04 Nov

Joker, simbolo di disagio e diversità: la recensione del film

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Joker. La nemesi per antonomasia, non solo di Batman ma quasi di tutto il mondo fumettistico. È un personaggio immaginario creato da Bob Kane, ispirato all’opera di Victor Hugo “L’uomo che ride”, divenuto talmente popolare da rappresentare in molte occasioni un pericolo tangibile per la società del mondo reale.

Un personaggio che, alla stregua del suo antagonista col costume da pipistrello, è costruito in maniera così complessa e stratificata da sembrare vero. Joker assurge ad un archetipo riconducibile a situazioni e persone realmente esistenti. È il simbolo del disagio mentale e della diversità. La mente è la macchina più complessa che esista e ovviamente, in questo caso, per disagio mentale si intendono tutte quelle patologie che costituiscono fonte di pericolo per il prossimo.

 

“Joker”, ultimo film in cui vediamo l’ennesima versione del sadico clown, è diretto da Todd Philips, con Martin Scorsese che figura tra i produttori, e interpretato da Joaquin Phoenix, ed è il primo lungometraggio che vede il personaggio come protagonista assoluto di una storia dedicata alla comprensione della sua personalità e della sua stessa esistenza. E’ una classica origin story come ogni altro film sulle origini di un supereroe che si rispetti, concepito però come un film di tutt’altro stampo.

La pellicola, vincitrice del Leone d’oro alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nonostante le lodi ha suscitato anche molte polemiche dopo la sua uscita nelle sale, in Italia il 3 ottobre 2019, perché raffigura appunto un personaggio così estremo e pericoloso da rappresentare, più di ogni altro personaggio immaginario, una potenziale fonte di ispirazione ed emulazione.

 

Sicuramente la colpa non è da imputare agli atti di violenza ritratti dalla pellicola, per altro molto esigui rispetto al peso narrativo che viene dato al percorso psicologico del personaggio.

 

Ci sono, e ci sono stati, film ai quali si possono rivolgere accuse di istigazione alla violenza ben più fondate. La risposta a queste accuse risiede proprio nella popolarità del personaggio, nell’aura che lo avvolge e nella conseguente attesa di un’opera che lo ritrae nella sua interezza, disturbante e misterioso, e che anni di fumetti non hanno voluto mostrarne chiaramente la genesi.

Joker è la risposta alle mille sfaccettature della natura umana, tanto appassionata verso la figura dell’eroe, simbolo della speranza e del desiderio di essere qualcosa di più, quanto attratta dalla figura negativa del cattivo, che assolve a strumento di sfogo di una parte sopita dell’animo umano.

 

Non a caso nella letteratura classica e per ragazzi l’eroe spesso si trova a fare i conti con il proprio lato negativo, la parte di sé che vorrebbe dare libero sfogo agli istinti del proprio animo, appunto perché questo atteggiamento lo rende più realistico e vicino alle battaglie interiori che potrebbe avere qualunque individuo.

 

Tale è la risposta alla domanda del lettore/spettatore che ad un certo punto vorrebbe vedere l’eroe cadere, immergersi anch’egli in un certa quantità di disperazione e negatività, soltanto per il mero gusto di vederlo risorgere più forte di prima. Bisogna conoscere il Male per elevarsi a difensore del Bene, così come bisogna conoscere il nemico per combatterlo. Questo affascinante dualismo è sempre stato uno dei tratti distintivi dell’enigmatico rapporto tra Batman e Joker.

 

Il film costituisce il primo progetto della Warner Bros. facente parte di un’ipotesi generale, avanzata dallo stesso Todd Philips, di realizzare una serie di pellicole, basati su personaggi della DC comics, a budget ridotto e con la prerogativa di partire dal materiale originale di base per poi modificarlo, mirati ad una poetica del realismo, non solo concettuale ma anche estetico.

 

Come già detto parliamo di un personaggio le cui origini sono sconosciute, o meglio, se ne conosco molte varianti, suggerite in molte collane e numeri a fumetti de Il Cavaliere oscuro, specialmente nella celebre versione di Alan Moore “The killing Joke”.

 

Il lavoro di Philips è liberamente ispirato a quella storia ma il fascino di un personaggio folle come Joker sta anche nella follia che avvolge tutto ciò che lo riguarda. Frammenti di racconti e ricordi che nessuno può mai confermare o confutare, episodi bizzarri e contraddittori che lasciano spazio ad una storia enigmatica colma di mistero.

La sceneggiatura di Philips soddisfa la curiosità dello spettatore regalando delle origini ad Arthur Fleck, vero nome del futuro maniaco criminale, ma non rinuncia a divertirsi nel dipanare il mistero un pezzo alla volta, con un gioco nel quale ogni versione delle persone coinvolte nega quella precedente, sino ad arrivare all’inizio di un percorso traumatico che può condurre un normale essere umano alla totale ed incontrollabile follia.

 

Il risultato finale è un film dai tratti maestosi confezionato come un film d’autore, un noir mascherato da cinecomic. Due ore di film che scorrono come se fossero trascorsi 10 minuti.

Una sceneggiatura magistrale, che riesce nell’intento di cogliere gli aspetti distintivi del personaggio a fumetti e trasportarli nella vita reale, realizzando un’opera che potrebbe divenire un punto di rottura nella storia di questo genere cinematografico.

 

Difatti la pellicola utilizza una storia a fumetti come pretesto per raccontare e mostrare tutto ciò che può esistere di sbagliato all’interno di un tessuto sociale e politico. I riferimenti sono chiaramente a pellicole di Scorsese come “Taxi driver” e “Re per una notte”, che il regista omaggia anche con la presenza di Robert De Niro nelle vesti di un conduttore di talk show, e che rappresentano due esempi in cui il protagonista sputa fuori tutto ciò che ha assorbito dalla società che gli gravita attorno.

Inutili e insensati i paragoni con lavori e interpretazioni precedenti, perché qui ci troviamo di fronte a qualcosa di radicalmente differente. Arthur Fleck (un Joaquin Phoenix dal talento straripante) è un comico da strada che ambisce alla stand-up comedy e al cabaret.

 

Infelice, depresso e alla ricerca di amicizia e amore, Arthur subisce le difficoltà di emergere e trovare il proprio posto, essere accettato dal mondo che lo circonda.

Il fenomeno del diverso, che in quanto tale viene isolato e lasciato a marcire. È una storia di malattia mentale sul sottile, e labile, confine tra la guarigione e la caduta, sullo sfondo di una città e di una società talmente trascurata dagli indifferenti poteri che la sovranano, da trovare rivalsa solo nella violenza.

 

Perdendo fiducia e speranza nell’essere accettato dalla società, Arthur perderà coscienza di se stesso meditando distruzione, affogando nella propria malattia, così agghiacciante perché quasi consapevole, alimentata da vicende e problemi personali, arrivando al punto in cui troverà il proprio posto nella disperazione di quella porzione di società che non solo lo accetta ma lo idolatra, diventando Joker.

Piuttosto che una potente critica nei confronti della parte sbagliata della società, quella negativa che sceglie, o che è costretta a scegliere il Male, appare molto più evidente un ritratto feroce di una parte di società cosiddetta “sana”, che non si assume mai la colpa e la responsabilità di consentire continuamente l’avanzare del Male in tutte le sue forme.

Letto 77 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Novembre 2019 16:29
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Giulio_

Sono Giulio, mi piace ascoltare e parlare di Cinema.

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