17 Gen

Ricomincio da zero

Pubblicato in Attualità

Eccomi qui, ma questa volta voglio spostare la mia attenzione che normalmente si concentra su tutto ciò che è fashion, per parlare di un altro argomento…ma prometto che poi tornerò a “parlare Pradese”.
Ci stavo pensando da qualche giorno…con la scusa dell’inizio del 2013 tutti i Social Network e i giornali non parlano d’altro: i buoni propositi per il nuovo anno, ma la mia riflessione si è soffermata su altro. In quanti sono “costretti” a ricominciare da zero? In tantissimi, me compresa. La motivazione può essere la fine di un Amore, la perdita del lavoro o meglio il cambio del posto del lavoro (perché voglio essere ottimista), il trasferimento in una nuova casa, l’inizio o la fine di una convivenza, l’arrivo di un figlio, il matrimonio, o il ritorno al mondo dei single…tanti motivi per dire “Basta! Adesso ricomincio tutto da zero!”.
Bisogna però fare una distinzione tra quelli che devono ricominciare per motivi positivi (l’arrivo di un bebè, il matrimonio, l’arrivo dell’Amore vero, un miglioramento professionale…) a cui posso solo fare i complimenti e quelli costretti a risollevarsi per una batosta, spesso inaspettata che ti colpisce in pieno volto come un fulmine a ciel sereno. Sono proprio loro quelli a cui indirizzo il mio articolo giusto perché ci sono passata anche io!
Lo so, e parlo per cognizione di causa, certe parole vi sembreranno inutili e già sentite, ma solo adesso, superato il momento in cui si vede tutto nero, posso dirvi che le persone che vi stanno accanto e vi incitano ad andare avanti hanno perfettamente ragione.
“Morto un papa se ne fa un altro”, “Chiusa una porta si apre un portone” frasi che sentirete a gogo, sta a voi capirne l’utilità. Gli amici (e solo in questi casi riconosci quelli VERI…quelli disponibili in pieno agosto, anche se sono in ferie, quelli che stanno con te tutta la notte per farti ridere o per asciugarti le lacrime, a differenza di quelli che ti mandano un sms freddo giusto per scoprire cosa è successo o da che parte stare) vogliono solo la nostra felicità e solo chi è passato nella nostra stessa situazione può aiutarci veramente. Ascoltate tutti i consigli che vi arrivano, dai colleghi, dai compagni di studio, dal vicino, purchè siano opinioni sensate e di persone che possono capirvi perché sono loro i primi ad essere stati lasciati, ad aver perso il lavoro o ad aver chiuso una convivenza. Fate vostre solo le parole che vi possono dare quella spinta necessaria a rialzarsi. All’inizio sembra tutto nero, le lacrime escono senza controllo, anche in ufficio davanti al pc, vi passa l’appetito e iniziate a colpevolizzarvi per cercare il motivo per cui è successo tutto, SBAGLIATO!!

 

 

Ma poi arriva il giorno in cui ricomincia a risplendere il sole, una parola o un semplice gesto di qualcuno vi aiuterà a riprendere il vostro cammino a rivedere i colori, riassaporare i gusti e gli odori del mondo che vi circonda. Ricomincerete a cercare un nuovo impiego, a conoscere nuova gente, a conoscere nuovi amici e troverete persone degne di stare al vostro fianco. Coccolatevi, viziatevi, pensate solo a voi stessi e a volervi bene.
Ricordate, tutto può essere sistemato, basta volerlo e vedrete che sarà molto meglio di prima. Quindi se vi riconoscete in questa categoria la parola d’ordine per il 2013 è RESET! Avanti amiche….io l’ho già fatto…e anche in questo caso lo shopping può essere molto d’aiuto!

 

Spesso le donne carismatiche e di polso tendono ad attirare aggettivi non proprio lusinghieri, specialmente sul lavoro, e specialmente se questo atteggiamento sfocia nell’autoritarismo.

Ovviamente nessuno pensa che tu ti diverta a riprendere i tuoi colleghi o ad alzare la voce, anche perché quando ti capita è solo per far capire meglio un concetto, giusto? Ma se ti succede spesso, allora forse hai un pizzico di autoritarismo di troppo.
Valuta anche questi altri SEGNALI:
- pensi che per avere una cosa fatta bene è meglio se te la fai da sola?
- provi fastidio quando qualcuno ti contraddice?
- ti accorgi di prendere di petto le situazioni e di reagire “di pancia”?
- hai regole piuttosto rigide e tolleri poco chi le infrange?
Tutte queste sono sfumature di autoritarismo, quindi più volte hai risposto sì e tanto più il problema è radicato.
Il confine tra AUTOREVOLE e AUTORITARIA è sottile, e bisogna cercare di muoversi in maniera accorta, per non suscitare l’antipatia di chi ci circonda. Ricordiamoci che è più facile ottenere l’ascolto degli altri con la dolcezza. In fondo a nessuno piace essere ripreso o sgridato, giusto? Penso nemmeno a te. Anzi, quando ci troviamo in situazioni del genere tendiamo a innalzare un muro, a giudicare negativamente ciò che ci viene detto e, di conseguenza, a continuare a fare come vogliamo. E come capita a te, capita anche agli altri.

La soluzione? Non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te. In pratica, se anche a te non piace la gente che urla o che ti dice le cose in modo troppo duro, non essere tu la prima a farlo. Esprimi i concetti nel modo in cui piacerebbe anche a te sentirteli dire. Non preoccuparti, non perderai d’EFFICACIA: basterà ricordare al tuo interlocutore (con parole pacate) che la questione è davvero importante.

 

comunicare con calma


Se stai pensando “Ma io ho già provato a dirlo in modo pacato e non ha funzionato”, allora ti faccio una domanda: sei davvero sicura di essere stata così pacata? Se tendi a essere autoritaria, probabilmente nel tono o nelle parole scelte hai dato un’impressione diversa da quella che credi. In ogni caso, anche se dici una cosa in modo tranquillo, ma non ottieni risultati, non ti scaldare: alzando la voce non sempre si ottiene il risultato sperato. Funziona con alcune persone, ma non con tutte. Devi quindi essere attenta nel valutare la giusta strategia…specialmente se hai a che fare con altre donne! (a buon intenditor…) ?

 

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Vivere Sereni. 

Pretendi la perfezione da tutti quelli che ti circondano? Essere precisi e puntuali nelle cose è un bene, ma esserlo eccessivamente no. E, purtroppo, questo è un difetto abbastanza tipico delle donne: siamo più perfettine degli ingegneri, dei geometri e persino dei bancari. 
E quando vogliamo che le cose siano fatte in modo perfetto, spesso intendiamo farle come le faremmo noi, con i nostri canoni e le nostre regole. Ma quante volte questo atteggiamento ci ha portato a discutere? Specialmente in famiglia e al lavoro. Tutte noi dobbiamo, in effetti, farci un esamino di coscienza e smetterla di pretendere che gli altri facciano le cose come vogliamo noi e quando vogliamo noi.
Ogni persona è fatta in modo diverso e, come si dice, il mondo è bello perché è vario. Porta molti più vantaggi lo SCAMBIO e la ricerca di compromesso piuttosto che l’imposizione di un modello. Dobbiamo imparare a notare i punti di forza degli altri, la loro UNICITA’. In questo modo, potremmo arricchire la nostra esperienza e scoprire cose nuove. Ma non solo. Perché quando gli altri capiscono che dai spazio alle loro idee e cerchi di imparare qualcosa dal loro modo di fare, sono più incentivati ad imparare a loro volta da te. In questo modo prendi due piccioni con una fava: impari cose nuove e gli altri imparano (volontariamente!) a fare le cose come le fai tu.
In questo processo, però, è importante ricordarsi di non cadere in spiacevoli PARAGONI. Proprio perché abbiamo tutti capacità ed esperienze diverse, le modalità che adottiamo non sono così facilmente confrontabili. Piuttosto che basarsi su dei paragoni, allora, parliamo in termini di obiettivi. Cioè, invece di dire “C’era questa cosa da fare. Ma io l’avrei fatta meglio di lui/lei” proviamo a dire “C’era questo obiettivo da raggiungere. Lui/lei l’ha raggiunto?”. Se la risposta è sì, lasciamo perdere in che modo. L’ha fatto a modo suo e secondo noi non era la scelta migliore? Pazienza, l’importante è che abbia raggiunto il risultato. Guardando le cose da questa NUOVA PROSPETTIVA, ti accorgerai che tutto diventa più semplice e le discussioni si riducono notevolmente.

 

Consigli-dialogo


Nessuno mette in dubbio che ci siano modi migliori e modi peggiori di fare le cose, e sono certa che in alcuni ambiti tu sia davvero un esempio da seguire, però purtroppo imponendosi sugli altri non si ottengono grandi risultati. Se vogliamo trasmettere la nostra esperienza (ad esempio ai nostri figli, ai colleghi, al compagno), dobbiamo farlo in modo MORBIDO. Iniziamo lodando la persona per i suoi sforzi e le sue idee, poi facciamole notare come – per le potenzialità che ha – potrebbe raggiungere risultati migliori se provasse a fare nel modo che le suggerisci. Chiedile solo di provare e di farti sapere com’è andata, se non sarà contenta, potrà tornare alle vecchie abitudini. Vedrai che 9 volte su 10 continuerà a seguire il tuo consiglio…e finirà per diventare anche più perfettina di te (scherzo, ovviamente! ?).

 

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Dimenticate quello che avete visto in televisione fino ad oggi.
Dimenticatevi gli spettacoli che molte volte vi hanno lasciato a bocca aperta: uomini in perfetto equilibrio sospesi tra due sedie, dita incrociate che non si sciolgono, galline ipnotizzate, pendolini che oscillano davanti al naso…
Quello che avete visto fino ad oggi è stato trasmesso soltanto per aumentare l’audience televisivo e, il più delle volte, ipnotista e pubblico erano in accordo!!
L’ipnosi è qualcosa che accomuna tutti gli uomini di questo pianeta. Forse non ve ne siete mai resi conto, ma anche voi siete “andati in ipnosi” moltissime volte nella vostra vita!
A me capita molto spesso mentre guido l’auto.
Soprattutto nei lunghi tragitti.
Inizialmente sono molto concentrata sulla strada, i semafori, le marce da cambiare, la frizione, il freno, uno sguardo agli specchietti, la musica dell’autoradio… Poi, a poco a poco, inizio a pensare a cosa devo fare domani, che vestito indosserò, a che ora è meglio andare al cinema, cosa vedere, “chissà se viene anche Silvia”, “forse è meglio che invito anche Laura altrimenti si offende”… e, senza essermene resa conto, mi accorgo di essere arrivata a destinazione! Ho guidato per mezz’ora…. e mi sembra siano passati solo cinque minuti!
Iniziano così a venirmi dei dubbi: “chissà se sono passata col verde o col rosso”… ma poi mi rassicuro “me ne sarei accorta!!”. Immagino quindi di aver rispettato le regole della strada, e mi sento più tranquilla.
Per raccontarvi un altro episodio, mi capita sempre di lasciarmi cadere in stato ipnotico a Messa durante la “predica”. Il tono pacato, costante, ritmico del Parroco mi conduce a uno stato di concentrazione interna che difficilmente riesco a evitare. Capita così di “ridestarmi” solo a conclusione dell’Omelia.
Inizialmente ho la sensazione di non ricordare nemmeno una parola pronunciata dal Parroco, poi, discutendo con mia madre, scopro che in realtà nulla mia è sfuggito!
Durante la Messa la soglia della mia consapevolezza si era abbassata, ma l’inconscio invece era vigile ed attento!

Ecco, questa è l’ipnosi: uno stato modificato di coscienza che permette il rapporto con l’inconscio.
In ipnosi l’inconscio “emerge”, ma non bisogna affatto temere questo fenomeno. L’inconscio è il tesoro più prezioso che possediamo: sede di risorse, capacità, idee, potenzialità. Possiamo anche “abbassare la guardia” tranquillamente perché possiamo essere certi che “lui” non ci tradirà.


Basti pensare a quando corriamo, alla complessità dei movimenti perfettamente coordinati l’uno con l’altro; e mentre corriamo non pensiamo coscientemente al modo migliore per appoggiare il tallone in modo da potenziare la spinta, o al modo giusto di piegare le ginocchia per evitare eccessivo affaticamento…
Nulla di tutto ciò. È un procedere fluido e perfetto… opera della nostra mente inconscia.
Non bisogna quindi avere paura dell’ipnosi.

 

definizione-ipnosi


È uno stato naturale, facente parte della natura umana, evolutosi insieme alla nostra specie per “aiutarci”.
Essere SEMPRE perfettamente coscienti è estremamente dispendioso in termini energetici per il nostro cervello. Abbassare la soglia di consapevolezza ci permette quindi di poter vivere attivamente ed essere efficienti per tutta la giornata.
Possiamo quindi stare tranquilli perché il nostro inconscio ci viene sempre in aiuto.

 

Edulcorare la propria sensazione di inettitudine con tiepidi palliativi.

 

Con encomiabile generosità, metto a disposizione uno dei miei più teneri  e penosi tentativi di alleggerire un’ormai endemica media disperazione con ventiquattrore di fancazzistica atrofia mentale. (Rimborso spese d’attenzione)

 

Prologo

È mattina presto, anzi, prestissimo, e sono sveglia.  

Prima che la realtà mi piombi addosso con la consueta grazia elefantesca, faccio ostruzionismo mentale e realizzo che ho la pipì. Mi trascino in bagno, cercando di trattenere il calduccio profumato delle coperte, aggrappandomi a quel torpore confuso che mi tiene a metà tra la leggerezza ovattata del sonno e la consapevolezza di esserci.

Mi accuccio, raggomitolata nella conca che ho lasciato sul materasso. Cerco con i piedi il fresco del lenzuolo che non ho riscaldato col mio corpo. Abbraccio il cuscino e mi tiro le coperte fin sopra la testa. Ti prego, sono le cinque e mezza, fammi dormire ancora un’oretta.

Faccio respiri lunghi, cerco di riassopirmi.

E tràcchete, il fantasmino malefico se ne sta appollaiato ai piedi del letto. Mi sembra di essere finita nell’ Incubo Di Füssli.

Penso alle impressioni. E alle impronte. Alle tracce. Di chi non c’è più e di chi c’è stato. Penso alle impressioni che mi hai lasciato, e a quelle che io non ho lasciato a te.

Ho voglia di Nutella e di piangere.

 

Capitolo primo (e unico)

Mi alzo presto con una gran fame e, prima di andare a smaltire i rifiuti organici delle leccornie che il mio pancino avrà accolto, mi concedo un’abbondante colazione a base di: pane comune integrale e cioccolato fondente 80%; idem con burro chiarificato e marmellata di fichi; waferini quadrati al cocco; biscotti croccanti con farina di riso e pepite di cioccolato; una tazzona di latte scremato e Nesquik per gradire.

Già in leggings aderenti e felpa con cappuccio, infilo le sneackers e mi precipito a correre in salita fino al collasso delle coronarie, con la peggio musica tamarra che apostrofa i miei timpani come un bastone di legno accarezza una pignatta. Versato l’obolo e la bile, mi regalo a una lunga doccia refrigerante, cantando a squarciagola All by myself, per la gioia della badante romena che ha la stanza da letto al piano di sotto, esattamente sotto il mio bagno.

Liquidata senza pietà la buona intenzione di mettermi a studiare, mi dedico alla coltivazione dell’erba cattiva, vestendomi e truccandomi al bacio, e uscendo alla conquista del mondo.

Questo tiepido clima, con annessa arietta piacevole, mi fa tutto sommato bene all’anima. Mi fermo a comprarmi le gommose alla liquirizia e in una manciata di secondi me ne faccio fuori quattro, una via l’altra (devo ricordarmi di lavarmi i denti col Colgate sbiancante, perché la liquirizia ingiallisce lo smalto…).

Nel mio Ipod  Laurent Wolf conferma che I dont’ wanna work today. (Ma nemmeno yesterday e mi sa neanche tomorrow…). No stress. Okay.

Ed eccomi nel tempio del consumismo. Devo dire che l’abilità delle catene d’abbigliamento low cost nel rimbambire la timida visitatrice con luci stroboscopiche, visionarismo coloristico e musica da camera (delle torture) è indiscutibile. Non fosse per quell’energumeno alto due metri e venti atteggiato a security di Obama, che ti segue con lo sguardo con finta nonchalance come a dire “fingo di fare finta di nulla, perciò ostento il fatto che è TE che sto fissando” e, guarda caso, lo trovi sempre nel punto esatto in cui ti volti; la cui presenza granitica, scura e turrita ti fa sentire nuda e colpevole, e ti accorgi di trattenere il fiato finché non sei uscita dal negozio, dopo aver scongiurato che, varcando la soglia, il sensore antitaccheggio non si metta a fare biiiiiiiiiiiiip regalandoti un’inevitabile e vergognosa figura di merda-

Insomma, a parte tutto ciò, mi sento a mio agio. Riesco a dribblare un grappolo di commesse zelanti che mi invitano a chiedere se ho bisogno (una larvata minaccia a non uscire a mani vuote, quindi) e a dare un’occhiata, inoltre, ai supersconti del 40% (su cui noialtre, povere mentecatte, ci tuffiamo come allodole sugli specchi, riuscendo a spendere il quadruplo); riesco a mimetizzarmi tra una schiera di jumpsuits a stampe floreali  e la vedo.

 

Shopping-terapeutico

 

La vedo lì, che sembra volermi dire “comprami”, la maglietta che avevo adocchiato tempo addietro, e mi ero ripromessa di acciuffare prima del bisettimanale cambio di vetrina. Mi sta a pennello. Però, ovviamente, se prendo la maglietta devo anche abbinarci dei jeans. E se prendo i jeans devo anche avere un’alternativa alla maglietta. E sopra? Camicia. Altro? Altra maglietta scontata. (Ci sarebbe anche la canotta traforata…) Basta. Fuori di qui, via, il prima possibile. 

Assaporo quell’esaltazione allucinogena da shopping selvaggio appena consumato e, incurante dell’universo, con uno sfacciato sprezzo del salasso, mi accingo a convergere alla base.

Le mie movenze femminili e flessuose serrano ben presto i ranghi, sentendomi io uno strano ibrido tra Marion Crane e una cotoletta impanata, come per la sgradevole sensazione di un’imminente catastrofe, come vergognandomi di non meritarmi affatto quei momenti di libertà. Per cosa mi devo premiare? Di cosa mi devo consolare?

L’autoindulgenza è l’anticamera del lassismo, e il lassismo è l’atrio della nullafacenza. In fondo, mi sto limitando a vidimare la mia dichiarazione di cazzeggio libero.

Ma è poi vera libertà? Non è piuttosto il perverso giochino del cane che si morde la coda? In fin dei conti, non è meglio affrontare una cupa giornata di studio agendo nel giusto, che gettare alle ortiche mezza mattinata, agendo nell’empietà? E poi, diciamocelo, a cosa mi serve l’ennesima maglietta? A cosa mi serve l’ennesimo paio di jeans? L’ennesima camicia?

  

Ed ecco compiersi il paradosso: la libertà che diventa la gogna. 

E pensare che ero uscita per non pensare.

 

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