25 Giu

Beirut, la recensione del film

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Sullo sfondo della guerra civile libanese si consuma la storia di un uomo diviso tra doveri e valori affettivi. Il difficile contesto del Medio Oriente, precisamente quello della capitale del Libano, Beirut, devastata dal 1975 al 1990 dalla guerra tra musulmani e cristiani, nonché dagli attacchi israeliani nel tentativo di stanare Yasser Arafat, non funge da mera scenografia al servizio di una storia, piuttosto si presenta come protagonista e cerimoniere degli avvenimenti qui sceneggiati da Tony Gilroy e diretti da Brad Anderson.

Il primo, autore di chiara fama che in veste di sceneggiatore, regista o produttore ci ha regalato titoli sempre interessanti e sofisticati, a partire da “L’avvocato del diavolo”, la saga della spia “Bourne”, fino alla pellicola Michael Clayton con la quale inaugurò il suo passaggio dietro la macchina da presa. Il secondo, anch’egli prolifico in più ruoli nell’ambito televisivo e cinematografico, che si è fatto conoscere come raffinato autore di prodotti a taglio fortemente psicologico quali “Session 9” e lo splendido “L’uomo senza sonno”. “Beirut”, scritto nel 1991 ma che può sperare in finanziamenti solo dopo film come “Argo”, è distribuito in Italia su Netflix a partire dal 15 giugno 2018.

Il film si apre agli inizi degli anni ’70 per poi svolgersi dopo un decennio, mostrandoci un declino totale di protagonista, co-protagonisti e antagonisti tutti strettamente legati, e condizionati, al drammatico sfondo storico in cui si muovono. Un diplomatico americano, Mason Skilles, interpretato da Jon Hamm, star di “Mad Men” nonché efficacissimo antagonista di Ben Affleck in “The town”, vive a Beirut, con moglie autoctona e un ragazzo 13enne da lui accolto e che da li a poco diventerà suo figlio adottivo. Fine dicitore e abile negoziatore, Mason intrattiene rapporti con i più alti esponenti della politica medio-orientale, facendo da mediatore per il Governo statunitense. È il 1972 e il massacro di Monaco appena accaduto scatena gli eventi che sconvolgeranno la vita di Mason. Un gruppo di miliziani invade la sua residenza alla ricerca del ragazzino che Mason ha preso in custodia, il quale si scopre non essere solo al mondo, bensì fratello del sospettato numero uno a capo del gruppo di terroristi colpevoli della strage di Monaco.

Mason e tutte le persone a lui legate saranno segnate da questa tragica irruzione che, dieci anni dopo, lo perseguita ancora e lo vedrà tornare a Beirut su richiesta della CIA, assolvendo ad un incarico ufficialmente didattico, per intervenire ad una conferenza universitaria, mentre ufficiosamente sarà chiamato a negoziare le trattative per il rilascio di un ex-collega della rapito dalla malavita locale per motivi sconosciuti. La sceneggiatura, seppur talvolta prolissa sino a sfiorare la ridondanza, resta comunque sufficientemente serrata e certamente precisa nel racconto degli avvenimenti storici che accompagnano i personaggi.

La mano del regista, stilisticamente movimentata al servizio di una storia quasi documentaristica e fedele ai fatti, e una fotografia dalle atmosfere aridamente calde, sono gli ingredienti di questo spy-thriller elegante ma nel contempo sporco, coerente con l’ambientazione urbana di una città afflitta da continui scontri, in cui lo scoppio di un ordigno accompagna la quotidianità quasi quanto il rumore dei clacson. Al centro di un tale contesto la storia personale del protagonista, segnato dal dramma della perdita, mitigato inutilmente dall’abuso di alcol. Mason sperimenta il lutto, il fallimento, il tradimento, la delusione, tutte tematiche celate dal suo senso del dovere e dal talento nel trattare con la gente.

Nonostante i solidi presupposti la pellicola fatica a coniugare la potente ricostruzione storica con una storia individuale, che invece di rapire l’emozione dello spettatore si sgonfia in favore di un lucido racconto di cronaca.

 

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Giulio_

Sono Giulio, mi piace ascoltare e parlare di Cinema.

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