Si intitola “Io sono bellissima” il progetto della giornalista e scrittrice Loredana De Vitis, che sta facendo il giro del mondo: si tratta un progetto volto a rompere i cliché, che presto sarà oggetto di un saggio in uscita ad aprile dal titolo “Dall’essere me all’essere bellissima”, edito da Sabbiarossa Edizioni, sempre della stessa De Vitis. Perché ogni donna si è a volte sentita insicura, di fronte a uno sguardo non troppo benevolo, di fronte a una battuta maschilista, magari sul proprio peso: ma l'autostima dovrebbe reggersi su ben altro che sull'immagine che viene proiettata all'esterno, per concentrarsi su quello che l'interiorità ha da offrire. Abbiamo ascoltato Loredana De Vitis sulla genesi e il prosieguo di “Io sono bellissima”, da cui è nata anche una mostra recentemente esposta a Lecce.

Com'è nata l'idea del progetto?

Racconto spesso che “Io sono bellissima” è nato da un malessere e da una sfida. È la sintesi di alcuni anni di letture, analisi, riflessioni, pratiche, che a un certo punto, come passando attraverso un imbuto, sono venute fuori tutte assieme davanti allo specchio nella semplice espressione d’un sentimento: che noia! Adesso basta! Come credo accada a molte donne, a un certo punto mi sono sentita davvero stufa – esasperata! - di sentirmi dire come avrei dovuto essere, stufa di quel senso d’inadeguatezza nel quale tutto mi pareva complottasse per farmi rimanere. Roba pesante, tipo le battute di certi uomini, il dover stare continuamente attente a cosa mangiare, il sottoporsi a fatiche fisiche molto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come te la disegnano e che, ovviamente, cambia continuamente, per cui se a 20, 25 o 35 anni ce la fai (in modi sempre diversi naturalmente), arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni, proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Insomma, bisognava uscirne. Presto. Avevo a lungo ragionato su quanto fosse importante dire a se stesse “non importa quello che pensano gli altri”, ma desideravo che questa presa di posizione razionale diventasse una consapevolezza emotiva.

E quindi, come hai tradotto queste conclusioni?

Mi serviva una strategia, utile per me e per ogni altra donna alla quale speravo magari di risparmiare qualche fatica inutile. Scrivere è il mio mezzo d’espressione, mi piace lavorare con le immagini e la tecnologia, ho un percorso femminista che mi ha insegnato a “partire da me”. La mostra e il progetto sono il risultato.

 

libro-io-sono-bellissima

 

Quanta strada occorre perché l'apparire venga messo in discussione dall'essere soprattutto per una donna?

Sempre troppa, credo, e soprattutto mai percorsa una volta per tutte. In ogni caso, non ce l’ho con l’“apparire” in quanto contrapposto all’essere, quanto con ogni meccanismo tenti di infilare e mantenere le donne nel ruolo dell’“oggetto”, invece che lasciarle in santa pace in quello che già sono: soggetti. Il difficile viene dal fatto che quei meccanismi sono antichissimi e pervasivi. Un equilibrio in perenne contrattazione tra il “dentro” e il “fuori”: questa è per me la bellezza. Alcuni la chiamano “consapevolezza” coprendola di un’aura quasi mistica, io dico che basta cominciare a pensarsi soggetti e il resto viene.

Quali sono i cambiamenti nella società che dovrebbero essere raggiunti a tuo avviso?

C’è un cambiamento che mi interessa per primo: come dicevo, che ogni donna dica “io” e pensi se stessa come soggetto. Questo cambiamento “dentro” porta con sé numerosi cambiamenti “fuori”. Il progetto insiste sulla definizione di se stesse come bellissime: “io sono”. E la bellezza è auto-percepita da ogni donna in modo diverso. Questo stare sulle proprie gambe significa pensarsi soggetti agenti e desideranti. Non siamo funzioni, appendici, ruoli complementari, ma semplicemente persone. Su queste basi il percepirsi “bellissime” s’allarga oltre i confini del corpo. Di molto.

 

Potrebbe interessarti pure: Bella tutta: i miei grassi giorni felici

 

Ben 180 delle sue strepitose foto sono esposte al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 6 marzo scorso fino al 21 luglio prossimo. Dire che Newton sia un fotografo è riduttivo. Osservando le immagini che ha costruito, realizzato, esaltato, se ne ha la conferma.

Al centro di tutto, il corpo femminile.

Il nudo, mai volgare, viene proposto sia in chiave sensuale che provocatoria anche nel mondo della moda nel quale comincerà a lavorare a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60. Donne dai corpi statuari, imperiosi o semplicemente dagli sguardi misteriosi vengono immortalate in pose erotiche, ambigue, estreme tali da arrivare a sovvertire le convenzioni. L’osservatore, inizialmente sorpreso, si ritrova a riflettere sull’immagine proposta e a dare una sua interpretazione. Di fronte al suo obiettivo, donne sconosciute, modelle, ma anche personaggi famosi. Charlotte Rampling fra queste. Anche lei in vestito adamitico, esaltata grazie alla sua bellezza naturale in un contesto baroccheggiante. La sua immagine, scattata da Newton nel 1973, apre l’esposizione in quanto suo primo nudo d’autore.

 

Mostra-fotografica-newton-roma

 

Per Newton anche solo una caviglia, un polso, un fianco o uno sguardo ammiccante, sono capaci di trasmettere, un’infinità di messaggi. Con il suo modo di interpretare la Donna, ha rivoluzionato il concetto di fotografia di moda, divenendo uno dei più grandi fotografi del XX secolo. 

I suoi scatti sono stati pubblicati sui più importanti magazine di moda: Vogue, Elle, Vanity Fair, L'Uomo Vogue, Harper's Bazaar, GQ, Max e Marie Claire. Chanel, Gianni Versace, Dolce & Gabbana, Blumarine, Yves Saint Laurent e Borbonese si sono avvalsi della sua opera.

 

Altri articoli di Arte e Design

 

L’abbigliamento esprime femminilità e virilità, identifica il cerimoniale dei passaggi più importanti della vita di ognuno di noi, ma ha anche identificato il concetto di “persona sociale” rivoluzionando la civiltà umana caricandosi di significati rituali, religiosi, culturali, caratterizzando i generi, le età e le inevitabili appartenenze a differenti classi sociali. Con il Rinascimento si scoprì l’ispirazione delle arti plastiche e secoli più tardi, le sartorie parigine strizzarono l’occhio anche all’arte contemporanea dei maestri Dalì, Picasso, Carrà, ect… Persino Balzac nel 1839 citava: “Un vestito è una continua manifestazione di intimi pensieri, un linguaggio, un simbolo”.

Ci vollero più di cento trenta anni per veder nascere la moda studiata dai sociologi con il boom economico degli anni Sessanta.

Edward Steichen scoprì che la moda e la fotografia potevano andare a nozze. Era il 1911 quando emerse per la prima volta il misticismo etereo indispensabile nelle immagini di moda, perché come scriveva Alexander Liberman nel 1979, “La foto di moda moderna racchiude la raffinatezza dell’abito attraverso l’arte, il talento, la psicologia, la tecnica e la vendibilità”.

 

 

 

VOGUE, prima rivista illustrata di moda nasce negli States nel 1892, nel 1909 viene acquistata dall’editore Condé Nast diventando la più ricercata dalle donne in tutto il mondo. Lavoreranno per la testata (oltre a Steichen che divenne capo redattore nel 1923), De Meyer, Cecil Beaton, Man Ray, Charles Sheeler e Emile–Otto Hoppé, Horst P. Horst, Helmut Newton, Mario Testino, Paolo Roversi, Peter Lindbergh, Tim Walker, Erwin Blumenfeld, David Bailey, Guy Bourdin, Sølve Sundsbø: loro hanno rivoluzionato il linguaggio comunicativo della moda attraverso i loro scatti, spesso lavorando in team. Attraverso la loro creatività hanno trasformato la fotografia di moda in un linguaggio artistico unico insieme a stilisti che li hanno ispirati, basti ricordare il rapporto tra Balenciaga e Irving Penn, tra Cecil Beaton e Elsa Schiaparelli, tra Helmut Newton e Yves Saint Laurent, Peter Lindbergh e Azzedine Alaïa.

VOGUE con le nuove tecniche di stampa convertite alla fotografia diventò il fiore all’occhiello delle riviste patinate dominate dall’alta moda fino agli anni ’40; la moda si democratizzò e ritornò a far sognare grazie al New Look di Christian Dior. L’emancipazione femminile degli anni ’60 consegnò alle donne il prȇt-ȃ porter che oggi le aiuta a vivere meglio indossando capi “in serie”.

 

 

 

 

La mostra “Fashion. Un secolo di straordinarie fotografie di moda dagli archivi Condé Nast” organizzata dalla Fondazione Forma, presso piazza Lucrezio Caro a Milano, a cura di Nathalie Herschdorfer che raccoglie alcune delle immagini più brillanti dagli archivi Condé Nast di NewYork, Parigi, Londra e Milano. Interessante il libro (con la prefazione di Todd Brandow, saggi di Nathalie Herschdorfer, Sylvie Lécailler, Olivier Saillard e con un’intervista esclusiva con Franca Sozzani, direttrice editoriale di Condè Nast Italia e di Vogue dal 1994), “sintesi” delle migliori foto di 80 autori fotografi (partendo dalla prima fotografia pubblicata su Vogue nel 1913, un ritratto della socialité Gertrude Vanderbilt Whitney scattata dal barone Adolf de Meyer, fino all’ultima foto che ritrae Michael Baumgarten su TEEN VOGUE del 2006). Nathalie Herschdorfer spiega come la fotografia di moda sia simile alla messa in scena di un’opera teatrale in cui tutte le immagini devono esser studiate alla perfezione, con redattori, modelle, make up & hair artist. Se c’è equilibrio e sintonia nel team di lavoro il risultato sarà eccellente, come dimostrano i risultati degli art director Diana Vreeland o Alexander Liberman.

Così VOGUE è diventata la “Bibbia della moda” sinonimo di creatività, stimolo per i giovani creativi attraverso lo sperimentalismo delle immagini avanguardistiche, tra idee, tendenze e vintage, questa rivista è diventata un punto di riferimento per tutti gli stilisti del mondo che cercano il loro elisir di lunga vita creativa!

 

Potrebbe interessarti anche: Helmut Newton e l'universo femminile in mostra a Roma

 

Per chi decide di trascorrere qualche giorno a Firenze o vuole semplicemente fare una gita fuoriporta, il Museo Nazionale Alinari è la meta ideale per tutti coloro che desiderano approfondire la storia di un’invenzione fenomenale: la fotografia.

Il MNAF – Museo Nazionale Alinari della Fotografia ha sede all’interno di un quattrocentesco edificio detto “delle Leopoldine”, che affaccia su Piazza di Santa Maria Novella.
E’ stato inaugurato nel 1985 ed attualmente conserva 900.000 “vintage prints”, cioè originali foto d’epoca, in mostra in un percorso espositivo che si snoda attraverso sette sale.
Non si può, però, parlare del museo senza prima citare i Fratelli Alinari. Leopoldo, Giuseppe e Romualdo furono i fondatori della “Fratelli Alinari” che, fondata nel 1852 con sede a Firenze divenne ben presto una fra le più note ditte fotografiche italiane.
Grazie al ricchissimo archivio pervenutoci è stato possibile creare un percorso fotografico che ci porta indietro nel tempo, alla scoperta delle origini della fotografia.
E’ nella prima sala che si possono ammirare i dagherrotipi, invenzione di Daguerre del 1839. Queste prime immagini su lastra d’argento sembrano cambiare d’aspetto, rivelando il proprio “doppio” ogni volta che ci si sofferma ad ammirarli. La loro particolarità, infatti, è dovuta all’immagine impressa, che appare e scompare a seconda della posizione che lo spettatore assume di fronte ai dagherrotipi ed a seconda della quantità di luce che vi si riflette contro.
Proseguendo il percorso si giunge all’età d’oro della fotografia che, nel XIX secolo si afferma sempre di più come forma d’arte. Nella seconda sala, appunto, sono in mostra le foto di viaggio, molto richieste come souvenir da coloro i quali effettuavano il Grand Tour ed i ritratti, dovuti alla necessità di voler lasciare un ricordo della propria esistenza.
La sala successiva mostra l’avvento delle Avanguardie, attraverso una selezione di opere dei maggiori fotografi del Novecento, che mette in risalto la fotografia, sempre più autonoma ed indipendente dalla pittura.
Si passa, poi, ad osservare una serie di negativi, che permettono di comprendere il reale funzionamento della fotografia.
Il piano superiore del museo, invece, si compone delle ultime tre sale.
La prima ospita una collezione di album fotografici, esaltandone la preziosità. Sono davvero magnifici, di diverse dimensioni, con le pagine decorate in oro ed intarsiati di pietre scintillanti.

 

Mnaf-museo-nazionale-alinari-fotografia-firenze


Dopo aver visto come raccogliere le foto si passa ad un inedito percorso attraverso gli “strumenti della fotografia”, dalle prime macchine rudimentali alle digitali.
A conclusione della visita si giunge all’ultima sala, dove è possibile ammirare cartoline, documenti, pubblicità, accessori…E tutto ciò che ruota attorno alla fotografia.
Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia è un museo unico, che mette a disposizione del visitatore uno spazio espositivo completo, reso accessibile anche ai non vedenti grazie all’introduzione di appositi strumenti tattili per il riconoscimento delle diverse foto.
L’obiettivo cattura la realtà trasferendola in un formato bidimensionale. Ogni foto è unica ed irripetibile, poiché la realtà fotografata cambia già dall’istante successivo al “click”. Ma dietro al semplice gesto dello scatto si celano riflessioni ben più profonde.
Se il nostro volto, ad esempio, appare impresso in una foto, esso si sostituisce a ciò che noi siamo e sarà proprio quella foto che consentirà noi di lasciare una nostra traccia nel futuro.
Qual è, dunque, la linea sottile che separa la realtà dalla fotografia? E qual è la nostra vera identità?
Non ci resta che scoprirlo visitando il MNAF!

 

Ti interesserà pure: Punk Couture. Una mostra sullo stile Punk