordo dove e come avessi letto che Baz Lurhmann stava girando «Il Grande Gatsby», so solo che quando scoprii che in realtà non aveva ancora iniziato le riprese ebbi un moto di sconforto: chissà, allora, quando sarebbe mai arrivato nei cinema!
E infatti: rinvii su rinvii, annunci disattesi, trailer che anticipavano di sei mesi, se non di più, l'uscita del film; esce a febbraio, no esce a maggio, prima internazionale a Cannes: ma allora esce per davvero, evviva!

Non ricordo quale sia stato il mio primo incontro con Gatsby, anche se sarei pronta a scommettere di aver incontrato prima il Gatsby interpretato da Robert Redford e solo in un secondo momento di aver letto il romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ma so che comunque sia avvenuto è stato l'inizio di una grande passione.
L'incontro con Luhrmann, invece, era stato del tutto casuale, e la visione di «Romeo + Juliet» prima, e quella di «Moulin Rouge» dopo, mi avevano letteralmente fatta innamorare del genio visionario e poetico del regista.
Ovvio, quindi, che non vedessi l'ora di vedere cosa avesse fatto di uno dei miei romanzi preferiti, quale sarebbe stata la sua sintesi tra la prosa di Fitzgerald e l'utilizzo di musiche contemporanee e, soprattutto, come sarebbe stato il Gatsby di Leonardo DiCaprio.

L'essenza della storia del romanzo, che la prima volta ho letto nella traduzione storica di Fernanda Pivano per Mondadori, è così riassunta dallo stesso Fitzgerald: «L'idea di base di Gatsby è l'ingiustizia di un povero giovane che non può sposare una ragazza coi soldi».*
Ma non è solo quello, non è solo una storia d'amore, perché come Fitzgerald lascia intuire, è soprattutto il confronto tra classi sociali, i nuovi ricchi rappresentati da Jay Gatsby, il "self-made man", e i ricchi blasonati e le famiglie storiche, che si fronteggiano da una parte all'altra della baia dell'isola di Long Island: East Egg, dove vive l'amata e ricca Daisy Buchanan, e West Egg, dove maestosa, regno del kitsch e di lussuose feste durante le quali scorrono fiumi di champagne e brillano star del cinema e abiti in lamé, si erge la villa di Gatsby, al fianco della quale, in un piccolo cottage, vive Nick Carraway, cugino di Daisy e narratore e testimone degli eventi, e che si riflettono l'una nell'altra: unite da un sogno e dalla luce verde di una lanterna sul pontile dei Buchanan, che appare e scompare nelle notti umide di nebbia o nel pulviscolo dorato delle calde giornate estive, simbolo del legame che unisce Daisy a Gatsby e il passato al presente.
Si svolge tutta lì, la storia, nelle due ville poste ai lati opposti della baia, lungo le strade tortuose che conducono a New York passando per agglomerati che nel nulla costeggiano la Valle delle Ceneri, nelle case abitate da miserabili che cercano di sporcarsi della polvere d'oro che sembra cadere dalle lussuose auto di passaggio, negli "speakeasies" della città, dove il jazz, le scommesse clandestine e il consumo di alcol la fanno da padrona.
Sono i «Ruggenti Anni Venti», gli anni d'oro che preannunciano senza saperlo la Grande Depressione, il crack economico del 1929.

Così, dicevo, il film che tardava ad arrivare, l'acquisto nel frattempo della nuova traduzione a opera di Tommaso Pincio per Minimum Fax (nel 2010 sono scaduti i diritti d'autore e alla traduzione della Pivano se ne sono aggiunte molte altre) e la terza rilettura, una ulteriore visione del film con Robert Redford e Mia Farrow (e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola!), arriva finalmente il 16 maggio alle ore 21,15, quando mi trovo, finalmente, dentro alla Sala 5 del Cineland di Ostia per assistere alla visione del film.
Agitata, come tutte le volte che vado al cinema, quando all'emozione (come in questo caso grandissima) si aggiungono l'ansia da claustrofobia e le perplessità dovute al fatto che mai prima di quel momento avevo ancora visto un intero film in 3D: mi darà fastidio, non mi darà fastidio, mi verrà mal di testa, avrò anche questa volta il desiderio irrefrenabile di fuggire non appena si spegneranno le luci e la potenza del sonoro si manifesterà con tutta la sua forza e tutti i suoi watt?
No, non sono fuggita, per fortuna, perché il 3D mi ha subito rapita lasciandomi a bocca aperta, perché le parole di Fitzgerald sin dall'incipit sanno essere così avvolgenti da trascinare immediatamente dentro alla storia, perché la curiosità e il desiderio di vedere West Egg prima, Daisy e Jay Gatsby poi, sono state talmente forti da non aver lasciato spazio a nient'altro che a quello, in un rapimento che è stato totale.

 

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Mi accorgo adesso, nei giorni immediatamente successivi alla visione del film, che quella che per lungo tempo ho creduto essere solo una mia fissazione, è invece diventata, grazie a un'imponente operazione di marketing e pubblicità, una mania collettiva: articoli su articoli, una pagina Facebook (con 703.683 "Mi piace" - incluso il mio - e 422.815 'ne parlano') interamente dedicata al film, decine e decine di persone che rileggono o leggono il romanzo per la prima volta, addirittura una mostra alla Galleria Colonna (non ce la faccio a chiamarla «Alberto Sordi», che Albertone mi perdoni) che, nei giorni immediatamente precedenti l'uscita del film, mostrava abiti e oggetti di scena.
Ma Baz Luhrmann, si chiederà chi non l'ha ancora visto, ha vinto la sfida?
Al botteghino di sicuro (gli ultimi dati pubblicati sulla pagina Facebook di cui sopra parlano di 600.000 euro incassati nella sola giornata di giovedì 16 maggio), la mia opinione da appassionata del romanzo e da spettatrice, che tutto vuole essere tranne che critica cinematografica, è che la sfida è vinta a metà: perché se è vero che il film è grandioso, che costumi e colonna sonora sono di altissimo livello e che la commistione tra jazz pop e hip pop è a dire poco esaltante, se Leonardo DiCaprio è l'ennesima conferma di un enorme talento, altre cose, come l'aspetto psicologico dei personaggi principali (che Daisy sia una ragazza viziata e superficiale e che i Buchanan in genere sia gente abituata a manipolare e a buttare via le persone come fossero fazzoletti di seta, non si evince dalla narrazione ma solo dal ricordo di quanto narrato nel romanzo) a mio parere restano troppo a margine, così come il forte contrasto tra West Egg e East Egg che non è rappresentato fino in fondo. Sembra quasi che il film, contrariamente al romanzo che si legge in un continuo crescendo, nelle oltre due ore di proiezione vada perdendo via via di energia.
Forse, al sogno visionario di Luhrmann è mancata questa volta quella luce in più che era riuscito a trovare nella trasposizione di «Romeo e Giulietta», l'idea che lo aveva portato a realizzare un'opera dalle tinte a dalle note 'acide' che esaltavano, per contrasto, la poesia e la musicalità delle parole di Shakespeare.
Forse, per dirla alla Fitzgerald, Luhrmann, come Gatsby, non è riuscito a seguire fino in fondo la luce verde, arrivando così a un passo dall'afferrare un sogno che invece era già alle sue spalle.

 

*(Dalla postfazione di Tommaso Pincio a Il Grande Gatsby edito da Minimum Fax e tradotto da Tommaso Pincio)

 

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Letto 3044 volte Ultima modifica il Mercoledì, 22 Maggio 2013 18:22
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Patrizia Ferrante

La Pitta è una dritta con i capelli a spaghetto lunghi come un vialetto. Potrebbe raccontare a tutti che ha lavorato più di venti anni per la pubblicità, potrebbe dire che ha visto l’uomo atterrare sulla luna e che ha passato più di cinquemila minuti a guardare ogni genere di film con grande passione.

 

Già, potrebbe.

 

Ma la Pitta è troppo modesta. Alla Pitta piace: arrivare sempre alla fine di un libro, leggere i titoli di coda fino a quando non si accendono le luci in sala, bere tè appena sveglia, segnarsi i titoli delle canzoni da sentire almeno una volta nella vita, ascoltare i discorsi che le persone fanno quando sono al ristorante e “Il favoloso mondo di Amélie”, ma questo l’avevate già capito.

Sito web: uominidiunavolta.altervista.org/