Non lasciatevi ingannare dal titolo perché Bella Addormentata, il film diretto da Marco Bellocchio e presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia, non è una fiaba in cui si narra di personaggi che “vissero felici e contenti”.

Presentato alla mostra del cinema di Venezia il film di Marco Bellochio.

 

 

Tre storie parallele per ripercorrere i confronti e gli scontri che hanno animato l’opinione pubblica durante gli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro

Con grande garbo e maestria, Bellocchio è riuscito a portare sul grande schermo uno dei temi più disquisiti negli ultimi anni: l’eutanasia

Il caso di Eluana Englaro, vissuta per diciassette anni in uno stato vegetativo fino al momento della morte sopraggiunta a causa della sospensione dell’alimentazione artificiale, funge da cornice per un dramma corale attraverso il quale il regista, senza mai svelare il proprio punto di vista, fotografa lo scontro ideologico in merito alla questione dicotomica vita-morte. 

Servendosi di tre storie parallele, Bellocchio ricostruisce lo scontro politico e religioso che ha scisso l’opinione pubblica durante gli ultimi sei giorni di vita della giovane Englaro. 

Attraverso personaggi animati da sentimenti contrapposti, lo spettatore è indotto ad interrogarsi sul significato della morte, laddove il corpo privo di funzioni e capacità altro non è che lo scrigno dell’anima. 

Il film non ha la velleità di essere la trasposizione cinematografica della vita di Eluana Englaro, ma mette a nudo i sentimenti dell’uomo al cospetto di una scelta tormentata: staccare o no la spina? 

Un’espressione forse troppo rude e riduttiva per descrivere la scelta che si è chiamati a compiere, nel caso in cui la “vita” di una persona a noi cara dipende dal funzionamento di una macchina. 

Questo è il quesito intorno al quale gravitano i tre episodi contemporanei. 

Emblematico, in merito, è il personaggio interpretato da Toni Servillo. Un deputato in piena crisi di coscienza, chiamato a scegliere tra la sua fede laica e la filosofia del partito, proprio lui che ha contribuito a mettere fine alla sofferenza della moglie malata terminale. 

Un’esperienza di vita che lo ha allontanato dalla figlia (Alba Rohrwacher) attivista ultracattolica, che manifesta davanti alla clinica dove è ricoverata Eluana per difendere il sacro valore della vita. Diametralmente opposta la reazione di una madre, il cui volto è quello di Isabelle Huppert

La sua quotidianità è scandita dalla preghiera e dalla speranza affinché la figlia, in coma irreversibile, possa un giorno risvegliarsi. Una madre che sceglie di annullare la propria esistenza per tenere in vita, con la fede, la figlia ridotta ad uno stato vegetale anche a costo di sacrificare l’affetto per il figlio e l’ex marito. 

Un atteggiamento opinabile ma che merita di essere rispettato. 

Infine, Maya Sansa alias “Rossa” vorrebbe mettere fine ad una vita consumata dalla dipendenza da metadone ma sarà salvata, fisicamente e moralmente, dal medico Pallido (Pier Giorgio Bellocchio). 

In un toccante confronto tra i due, lei esterna la sua incapacità di poter provare emozioni, ma il medico le dimostrerà che è ancora in grado di percepire sensazioni emotive e materiali…

c’è ancora la speranza di potersi salvare! 

 

bella addormentata nel bosco cinema Venezia film  Marco Bellochio

 

Un film che suscita emozioni e riflessioni senza prendere posizioni, lasciando che sia il pubblico a giudicare secondo la propria morale. 

Una storia che reclama la presenza in sala di uno spettatore in grado di ascoltare la voce dei sentimenti, laddove la sceneggiatura non prevede dialoghi o monologhi perché lascia spazio alle più intime osservazioni.

 

Molti si ricorderanno di lui per il film “Little Miss Sunshine”(2006) nel quale interpretava il ruolo di Dwayne, ragazzo che per una sfida con se stesso decide di non parlare con nessuno per mesi. Ma da quel momento Paul Dano, classe 1984, ne ha fatta di strada ed è pronto a farne molta altra ancora. Dopo svariati ruoli, come nel “Il petroliere”  e “Innocenti bugie” al fianco di Tom Cruise, oggi lo ritroviamo protagonista assoluto del film indipendente “For Ellen” che proprio nei mesi scorsi era in gara al Sundance Film Festival ed era presente anche al Festival di Berlino.

Dano interpreta un musicista di una rock band indie (lui che cantante lo è per davvero, con la sua band “Mook”) che dopo una trasferta notturna arriva in una città del Midwest per prendere in mano il suo rapporto con la figlia dopo il divorzio dalla moglie. “For Ellen” pare essere un punto importante per la carriera di Paul, tanto che ne è diventato anche produttore esecutivo. Ma non finisce qui l’ascesa professionale dell’attore: infatti a marzo è uscito negli U.S.A. “Being Flynn”, trasposizione cinematografica del bestseller “Un’altra notte di cazzate in questo schifo di città” nel quale Paul Dano è co-protagonista nientepopodimeno che con Robert De Niro.

 

 

Il suo personaggio, Nick Flynn, è un ragazzo che non vede il padre, sedicente scrittore, da anni, e decide di lavorare in un ricovero per senzatetto nella speranza di ritrovarlo. Inaspettatamente ce la farà, ma i destini di padre e figlio sembrano essere intrecciati per sempre.

E sempre nel 2012 abbiamo avuto più di un’occasione per vederlo sul grande schermo e per sentire parlare di lui; uno tra gli altri film che lo hanno visto protagonista è stato “Loopers”,  un thriller futuristico che racconta di un killer assoldato dalla malavita e viaggiatore nel tempo il quale scopre che il suo prossimo bersaglio è proprio il suo alterego del futuro. Ma non finisce qui! E’ da poco infatti uscito l’adorabile “Ruby Sparks”, storia di uno scrittore a corto di idee che si innamora del personaggio femminile che ha inventato e che magicamente esce dal libro per stravolgergli la vita. Insomma, tenetelo d’occhio, perché il ragazzo è senza dubbio talentuoso!

 

La migliore offerta è l'ultimo, riuscitissimo, lavoro di Tornatore, in cui nulla è come sembra, stupisce ad ogni fotogramma.

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un famoso antiquario, battitore d'aste di tutto rispetto e dal fine gusto, pare essere più a suo agio con le donne dei suoi quadri, che gelosamente colleziona, che con gli esseri umani che lo circondano: i germi, gli umori e il tocco degli altri lo spaventano.

Fino a quando una giovane ereditiera (Silvia Hoeks) affetta da agorafobia gli entra dentro. Con gli occhi, con gli odori, con la voce, con tutto quello che riesce a strappare ad una donna murata viva in casa, che non si concede alla vista dell'antiquario, e, a quanto pare, ad anima viva.

Le musiche avvolgenti e straordinariamente puntuali di Morricone e il giovane dongiovanni Robert (Jim Sturgess), restauratore di congegni elettronici, lo accompagnano alla scoperta di un mondo che non conosce.

 

recensione la migliore offerta

 

Per il resto Oldman è molto abile a scoprire i falsi, grazie alla sua affascinante teoria secondo la quale il falsario, nel riprodurre la tela di un artista famoso, si lascia trasportare dalla bramosia di lasciare il proprio tocco: in ogni falso, dunque, c'é un pezzo di autenticità.

Ebbene è questa la metafora della sua vita: quando tutto si sgretola, non smette di cercare quel pizzico di autenticità, che seppur amaro da mandar giù, è pur sempre l'ultimo appiglio per sfuggire (?) alla follia.

Se, come asserisce il protagonista ‘anche in un falso d'arte c'è qualcosa di vero’, questo vale anche nella vita e in amore e nelle relazioni, dove quello che può sembrare vero non sempre lo è e può nascondere un segreto. E viceversa.

La migliore offerta è un film che va visto, rivisto e visto ancora per aprirsi a tante interpretazioni: è un insegnamento e un monito. Del resto il cinema è un po' come una terapia, e ognuno da sé ci scorge il proprio. Non è che quando hai mal di testa metti il blister a centro tavola e lo offri ai commensali.

La frase cult: - "Come è vivere assieme ad una donna?" - "E’ come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua offerta sarà la più alta".

Altro in Cinema e Tv

 

Django. La D è muta. Ed è subito tormentone 

Tarantino, si sa, è una garanzia. Questa volta si cimenta col western, facendo omaggio allo spaghetti western, in abituale salsa di ironia e violenza.

Django Unchained sembra essere il secondo, dopo Inglorious Bastards, di una presunta trilogia della vendetta (alla Park Chan-Wook), ambientato nella profonda America del Sud alla vigilia della guerra di secessione.

Comincia subito con una raffinatezza per appassionati del genere: le note di Luis Bacalov nella colonna sonora di Django di Sergio Corbucci, per poi concludersi con il popolare pezzo di ‘Lo chiamavano Trinità’ di Franco Micalizzi.

Il cast di Django è stellare: Christopher Waltz è un cacciatore di taglie, tanto delicato nel verbo quanto spietato nella pistola, che libera il giovane Django, interpretato da un grandissimo Jamie Foxx, per trovare tre fratelli criminali sulle cui teste pende una grossa somma di denaro.

Tra i due è subito sodalizio. Finiranno per scontrarsi con Calvin Candy (Leonardo Di Caprio), il cattivo dal cognome tenero, per liberare la bella Broomhilda (Kerry Washington).

Al cast si uniscono i malvagi Samuel L. Jacskson, immenso nel suo disprezzo per i neri, e Don Johnson, ex figo di Miami Vice.

Anche stavolta quello che conta sono i dialoghi, tra farsa e tragedia, con immancabili perle come la storia dei cappucci durante la scorreria, le negoziazioni sui mandingo, la vendita di Broomhilda quando ormai tutto è stato svelato, con il martello sul tavolo di tartaruga a concludere l’asta.

Inevitabile ormai il cameo del regista: non manca mai di mandare in visibilio i suoi fan anche quando nella sceneggiatura decide di ammazzare (di nuovo) se stesso.

E poi i campi di cotone schizzati di sangue, il mandingo sbranato dai cani (un pugno nello stomaco), la dipartita del dentista, sono momenti emozionanti girati magistralmente, a dimostrazione che il Tarantino regista ha sempre buone cartucce da sparare.

 

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Se poi vogliamo sventolare un po’ di italianità, ci sono altre due chicche: un pezzo di Ennio Morricone cantato da Elisa e la partecipazione amichevole (come si legge nei titoli di testa) del nostro Franco Nero, con una piccola parte – pare che molte scene che lo vedevano protagonista siano state tagliate – che, cavoli! ci riempie di orgoglio.

Nel realizzare una storia di genere Tarantino sostanzialmente non aggiunge nulla, la storia scorre fluida e senza troppi colpi di scena, a cui tendenzialmente ci ha abituati, riprendendo il western in una delle sue ragioni d’essere, cioè la vendetta.

E, a proposito di colpi di scena, c’è solo una cosa ancora su cui vorrei porre attenzione: in un paio di fotogrammi viene inquadrata nella banda di Stonecipher una misteriosa donna (che ho scoperto essere la stuntman di Uma Thurman in Kill Bill e attrice in Grindhouse), coperta da una benda rossa da cui si vedono solo gli occhi…chissà che non sarà proprio lei la protagonista della sua prossima pellicola. Assolutamente da non perdere.

La frase cult: “sono persuaso che è morto”.

 

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È uscito da pochi giorni nelle sale cinematografiche il film "Zero Dark Thirty" della regista Kathryn Bigelow, vincitrice Oscar nel con 2010 con il film The hurt locker. 

Il titolo della pellicola si ispira alla fascia oraria notturna in cui si eseguono operazioni militari segrete.
Il film inizia con l'ascolto delle strazianti voci registrate delle vittime dell' attacco alle Torri Gemelle del 2001.

 

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Ripercorre con dovizia di particolari il lavoro di intelligence e di indagini svolto dalla CIA tra il Settembre 2001 ed il Maggio 2011 con la cattura e l'esecuzione di Osama Bin Laden, nascosto in una villa bunker in Pakistan. La protagonista del film è Maya, un' analista della CIA: donna volitiva e determinata in un mondo maschilista, fa della ricerca e della cattura di Bin Laden la propria mission e ragione di vita.
Il film non è tratto da un libro, ma è stato realizzato sulla base delle carte e delle testimonianze degli agenti e dei tecnici della CIA raccolte dallo sceneggiatore nonché giornalista Marc Boal. Il risultato è un thriller ben costruito d'impronta quasi giornalistica.
Volutamente c'è un distacco emotivo nella regia che si percepisce anche nelle scene degli interrogatori e delle torture ai prigionieri sospettati di terrorismo.
L'unico limite del film è la lentezza della prima parte. Recupera brillantemente nella seconda. Il suo punto di forza è la capacità di tenere alta la suspance fino alla fine benché l'epilogo sia ben noto a tutti. Magnifica l'interpretazione di Jessica Chastain (Maya), vincitrice di un Golden Globe come migliore attrice.
Il film ha invece cinque nomination agli Academy Awards.

Ne risentiremo sicuramente parlare.


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