Il ciclo delle emozioni. 

Stanca chiudi gli occhi e ti sembra di aver vissuto mille vite, credi ormai di aver dato tutto: il meglio e il peggio di te.
Per l’ennesima volta nella nostra testa parte il pensiero che depositare le armi della battaglia e attendere la fine sia l’unica cosa da fare, come se la vita stessa ci stesse insegnando, plasmandoci a suo volere e piacere, che per noi in questo mondo non c’è posto.
Nulla scalda la nostra anima, è un immenso blocco di ghiaccio.
Gli occhi spenti, il sorriso finto davanti a tutti per non sentirsi dare della depressa cronica, le spalle curve.
Si va avanti così per giorni e giorni come in un tunnel: poi, come in uno di quegli inverni particolarmente rigidi e cupi arriva finalmente quel giorno …un giorno speciale che ha racchiuso in se quel dolce richiamo al risveglio, una sorta di primavera dell’anima...
Tutto appare diverso: quel profumo d’aria nuova che prima non sentivamo, nel cuore un calore tiepido di luce, come un sole, che rischiara tutto: la vita sta bussando nuovamente.
Sembrerà banale eppure e così, nel pieno del tuo inverno interiore arriva sempre nuovamente la luce: basta poco, davvero poco…una canzone ascoltata per caso alla radio, un libro acquistato solo per la bella copertina, il visetto di un bimbo appena nato, un nuovo amore, una chiacchierata su FB con quella persona che mai si pensava di conoscere nella vita, una frase su un cartellone vista dal bus mentre già stanche andiamo al lavoro, un gesto, un cane, un fiore visto nascere dall’asfalto…

 

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Un risveglio mandato proprio da quella vita che sembra sempre pronta a toglierci la felicità, come se dovessimo essere puniti per il solo motivo di aver pensato anche solo per un micro istante di aver toccato con un dito la felicità… ma poi sempre lei… ce la riporta …
Accade sempre così, mille primavere e mille inverni della nostra vita si alternano in noi … un po’ come nei video games, livelli sempre più difficili da affrontare e a ogni livello acquistiamo armi nuove, sempre più potenti per arrivare alla fine del gioco vincenti.
Mai arrendersi e permettere al gioco di vincere, mai arrendersi agli inverni dell’anima e far vincere quegli ostacoli che si pongono davanti a noi, ma andiamo sempre avanti, come una sfida, e alla fine arriveremo a essere sempre più forti e più consapevoli della vita e di noi stessi.

 

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La Pet-therapy migliora il nostro benessere. 


È indubbio, e facilmente osservabile, come negli ultimi anni i negozi e le attività commerciali dedicate ai nostri cari animali domestici siano notevolmente aumentate di numero e in varietà. Si va dagli allevamenti delle più svariate razze canine e feline, ai negozi di accessori, alimenti per animali, toelettatura, toelettatura self-service, mega-store e catene in franchising interamente dedicate agli amici a quattro zampe.
Robe da matti! Vien da pensare….
Invece proprio cose da matti non sono. Anzi, questa attenzione per gli animali ha un’origine molto antica e, a ben pensarci, è da sempre esistita.
L’Homo sapiens usufruiva del fiuto e della fedeltà del cane per cacciare e difendersi dai nemici ben 12.000 anni fa.
Per quanto riguarda il gatto, è risaputo come gli Egizi convivessero e considerassero sacri i felini già a partire dal 3000 a.C.
Per gli appassionati d’ittica, sull’allevamento e utilizzo delle carpe come pesci “ornamentali” si hanno notizie che risalgono al 400 a.C. nella Cina della dinastia Ming. Non dimentichiamo che i pesci rossi, le carpe Koi, gli Scalari, i Molly… (questi sono solo alcuni nomi di tipologie di pesci ornamentali) sono acquistati non solo per la loro bellezza, ma anche per il relax che trasmette la contemplazione dei loro movimenti sinuosi.
Anche Henri Matisse fu così attratto dalla delicatezza dei pesci rossi da dipingerli più volte nelle sue tele.
L’attaccamento alla natura e alla terra è arcaico e sempre vivo nella mente dell’uomo “moderno”. Non dimentichiamo che il nostro cervello non è cambiato molto, dal punto di vista evoluzionistico, dal cervello dell’uomo “delle caverne”. Salvatore Quasimodo ben rappresenta questo concetto con le parole “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”.
La vita in città, oggi sempre più ricercata per questioni di lavoro ma anche di comodità, ha allontanato l’uomo dal contatto con la natura.
Le aree verdi si riducono sempre più per lasciar posto a condomini, i gatti di strada oramai non esistono più perché rinchiusi nei gattili, anche vedere gli uccellini è sempre più difficile per via dell’inquinamento acustico e del ridotto numero di alberi…
Quanti sono i bambini che hanno tenuto per le mani un uovo appena deposto? Quanti di loro hanno mai visto una mucca dal “vivo”? E quanti hanno la fortuna di avere un animale domestico in casa?

 

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Eppure, nonostante la vita frenetica ed alienante delle città, il richiamo alla natura è ancora forte.
Prendersi cura di un piccolo orto sul terrazzo, annaffiare regolarmente le piante tenute sul davanzale, accarezzare e farsi avvolgere dalle fusa del proprio gatto… sono tutte azioni che tolgono stress e nevrosi in quanto riavvicinano lo spirito umano alla sua origine più antica e profonda.
L’uomo è da sempre vissuto a contatto con la natura. Migliaia e migliaia di anni di evoluzione e di contatto con la terra non possono essere improvvisamente cancellati e sepolti dal boom economico che ha portato all’industrializzazione, alla diffusione sul larga scala delle automobili e la creazione delle infrastrutture necessarie alla loro circolazione.
Ecco perché l’uomo di città è sempre più alla ricerca di uno spazio verde o di un animale da accudire, in quanto ciò lo riavvicina al suo più antico passato.

 

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Lo stress è un argomento molto gettonato ultimamente, perché è diventato un problema che tocca una grossa fetta di popolazione e le donne sono particolarmente colpite. Pare sia davvero il male del nostro tempo, prodotto di una società che corre troppo in fretta e inghiotte le nostre vite quasi lasciandoci inermi.

Ma cos’è lo stress? Nel linguaggio comune viene usato come sinonimo di ANSIA, PREOCCUPAZIONE, TENSIONE e ha sintomi sia a livello fisico che emotivo.
Ha quindi acquisito nel tempo un’accezione negativa, nonostante in realtà nasca come capacità di reazione del nostro corpo al pericolo, quindi come funzione positiva.

I fattori di stress sono generalmente stimoli esterni che provocano una reazione biologica nel nostro corpo che si articola in 3 fasi.
La fase di allarme: in cui il corpo si prepara a difendersi, ad esempio aumentando la pressione sanguigna e la tensione muscolare, acuendo i riflessi e producendo cortisolo.
Poi c’è la fase di resistenza, in cui l’organismo cerca di adattarsi alla situazione esterna creatasi, riportando lo stato fisiologico alla normalità.
Infine c’è la fase di esaurimento, ma questa si manifesta solo nel caso di stress continuo o troppo intenso. Il corpo, non riuscendo a far fronte al troppo stimolo, perde la sua naturale capacità di adattamento, creando la condizione per l’insorgere di malattie di vario genere.
Le patologie che possono insorgere vengono dette PSICOSOMATICHE, proprio perché partono da una condizione psicologica di stress eccessivo, e possono essere di varia natura: dall’ipertensione alla colite, dai problemi digestivi alle irregolarità del ciclo mestruale, dai problemi respiratori ai dolori muscolari. Ma si può arrivare anche a problemi più gravi come ischemia e infarto.
Ma perché insorgono questi disturbi? Tutto parte dalla produzione di CORTISOLO, un ormone rilasciato dalle ghiandole surrenali in situazioni di allarme, che influenza il metabolismo e il sistema immunitario. Questo però, a lungo andare, causa un abbassamento delle difese dell’organismo. Ecco perché essere sottoposti a eccessive dosi di stress, compromette la salute.

 

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In tutto questo, il peso del fattore psicologico è notevole. Pare infatti che, oltre alle cause esterne, giochi un ruolo cruciale anche la nostra attitudine personale, cioè il modo in cui affrontiamo e gestiamo lo stress. Partendo da situazioni di stress esterno similari (tutte quante abbiamo infatti la nostra dose di problemini e problemoni ogni giorno), le donne caratterialmente più tranquille e pacate tendono a soffrire di meno, e ad avere quindi meno problemi di salute. Lo stress non è quindi solo un qualcosa di esterno: le sue cause sono esterne, ma è il modo in cui le viviamo e le metabolizziamo a creare stati più o meno marcati di tensione.
La SOLUZIONE? Innanzitutto cercare di dare il giusto peso alle cose, non ingigantendo problemi in realtà minimi, e lasciandosi “scivolare addosso” quanto più possibile le piccole tensioni quotidiane. Poi cercando di sfogare lo stress in qualcosa di salutare, prima di tutto l’attività fisica (vanno bene sia pratiche soft come yoga e ginnastica dolce che attività più energiche come la kick boxing), che oltre a sciogliere le tensioni è un toccasana per il nostro corpo. In ultimo, cercando di risolvere i problemi che sono fonte di stress in modo deciso. È inutile lasciarli a sedimentare per paura di affrontarli, questo a lungo andare ci logora. Meglio allora ragionare sulle possibili soluzioni e agire. Nel frattempo, lavoriamo per adottare una nuova mentalità, che ci permetta di relegare lo stress nell’angolo, fino quasi a dimenticarcene: perché la vita è troppo bella (e troppo breve) per annegarla nello stress di tutti i giorni!

 

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Ti capitano mai quei periodi in cui ovunque ti giri, ti sembra di accendere discussioni e litigi? Al lavoro, in famiglia, in coppia o con gli amici, le discussioni possono accadere, è normale, ma se sono frequenti allora c’è qualcosa alla base che va risolto. Proviamo a guardarci dentro e a vedere se ci sta capitando una di queste 3 cose:


1. Hai grandi aspettative nei confronti di chi ti circonda.
Ti aspetti mai che il tuo compagno ti telefoni appena stacca dal lavoro? O che la tua migliore amica percepisca subito che hai una giornata no? O che i tuoi colleghi facciano una cosa appena gliela chiedi? E… arrabbiarti se tutto ciò non accade? Magari non in maniera sistemica, ma sono cose che prima o poi tutti facciamo. Quando questo accade, significa che in un certo senso pretendiamo di essere al centro dell’attenzione delle altre persone. Ma ognuno di noi mette sé stesso al primo posto: è normale e istintivo, e come succede agli altri – se ci pensi bene – capita anche a noi stesse. E ciò non ha nulla a che vedere col fatto di essere generosi o premurosi verso gli altri, si tratta proprio della bussola che guida le nostre azioni. Ognuno di noi ha i propri desideri e le proprie necessità, quindi, ogni qualvolta ti capiti di pretendere di essere in cima ai pensieri di qualcuno, fermati un attimo a riflettere. Al posto di pretendere, prova prima a dare all’altra persona lo stesso tipo di attenzione che chiedi, abbassando l’aspettativa sul risultato senza forzare la mano. Lasciando gli altri liberi da pretese e donando loro attenzioni, gli verrà automatico restituirti lo stesso trattamento, e tu otterrai ciò che vuoi senza malumori!

 

2. Vuoi che gli altri si guadagnino il tuo rispetto.
Ti capita mai che qualcuno ti dica “Ho scoperto che sei un’ottima amica/collega/persona, ma per guadagnarmi la tua fiducia ho sudato sette camicie!”. Vuoi per delusioni passate, vuoi per insicurezza, vuoi per timidezza, a tante capita di erigere un muro nei confronti degli altri e di sottoporli a una serie di sfide (ben più ardue di Mai Dire Banzai!) prima di dar loro fiducia e rispetto. Ma questo atteggiamento spesso è interpretato come un volersi mettere sul piedistallo, o porsi comunque su un altro livello, e può portarti a essere giudicata in maniera errata o ad avere discussioni. E in effetti un fondo di verità c’è: se ritieni la persona che hai davanti non degna della tua fiducia, la poni in un certo senso a un gradino più basso del tuo. Questo non significa essere ingenua e fidarsi di chiunque, ma almeno dare alle persone il beneficio del dubbio senza partire prevenuta. Anche perché il tuo atteggiamento potrebbe viceversa dare una cattiva prima impressione di te all’altro, e questo nuoce sia in ambito lavorativo che personale. Quindi apri uno spiraglio: riserva a chi entra nella tua vita un “bonus fiducia” di partenza e vedi come va. Se poi verrai delusa, fai sempre in tempo a fare marcia indietro, ma solitamente un atteggiamento positivo attira positività!

 

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3. Invidia, maledetta invidia.
Lo so, è tremendamente fastidioso ammetterlo, ma succede. Quante volte abbiamo detto che una persona proprio non ci va giù: magari “a pelle”, magari per l’atteggiamento, chi lo sa. E guai a insinuare che sia invidia: il fatto che si vesta molto bene, o abbia un paio di chili in meno, o un fidanzato molto carino, non c’entra nulla! Giammai! Va bene, alle volte c’entra, ammettiamolo. E questi pensieri si insinuano in modo talmente subdolo nella nostra testa che neanche ce ne rendiamo conto: accade in un attimo… e quella persona improvvisamente ci sta antipatica e iniziamo a trattarla in maniera più fredda. Magari pure ci punzecchiamo a discutiamo. Pensaci bene, i motivi possono essere anche più sottili: la posizione lavorativa, il carisma, la benevolenza che quella persona attira. Ci possono essere tante ragioni per invidiare una persona, ma fartela nemica non risolverà nulla, e nuocerà solo a te! Quindi, soluzione? Innanzitutto ammettere con noi stesse la cosa (ci si sente molto più leggere dopo, provare per credere!). E poi, avvicinarci a quella persona e diventarci amica! Perché, ti chiederai? Ma chi meglio di lei può svelarti i segreti per avere anche tu la stessa cosa che invidi a lei! poi chiacchierando chiacchierando, chissà che non scopri di aver trovato un’ottima amica!

 

 

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Ebbene sì, il "significato" di un tatuaggio non risiede soltanto nella figura rappresentata, legata magari a un ricordo o un’esperienza, ma il dove decidiamo di imprimerlo per sempre ci dice altrettanto, se non di più.
Nelle sue origini più primitive il tatuaggio rappresentava un simbolo di integrazione, di accettazione da parte di un gruppo di individui: ad oggi la sua accezione risulta variata, in quanto rappresenta un segno per distinguersi, per renderci unici rispetto alla massa.


Con esso comunichiamo la nostra interiorità: profonda, complessa, allegra, svampita, violenta, sognatrice, romantica, aggressiva, creativa, anticonformista, ribelle, ecc. è una dichiarazione di identità: io sono così, e uso i miei tatuaggi per sottolinearlo.


Bisogna distinguere dunque chi invece vede il tatuaggio (e lo fa) come un vezzo, una pura e semplice decorazione che orna e valorizza una parte specifica del proprio corpo: scelta condivisibilissima, sia chiaro, ma che non trova fondamento nella teoria precedentemente espressa. Quindi cari esteti non me ne vogliate… renderemo merito in altro modo alla vostra mera e pura arte corporea.

La scelta di un luogo molto visibile o molto poco visibile indica quale vuole essere il suo grado di comunicatività: l’essere in vista suscita, inevitabilmente, maggiore curiosità da parte di chi lo nota, invitandolo ad indagare sulla sua origine e storia.

 

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Non a caso, recentemente, è nata la “psicologia del tatuaggio” dovuta alla sempre maggiore diffusione del fenomeno. La neo disciplina studia il carattere delle persone in base ai segni impressi in modo indelebile sulla loro pelle. Quando si tratta del nostro corpo, il significato dei simboli non può essere interpretato con la semplice intuizione, ma va cercato nell'inconscio. La scelta del disegno e della zona da tatuare non è mai neutra, ma rimanda al mondo dei simboli e fa emergere quello che è nascosto all'interno dell'individuo, il suo vero carattere.

Tatuarsi la parte sinistra del corpo, che per la psicoanalisi rappresenta il passato, è tipico delle persone pessimiste, con poca fiducia in se stesse. La destra, invece, legata al futuro denota un carattere solare, aperto ai cambiamenti, ma ben ancorato alla realtà. 
Tatuarsi il tronco denota concretezza e capacità decisionali. Se la scelta cade sulle braccia, significa che l'individuo sta attraversando una fase di lenta maturazione. Mentre le persone infantili e poco riflessive preferiranno le gambe. Se il tatuaggio si trova in una parte anatomica normalmente nascosta come l'ombelico, l'interno cosce, la persona è timida e insicura, con forte senso di inferiorità. La caviglia è la zona preferita dalle donne sospettose e gelose, ma anche molto femminili e dagli uomini competitivi e battaglieri. Tatuarsi le zone genitali, infine, assume significati opposti per uomini e donne. Combattive, autonome e sensuali queste ultime. Maldestri e passivi i primi.


La zona da tatuare varia anche a seconda del sesso: gli uomini preferiscono la schiena, la spalla e il braccio destro. Le donne, la caviglia e il polso, adatti ai disegni più piccoli come fiori, rondini o delfini, che sono i prediletti dal sesso femminile.


E voi? Raccontaci la vostra di esperienza. Dove vi siete Tatuate e perchè? 

 

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